mercoledì 28 aprile 2010

Freud

Proseguiamo la perlustrazione delle sette stanze, soffermandoci su quella occupata dalla critica freudiana. Il padre della psicanalisi non ha dato indicazioni precise su un’applicazione della teoria alle opere d’arte: si è limitato ad appunti che i critici hanno interpretato o ampliato, a seconda dei casi. Interessante il paragone, cui Freud allude, tra poesia e fantasie isteriche, per quanto poco gratificante per la dignità del poeta. La rimozione e la conseguente produzione di un sintomo, come rappresentazione sostitutiva, avvia la trasmissione del messaggio secondo codici diversamente decifrabili. La riflessione è cangiante; lo studioso fa appello ai giochi infantili: gli adulti reprimono la comunicazione delle loro fantasie, destinate a rimanere ignote se i pazienti non fossero invitati a raccontarle. L’alternativa è costituita da barriere che favoriscono l’utilizzo di una maschera, di un velo. Il pensiero di Freud oscilla tra la fantasia vincolata al vissuto del soggetto e un’attività combinatoria in cui si fondono dati esperienziali e frammenti di cose solo udite. Su questo s’innesta la funzione del poeta: il sognatore a occhi aperti produce fantasie di cui spesso si vergogna; il poeta interviene a tradurre le cose innominabili in una lingua segreta e seducente, capace di addolcire, da una parte, e di forgiare, dall’altra, forme sempre fascinose, esorcistiche rispetto a fantasie eccessivamente personali, per favorire la ricezione del lettore.