venerdì 19 febbraio 2010

Ieri sera Settembrino (personaggio talmente immaginario… concepirlo, per noia o per diletto, una mattina triste, magari sul locale dei pendolari per Marano, è frutto di pensieri oziosi e un poco tristi) ha scoperto che di spazio nei suoi hard drives non ce n’è più. Aveva cominciato a scaricare anni prima, ricercava qualche motivo delle feste dei suoi tredici, quattordici anni, le più belle della sua vita. Mungo Jerry, gli Sweet, Barry White, il primo Bowie. Alle festine, passate le sette, si ballavano anche i lenti… sì, c’era anche The Dark Side of the Moon, c’era ovunque, si metteva dopo Samba pa ti.

Carver

di Franz Krauspenhaar

Una raccolta comprendente 50 poesie abbastanza brevi, divise in sei sezioni. L’autore, Daniele Gennaro, classe 59, è uno psichiatra di quel Piemonte alessandrino che guarda a media distanza le selve e i mari della Liguria. Genova fa ben sentire la sua influenza, così che possiamo parlare di una terra lieve e mesticata. Gennaro scrive con la sua penna affilata versi veloci e fortemente impressionistici, poco attenti alla sonorità. E’ un rifarsi, il suo, a una poesia prosastica che appunto canta poco e solo per avventura, e che secerne immagini spesso impreviste accostando parole desuete con altre a noi molto vicine nel tempo; e anche, spesso usando verbi inventati traendoli da certi sostantivi. Il titolo richiama alla poesia in forma di prosa (o viceversa) del grande scrittore di racconti americano e forse è la cosa meno riuscita di questo buon esordio. Apre le danze una bella prefazione di Elio Grasso.

mercoledì 17 febbraio 2010

Mio padre mi regalò un ororlogio

Quando mi sono venute le mestruazioni per la prima volta, mio padre mi regalò un orologio. Non venne da me, non chiuse la porta, non mi cinse la spalla per farmi uno di quei discorsi che si vedevano nei telefilm americani. Non disse nulla a tavola, non mi chiese come stavo, se avevo mal di pancia o meno, se mi sentivo strana o del tutto identica a prima, tacque fino al momento dell’orologio. Mia madre lo sapeva. Non glielo avevo mai detto, ma lo stesso lei sapeva che quel momento io lo aspettavo da mesi. Non so se immaginasse la dolcezza di quelle notti in cui mi addormentavo a pancia in giù con la consapevolezza che il mio corpo fosse diverso. Mi sentivo nuova e segreta, e non lo spiegavo a mia madre, perché c’era qualcosa di profondamente compiuto e privato e di solitario e di intimo dentro quella scoperta che faceva il mio corpo, una scoperta a cui era destinato. Non so se le altre ragazze attendano quel momento con la stessa impazienza con cui è capitato a me, non so se custodiscano i nuovi sintomi del loro corpo con la stessa assurda sacralità. A me è capitato questo: sentivo di appartenermi.

La rete che non regge

Lo tengo qui, in attesa del giorno in cui sapere che pedata rima con bordata possa rivelarsi utile. Mi consolo con le Città invisibili (e inseparabili dalla mia persona), la bibbia dell’adolescenza, quando cercavo nei colloqui di Polo col Gran Kan la risposta alle angosce e alla fragilità insuperabile del vivere. Ritrovavo me stesso in frasi come questa: Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.
Fabrizio Centofanti

domenica 14 febbraio 2010

Colleghi

... Il primo è il Dizionario dei sinonimi e dei contrari, analogico e nomenclatore, del Gabrielli, edizioni CIDE (Centro Italiano Divulgazione Editoriale), sgualcito e sconnesso in ogni suo elemento, la cui prefazione, dello stesso Gabrielli, comincia così: A parlar di sinonimi la mente corre naturalmente al Tommaseo. In effetti, ho anche il Tommaseo, che però non ricordo più dove si trovi (appena posso lo cerco e lo sistemo vicino al suo collega).
Fabrizio Centofanti

Cari pronipoti,

Da bravi, siete rimasti una manciata. Tutti in fila. Uno. Due: tre…
Manca qualcuno? Mirror Neurons! Lascia quel dannato specchio per un secondo; e porta qui i tuoi dendriti! Tutti pronti? Foto ricordo al cervello fottuto! Bene, andate in pappa, tranquilli…
Cari pronipoti,
questo è l’ultimo, l’unico ritratto che spero conserverete – nei vostri destini di domani – dei vostri patrimoni genetici dell’altro ieri. Non ho tempo, non è più tempo per raccontarci, per mentirci. E non resterà altra traccia del “coltello di ghiaccio” [no! Nemmeno su Wikipedia!]. Delle altre armi, sì. Delle altre morti, sì. Del “coltello di ghiaccio” e delle sue vittime, no! Dal 1954 cercano di smentire Alfred [«Non esiste il delitto perfetto»] e, finalmente, ci sono riusciti. Per motivi facilmente intuibili, non ne hanno dato notizia. Jimbo & co. hanno provato a dirvelo. Buonanima di Burton [manchi Cliff!] lo sussurrava, con tono grave: «Oh Padrone dei Burattini, dove sono i sogni che ho avuto? Mi hai solo mentito. Risate, tutte le cose che sento o vedo sono solo risate. Risate, risate, ridere dei miei pianti… Manipolami ed entra nel mio corpo!».

martedì 9 febbraio 2010

Appunti di vita

... la supplica alla Regina del SS. Rosario di Pompei, da recitare a mezzogiorno, finita l’omelia, uno degli appuntamenti più stressanti: primo, perché la formula, al momento opportuno, non si trova (e infatti sta qui sotto); secondo, perché guardi continuamente l’orologio mentre parli dell’eternità. Sull’ultimo foglietto che decido di leggere c’è un appunto che risale a chissà quando; c’è scritto: rispondere a Roberto, Antonella e Maria Grazia; è rimasto tra gli altri perché, dalla parte opposta, spuntano una password e un nome utente altrettanto privi di qualsiasi utilità: ccf 225 hz fh, xa bvy wf7. Ci sono, nella vita, segreti gelosamente conservati di cui si dimentica perfino l’esistenza.

Fabrizio Centofanti

La mucca blu

...
La vedo anch’io quella mucca, quando vado a giocare in quel prato; e non è rossa, è blu.”“Forza, vai a prendere un foglio e i pastelli e disegnami tutto ciò che ricordi di quel prato.”Lui esegue, e in un lampo mi trovo davanti proprio quel prato, con quelle figure a me ben note, anche le tante di cui la poesia non parla. Ma la mucca disegnata in basso a sinistra non è rossa, è blu: quando gli faccio osservare l’errore Vasco non vuole sentire ragioni: “Zio, tu stai invecchiando e porti gli occhiali; forse non vedi più tanto bene, io invece benissimo”.Ci guardiamo. Gli accarezzo la testolina e gli dico lentamente, sottovoce: “Chissà, forse hai ragione. Però tu non parlare mai con altri di queste cose, parlane solo con lo zio”. E dandogli un’altra carezza cerco di fargli il mio sorriso migliore.Lui promette; quindi, cambiato umore di colpo, scende a rotta di collo dal divano per tornare a giocare con la playstation.
Roberto Rossi Testa

martedì 2 febbraio 2010

Parla un cuore

Ehi, mi senti? Lo senti che ti sto parlando? Sono il tuo cuore e sto cercando da tempo di comunicare con te. Cuore nel senso anatomico, non l’anima o la coscienza o quello che s’intende di solito con questa parola.Sono io, e vorrei che tu ora finalmente mi ascoltassi. Credo di averne diritto, visto il modo in cui mi hai trattato.
Io e te non siamo nati insieme. Ci siamo incontrati per lo strano gioco del destino, quando il tuo vero cuore, malato e sfinito per i tuoi stravizi, stava per abbandonarti. Io invece ero giovane e sano. Forte. Fino a poco prima scandivo il tempo senza stancarmi nel petto di un ragazzo di qualche anno più giovane di te.Ci volevamo bene, io e il ragazzo. Lui mi trattava con cura, pur senza pensarci troppo, semplicemente perché amava la vita. Mi teneva in forma perché gli piaceva fare sport: correre, nuotare, giocare a calcio. In questo modo lui si divertiva e al contempo regolava la mia salute e il mio battito, che non faceva mai capricci. Poi, certo, ci pensavano le ragazze a sconvolgere il mio ritmo tranquillo. Quando ne incontrava una che gli piaceva il suo cervello, al quale ero strettamente collegato con una serie di abbracci chimici e neuronali, mi mandava un certo segnale e alè!: iniziavo una danza matta che dava il via ad una serie di piacevolissime conseguenze a catena.

L'amore dei lettori

L’altro giorno Andrea mi scrive che il fato si accanisce contro il Circolo Letture Corsare, si è rotto un tubo dell’acqua, Circolo allagato, la presentazione di febbraio forse salta.Gli rispondo che i corsari non si faranno certo spaventare da qualche centimetro d’acqua, poi vado a dormire.A un certo punto della notte mi accorgo di stare in mezzo all’acqua.Anzi, di stare in un canotto sopra una distesa d’acqua. Stringo tra le gambe una copia del mio libro, metto giù le braccia e le uso come remi per spostarmi. L’acqua è fredda, e nera, ci saranno mica delle bestiacce lì sotto?Poi inizio ad abituarmi all’oscurità. Davanti a me ci sono delle ombre che si muovono sull’acqua.Mi avvicino.