- Pronto! Pronto!
Non è pronto, è il solito burlone, ma questa volta sono in grado di memorizzarne il numero. Riguadagno il letto, devo riuscire a prender sonno, domani – anzi, oggi – sarà una giornata impegnativa. Mi addormento con un pensiero malizioso, di cui dovrei pentirmi.
All’alba mi sveglio, non ricordo i sogni della notte. Prendo il cellulare, compongo un numero, squilla ripetutamente, finalmente una voce impastata risponde con difficoltà:
_ Pronto! Pronto!
Mentre sto in silenzio, ripenso ai sonni persi, i sogni interrotti, la fatica di trovare pace nella trincea piena di sangue e frane delle ore che attendono il turno di essere vissute.
mercoledì 19 maggio 2010
Letteratura e società
Torniamo alle sette stanze che avevamo accantonato e soffermiamoci sulla quinta, dove la critica sociologica ci attende per presentarsi brevemente. E’ la più ambigua, perché tra sociologia e letteratura può manifestarsi una sorta d’incompatibilità, considerato che la critica dovrebbe avere una posizione dominante, volendo conservare una propria identità. Eppure la prassi in uso nelle istituzioni culturali ha fatto sì che la sociologia della letteratura non solo venisse alla luce, ma finisse addirittura con l’assumere una fetta consistente nello studio ufficiale della disciplina, annettendo opere in qualche modo contenenti un riflesso sociale, all’interno di una dialettica infinita fra critica storica, filosofica e militante. Il metodo in questione non ha un suo statuto definito: è una costellazione di scritti derivante dall’applicazione delle discipline storico-sociali alla materia letteraria. La sociologia della letteratura supera lo schema degli stili e propone un’analisi sul versante sociologico, destabilizzando alle radici la concezione aristocratica dell’opera – che prevede un uso rigido di forme appropriate a una determinata classe di destinatari: il tutto inevitabilmente arroccato in una élite che emargina i ceti popolari, dalle produzioni prevalentemente orali.
mercoledì 28 aprile 2010
Il romanzo
Il Cardinal *** convocò don Davide tramite la sua segreteria. Il prete, come sempre in questi casi, ebbe un sussulto. Fece una rapida anamnesi per ricondurre alla memoria eventi che potessero risultare sgraditi alle gerarchie ecclesiastiche, ma gli parve di non trovare nulla. Quella mattina nevicava: un caso prezioso e raro per il luogo in cui viveva, ma avvertì solo un ulteriore impedimento per la sua serenità. Liberò l’utilitaria dalla pellicola che la ricopriva come uno strato friabile di ovatta e partì alla volta della Curia. Il tragitto gli sembrò più lungo e il traffico più intenso, ma ormai era perfettamente consapevole delle impennate spazio-temporali in corrispondenza dei rendez vous ecclesiastici e provò a pensare ad altro. La pioggia, sempre fastidiosa, sgombrava la strada dai questuanti che rallentavano il fiume già insopportabilmente lento delle macchine.
Freud
Proseguiamo la perlustrazione delle sette stanze, soffermandoci su quella occupata dalla critica freudiana. Il padre della psicanalisi non ha dato indicazioni precise su un’applicazione della teoria alle opere d’arte: si è limitato ad appunti che i critici hanno interpretato o ampliato, a seconda dei casi. Interessante il paragone, cui Freud allude, tra poesia e fantasie isteriche, per quanto poco gratificante per la dignità del poeta. La rimozione e la conseguente produzione di un sintomo, come rappresentazione sostitutiva, avvia la trasmissione del messaggio secondo codici diversamente decifrabili. La riflessione è cangiante; lo studioso fa appello ai giochi infantili: gli adulti reprimono la comunicazione delle loro fantasie, destinate a rimanere ignote se i pazienti non fossero invitati a raccontarle. L’alternativa è costituita da barriere che favoriscono l’utilizzo di una maschera, di un velo. Il pensiero di Freud oscilla tra la fantasia vincolata al vissuto del soggetto e un’attività combinatoria in cui si fondono dati esperienziali e frammenti di cose solo udite. Su questo s’innesta la funzione del poeta: il sognatore a occhi aperti produce fantasie di cui spesso si vergogna; il poeta interviene a tradurre le cose innominabili in una lingua segreta e seducente, capace di addolcire, da una parte, e di forgiare, dall’altra, forme sempre fascinose, esorcistiche rispetto a fantasie eccessivamente personali, per favorire la ricezione del lettore.
giovedì 15 aprile 2010
Petrolio
Un matrimonio riuscito
Sono parole che Gianmarco Moratti pronuncia durante un convegno e che aprono concettualmente il documentario Oil-petrolio di Massimiliano Mazzotta (1), il quale, tra il 2007 e il 2008, si reca in Sardegna per documentare come vivono i sarrochesi da quando è stata impiantata l’industria petrolchimica. Camera in spalla, come si suole dire, il regista, insieme ai suoi collaboratori, privo di sponsor e in totale autonomia, effettua tre lunghi sopralluoghi e comincia a girare. Il risultato è talmente inquietante da indurre la famiglia Moratti a intentare una causa per diffamazione per bloccarne la diffusione.
Sono parole che Gianmarco Moratti pronuncia durante un convegno e che aprono concettualmente il documentario Oil-petrolio di Massimiliano Mazzotta (1), il quale, tra il 2007 e il 2008, si reca in Sardegna per documentare come vivono i sarrochesi da quando è stata impiantata l’industria petrolchimica. Camera in spalla, come si suole dire, il regista, insieme ai suoi collaboratori, privo di sponsor e in totale autonomia, effettua tre lunghi sopralluoghi e comincia a girare. Il risultato è talmente inquietante da indurre la famiglia Moratti a intentare una causa per diffamazione per bloccarne la diffusione.
Gli occhi di Caino
Interrompo il resoconto sulle sette stanze per riferire di un libro giunto da Milano: un’edizione assai piacevole, con sovraccoperta bordeaux e segnalino di identico colore. Eumeswil fa le cose per bene. Nella scrittura si entra a poco a poco: all’inizio fatichi a decifrare persone e situazioni, distribuite in capitoli rapidi alla Kundera: poi, ogni pagina aggiunge il tassello che mancava, i volti diventano più chiari, la trama prende corpo coinvolgendoti al di là delle tue disposizioni. L’identificazione con il protagonista si realizza presto: è un uomo con le fragilità, le paure e i desideri incisi nella nostra carne; in lotta con i mostri, come Padre Juan de Sahagun, che riesce a dominarli con una formula semplice: Tente necio!, fermati bestia!, – grida al toro che getta nel terrore i malcapitati in cui s’imbatte per la strada.
martedì 13 aprile 2010
Dieci
... Altre, invece, ti senti a casa all’improvviso, come se nulla fosse stato. E allora ricominci, pensando a quella volta che li hai amati fino in fondo, li hai amati davvero. Forse hai solo sognato di andartene, di lasciarli tutti, di ricominciare. Ecco, sei sveglio, tra le mani hai un filo di perle di campagna, di legno scuro, da contare lentamente, dieci alla volta, fino alla fine del mondo.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
L'eremita
L’unica debolezza in cui l’eremita era incorso quando aveva deciso di ritirarsi nel deserto era stata quella di condurre con sé la sua cagna prediletta.
I pochi, indispensabili oggetti d’uso che si era portato appresso (qualche utensile, qualche vestito) non erano stati per lui fonte di alcuna preoccupazione‚ di alcun attaccamento particolare. Di giorno in giorno li vedeva logorarsi, andare letteralmente in pezzi, in brandelli; e nondimeno rimaneva impassibile, anzi quello spettacolo gli procurava una contenuta gioia, perché tale consunzione era segno che il premio era vicino. Gli stessi sintomi di decadenza osservava nella propria persona, specchiandosi in uno stagno poco lontano dalla sua spelonca, quando andava ad attingervi qualche sorsata d’acqua amara; ed anche in questo caso durava fatica a contenersi, a non sorridere di soddisfazione, a non avere moti di compiacimento.
L’unico suo cruccio, si diceva, era rappresentato da quella cagna.
I pochi, indispensabili oggetti d’uso che si era portato appresso (qualche utensile, qualche vestito) non erano stati per lui fonte di alcuna preoccupazione‚ di alcun attaccamento particolare. Di giorno in giorno li vedeva logorarsi, andare letteralmente in pezzi, in brandelli; e nondimeno rimaneva impassibile, anzi quello spettacolo gli procurava una contenuta gioia, perché tale consunzione era segno che il premio era vicino. Gli stessi sintomi di decadenza osservava nella propria persona, specchiandosi in uno stagno poco lontano dalla sua spelonca, quando andava ad attingervi qualche sorsata d’acqua amara; ed anche in questo caso durava fatica a contenersi, a non sorridere di soddisfazione, a non avere moti di compiacimento.
L’unico suo cruccio, si diceva, era rappresentato da quella cagna.
mercoledì 17 marzo 2010
Caro Giuseppe
La terza stanza, quella della critica marxista, nasce dalla ribellione allo strapotere di Croce. Qui, forse, l’amico Giuseppe Panella avrà qualcosa da ridire, ma è indubbio che le posizioni del gigante di Pescasseroli risultassero strette ai vari Alicata, Sapegno, Salinari, sia per la rigida distinzione tra poesia e non poesia, sia per un atteggiamento politico non favorevole alle posizioni degli intellettuali di sinistra. Il ricupero del Gramsci dei Quaderni dal carcere e del De Santis, visto come alternativa a Croce, costituì il deposito di armi di cui i ribelli potevano disporre. Si trattava soprattutto di non precipitare dal versante opposto, trasformando l’arte in propaganda di un partito politico, o isolandola nell’involucro inutile della sovrastruttura, ma su tale questione Gramsci era stato molto chiaro, troncando sul nascere qualsiasi aberrazione– anche se non riuscì a sgombrare il campo dall’equivoco del popolare-nazionale, all’origine della chiusura di certa critica marxista di fronte ai prodotti dello sperimentalismo, dell’avanguardia e, drammaticamente, di una letteratura considerata decadente (in perfetta sintonia col Croce).
Scena I
... La mosca avrebbe di certo disapprovato i miei jeans di seconda scelta e la maglietta gialla e le scarpe da tennis. L’unico marchio in comune lo fece notare la donna al bancone chiedendoci in un eccesso di confidenza se fossimo stati fratelli; e noi giù a ridere e riderci addosso dei nostri capelli neri e cortissimi, a spazzola entrambi. Ed eravamo partiti al mattino prendendo le abituali corriere di scuola, le stesse lamiere ma sigle e partenze diverse. La sasp a copirie i diciotto chilometri tra Colmurano e Macerata per me e per lei farabollini da Cingoli al capoluogo. Nel walkman imparavo i passi del rock ascoltando le prime note dei Doors “…American boy, american girl, most beautiful people in the world…” e il controllore triste pelato e marito scontento della figlia del padrone delle corriere mi chiese il biglietto distratto, ed io più distratto di lui pensavo al prossimo arrivo fermata giardini perchè quello era l’appuntamento, quel giorno era un giorno di luglio importante. ...
giovedì 4 marzo 2010
Cerchio
Un monaco chiese: “ Il permanente, cos’è?”
Joshu disse: “Ciò che è impermanente”.
Il monaco chiese: “Perché il permanente è impermanente”.
Joshu disse: “ La vita! La vita!”.
Nadia Agustoni
Joshu disse: “Ciò che è impermanente”.
Il monaco chiese: “Perché il permanente è impermanente”.
Joshu disse: “ La vita! La vita!”.
Nadia Agustoni
Una questione di stile
Sull’opposto versante c’era il deposito infinito dei riferimenti geografici, politici, sociali, che portava lontano in ogni senso, valorizzando o degradando il testo. La stilistica tentava di uscire dalla giungla delle ipotesi segnalando i confini tra la langue e le scelte dell’autore: le varianti rispetto alle consuetudini denotative erano ciò su cui si concentrava lo sguardo del critico, progressivamente più sensibile a ogni impercettibile movimento della forma. Lo stile come scarto dalla norma, la lingua come fine e non più come mezzo, la connotazione, la funzione poetica del linguaggio, la polisemia del testo divennero il pane quotidiano di noi studenti affamati di strumenti, ma a volte attraversati dallo stesso livore cui accennavo in apertura.
martedì 2 marzo 2010
Missione speciale
A mano a mano si calmò, si ricompose, all’accesso di riso e di pianto tenne dietro un accesso di dignità. E il suo volto s’illuminò di un sorriso furbo: “Già, così sembra, ma così non è!” si disse ancora “Vorrà dire che quella cosa tanto banale e facile a me viene chiesto di farla non solo in un modo del tutto speciale, ma addirittura impensato”. E rinfrancato si pettinò così abilmente che la sua capigliatura parve tornare folta quasi com’era stata in gioventù. Da quel momento riprese, con rinnovata audacia e vigore, a prepararsi alla propria missione per tutta la vita, per tutta la vita che gli rimaneva.
Sette stanze
Fu a causa di quest’ultima che lo studioso perse, a mio parere, il senso più complesso dell’opera d’arte, e della poesia in particolare, ostinato a identificarla con l’intuizione pura, mentre sappiamo di quali e quante impurità sia composto anche un solo verso. I suoi discepoli si affannarono a cercare uno spiraglio per uscire dall’impasse, dall’apertura alla storia letteraria di Russo e Binni, alla rivalutazione delle tecniche stilistiche di Petrini e Fubini. Nel disordine della mia stanza, pendo dalla parte di questi ultimi, anche se al primo bisogna riconoscere l’impresa titanica di far quadrare il cerchio dello spirito, con coerenza singolare (dove si vede che la coerenza, forse, non è sempre e soltanto una virtù).
venerdì 19 febbraio 2010
Ieri sera Settembrino (personaggio talmente immaginario… concepirlo, per noia o per diletto, una mattina triste, magari sul locale dei pendolari per Marano, è frutto di pensieri oziosi e un poco tristi) ha scoperto che di spazio nei suoi hard drives non ce n’è più. Aveva cominciato a scaricare anni prima, ricercava qualche motivo delle feste dei suoi tredici, quattordici anni, le più belle della sua vita. Mungo Jerry, gli Sweet, Barry White, il primo Bowie. Alle festine, passate le sette, si ballavano anche i lenti… sì, c’era anche The Dark Side of the Moon, c’era ovunque, si metteva dopo Samba pa ti.
Carver
di Franz Krauspenhaar
Una raccolta comprendente 50 poesie abbastanza brevi, divise in sei sezioni. L’autore, Daniele Gennaro, classe 59, è uno psichiatra di quel Piemonte alessandrino che guarda a media distanza le selve e i mari della Liguria. Genova fa ben sentire la sua influenza, così che possiamo parlare di una terra lieve e mesticata. Gennaro scrive con la sua penna affilata versi veloci e fortemente impressionistici, poco attenti alla sonorità. E’ un rifarsi, il suo, a una poesia prosastica che appunto canta poco e solo per avventura, e che secerne immagini spesso impreviste accostando parole desuete con altre a noi molto vicine nel tempo; e anche, spesso usando verbi inventati traendoli da certi sostantivi. Il titolo richiama alla poesia in forma di prosa (o viceversa) del grande scrittore di racconti americano e forse è la cosa meno riuscita di questo buon esordio. Apre le danze una bella prefazione di Elio Grasso.
Una raccolta comprendente 50 poesie abbastanza brevi, divise in sei sezioni. L’autore, Daniele Gennaro, classe 59, è uno psichiatra di quel Piemonte alessandrino che guarda a media distanza le selve e i mari della Liguria. Genova fa ben sentire la sua influenza, così che possiamo parlare di una terra lieve e mesticata. Gennaro scrive con la sua penna affilata versi veloci e fortemente impressionistici, poco attenti alla sonorità. E’ un rifarsi, il suo, a una poesia prosastica che appunto canta poco e solo per avventura, e che secerne immagini spesso impreviste accostando parole desuete con altre a noi molto vicine nel tempo; e anche, spesso usando verbi inventati traendoli da certi sostantivi. Il titolo richiama alla poesia in forma di prosa (o viceversa) del grande scrittore di racconti americano e forse è la cosa meno riuscita di questo buon esordio. Apre le danze una bella prefazione di Elio Grasso.
mercoledì 17 febbraio 2010
Mio padre mi regalò un ororlogio
Quando mi sono venute le mestruazioni per la prima volta, mio padre mi regalò un orologio. Non venne da me, non chiuse la porta, non mi cinse la spalla per farmi uno di quei discorsi che si vedevano nei telefilm americani. Non disse nulla a tavola, non mi chiese come stavo, se avevo mal di pancia o meno, se mi sentivo strana o del tutto identica a prima, tacque fino al momento dell’orologio. Mia madre lo sapeva. Non glielo avevo mai detto, ma lo stesso lei sapeva che quel momento io lo aspettavo da mesi. Non so se immaginasse la dolcezza di quelle notti in cui mi addormentavo a pancia in giù con la consapevolezza che il mio corpo fosse diverso. Mi sentivo nuova e segreta, e non lo spiegavo a mia madre, perché c’era qualcosa di profondamente compiuto e privato e di solitario e di intimo dentro quella scoperta che faceva il mio corpo, una scoperta a cui era destinato. Non so se le altre ragazze attendano quel momento con la stessa impazienza con cui è capitato a me, non so se custodiscano i nuovi sintomi del loro corpo con la stessa assurda sacralità. A me è capitato questo: sentivo di appartenermi.
La rete che non regge
Lo tengo qui, in attesa del giorno in cui sapere che pedata rima con bordata possa rivelarsi utile. Mi consolo con le Città invisibili (e inseparabili dalla mia persona), la bibbia dell’adolescenza, quando cercavo nei colloqui di Polo col Gran Kan la risposta alle angosce e alla fragilità insuperabile del vivere. Ritrovavo me stesso in frasi come questa: Sospesa sull’abisso, la vita degli abitanti d’Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
domenica 14 febbraio 2010
Colleghi
... Il primo è il Dizionario dei sinonimi e dei contrari, analogico e nomenclatore, del Gabrielli, edizioni CIDE (Centro Italiano Divulgazione Editoriale), sgualcito e sconnesso in ogni suo elemento, la cui prefazione, dello stesso Gabrielli, comincia così: A parlar di sinonimi la mente corre naturalmente al Tommaseo. In effetti, ho anche il Tommaseo, che però non ricordo più dove si trovi (appena posso lo cerco e lo sistemo vicino al suo collega).
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
Cari pronipoti,
Da bravi, siete rimasti una manciata. Tutti in fila. Uno. Due: tre…
Manca qualcuno? Mirror Neurons! Lascia quel dannato specchio per un secondo; e porta qui i tuoi dendriti! Tutti pronti? Foto ricordo al cervello fottuto! Bene, andate in pappa, tranquilli…
Cari pronipoti,
questo è l’ultimo, l’unico ritratto che spero conserverete – nei vostri destini di domani – dei vostri patrimoni genetici dell’altro ieri. Non ho tempo, non è più tempo per raccontarci, per mentirci. E non resterà altra traccia del “coltello di ghiaccio” [no! Nemmeno su Wikipedia!]. Delle altre armi, sì. Delle altre morti, sì. Del “coltello di ghiaccio” e delle sue vittime, no! Dal 1954 cercano di smentire Alfred [«Non esiste il delitto perfetto»] e, finalmente, ci sono riusciti. Per motivi facilmente intuibili, non ne hanno dato notizia. Jimbo & co. hanno provato a dirvelo. Buonanima di Burton [manchi Cliff!] lo sussurrava, con tono grave: «Oh Padrone dei Burattini, dove sono i sogni che ho avuto? Mi hai solo mentito. Risate, tutte le cose che sento o vedo sono solo risate. Risate, risate, ridere dei miei pianti… Manipolami ed entra nel mio corpo!».
Manca qualcuno? Mirror Neurons! Lascia quel dannato specchio per un secondo; e porta qui i tuoi dendriti! Tutti pronti? Foto ricordo al cervello fottuto! Bene, andate in pappa, tranquilli…
Cari pronipoti,
questo è l’ultimo, l’unico ritratto che spero conserverete – nei vostri destini di domani – dei vostri patrimoni genetici dell’altro ieri. Non ho tempo, non è più tempo per raccontarci, per mentirci. E non resterà altra traccia del “coltello di ghiaccio” [no! Nemmeno su Wikipedia!]. Delle altre armi, sì. Delle altre morti, sì. Del “coltello di ghiaccio” e delle sue vittime, no! Dal 1954 cercano di smentire Alfred [«Non esiste il delitto perfetto»] e, finalmente, ci sono riusciti. Per motivi facilmente intuibili, non ne hanno dato notizia. Jimbo & co. hanno provato a dirvelo. Buonanima di Burton [manchi Cliff!] lo sussurrava, con tono grave: «Oh Padrone dei Burattini, dove sono i sogni che ho avuto? Mi hai solo mentito. Risate, tutte le cose che sento o vedo sono solo risate. Risate, risate, ridere dei miei pianti… Manipolami ed entra nel mio corpo!».
martedì 9 febbraio 2010
Appunti di vita
... la supplica alla Regina del SS. Rosario di Pompei, da recitare a mezzogiorno, finita l’omelia, uno degli appuntamenti più stressanti: primo, perché la formula, al momento opportuno, non si trova (e infatti sta qui sotto); secondo, perché guardi continuamente l’orologio mentre parli dell’eternità. Sull’ultimo foglietto che decido di leggere c’è un appunto che risale a chissà quando; c’è scritto: rispondere a Roberto, Antonella e Maria Grazia; è rimasto tra gli altri perché, dalla parte opposta, spuntano una password e un nome utente altrettanto privi di qualsiasi utilità: ccf 225 hz fh, xa bvy wf7. Ci sono, nella vita, segreti gelosamente conservati di cui si dimentica perfino l’esistenza.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
La mucca blu
...
La vedo anch’io quella mucca, quando vado a giocare in quel prato; e non è rossa, è blu.”“Forza, vai a prendere un foglio e i pastelli e disegnami tutto ciò che ricordi di quel prato.”Lui esegue, e in un lampo mi trovo davanti proprio quel prato, con quelle figure a me ben note, anche le tante di cui la poesia non parla. Ma la mucca disegnata in basso a sinistra non è rossa, è blu: quando gli faccio osservare l’errore Vasco non vuole sentire ragioni: “Zio, tu stai invecchiando e porti gli occhiali; forse non vedi più tanto bene, io invece benissimo”.Ci guardiamo. Gli accarezzo la testolina e gli dico lentamente, sottovoce: “Chissà, forse hai ragione. Però tu non parlare mai con altri di queste cose, parlane solo con lo zio”. E dandogli un’altra carezza cerco di fargli il mio sorriso migliore.Lui promette; quindi, cambiato umore di colpo, scende a rotta di collo dal divano per tornare a giocare con la playstation.
Roberto Rossi Testa
La vedo anch’io quella mucca, quando vado a giocare in quel prato; e non è rossa, è blu.”“Forza, vai a prendere un foglio e i pastelli e disegnami tutto ciò che ricordi di quel prato.”Lui esegue, e in un lampo mi trovo davanti proprio quel prato, con quelle figure a me ben note, anche le tante di cui la poesia non parla. Ma la mucca disegnata in basso a sinistra non è rossa, è blu: quando gli faccio osservare l’errore Vasco non vuole sentire ragioni: “Zio, tu stai invecchiando e porti gli occhiali; forse non vedi più tanto bene, io invece benissimo”.Ci guardiamo. Gli accarezzo la testolina e gli dico lentamente, sottovoce: “Chissà, forse hai ragione. Però tu non parlare mai con altri di queste cose, parlane solo con lo zio”. E dandogli un’altra carezza cerco di fargli il mio sorriso migliore.Lui promette; quindi, cambiato umore di colpo, scende a rotta di collo dal divano per tornare a giocare con la playstation.
Roberto Rossi Testa
martedì 2 febbraio 2010
Parla un cuore
Ehi, mi senti? Lo senti che ti sto parlando? Sono il tuo cuore e sto cercando da tempo di comunicare con te. Cuore nel senso anatomico, non l’anima o la coscienza o quello che s’intende di solito con questa parola.Sono io, e vorrei che tu ora finalmente mi ascoltassi. Credo di averne diritto, visto il modo in cui mi hai trattato.
Io e te non siamo nati insieme. Ci siamo incontrati per lo strano gioco del destino, quando il tuo vero cuore, malato e sfinito per i tuoi stravizi, stava per abbandonarti. Io invece ero giovane e sano. Forte. Fino a poco prima scandivo il tempo senza stancarmi nel petto di un ragazzo di qualche anno più giovane di te.Ci volevamo bene, io e il ragazzo. Lui mi trattava con cura, pur senza pensarci troppo, semplicemente perché amava la vita. Mi teneva in forma perché gli piaceva fare sport: correre, nuotare, giocare a calcio. In questo modo lui si divertiva e al contempo regolava la mia salute e il mio battito, che non faceva mai capricci. Poi, certo, ci pensavano le ragazze a sconvolgere il mio ritmo tranquillo. Quando ne incontrava una che gli piaceva il suo cervello, al quale ero strettamente collegato con una serie di abbracci chimici e neuronali, mi mandava un certo segnale e alè!: iniziavo una danza matta che dava il via ad una serie di piacevolissime conseguenze a catena.
Io e te non siamo nati insieme. Ci siamo incontrati per lo strano gioco del destino, quando il tuo vero cuore, malato e sfinito per i tuoi stravizi, stava per abbandonarti. Io invece ero giovane e sano. Forte. Fino a poco prima scandivo il tempo senza stancarmi nel petto di un ragazzo di qualche anno più giovane di te.Ci volevamo bene, io e il ragazzo. Lui mi trattava con cura, pur senza pensarci troppo, semplicemente perché amava la vita. Mi teneva in forma perché gli piaceva fare sport: correre, nuotare, giocare a calcio. In questo modo lui si divertiva e al contempo regolava la mia salute e il mio battito, che non faceva mai capricci. Poi, certo, ci pensavano le ragazze a sconvolgere il mio ritmo tranquillo. Quando ne incontrava una che gli piaceva il suo cervello, al quale ero strettamente collegato con una serie di abbracci chimici e neuronali, mi mandava un certo segnale e alè!: iniziavo una danza matta che dava il via ad una serie di piacevolissime conseguenze a catena.
L'amore dei lettori
L’altro giorno Andrea mi scrive che il fato si accanisce contro il Circolo Letture Corsare, si è rotto un tubo dell’acqua, Circolo allagato, la presentazione di febbraio forse salta.Gli rispondo che i corsari non si faranno certo spaventare da qualche centimetro d’acqua, poi vado a dormire.A un certo punto della notte mi accorgo di stare in mezzo all’acqua.Anzi, di stare in un canotto sopra una distesa d’acqua. Stringo tra le gambe una copia del mio libro, metto giù le braccia e le uso come remi per spostarmi. L’acqua è fredda, e nera, ci saranno mica delle bestiacce lì sotto?Poi inizio ad abituarmi all’oscurità. Davanti a me ci sono delle ombre che si muovono sull’acqua.Mi avvicino.
giovedì 28 gennaio 2010
La conquista dello spazio
La mia stanza è un caos. Scrivo su una tastiera di Acer appollaiata nell’angolo di un tavolino da computer, il cui piano è gremito di oggetti: una foto di don Mario sorridente, col maglione grigio e il colletto bianco da cui pende un orologio da sei euro sempre in procinto di fermarsi, l’immancabile block notes sulle gambe, sovrapposto a una borsetta in cui conserva i soldi per i poveri (poco prima di morire se la fece portar via, meritandosi un rimprovero di cui oggi mi pento amaramente)
Il tè condiviso
Nasreddin e un amico hanno sete, ma possono pagarsi solo un bicchiere di tè in due. “Facciamo così”, propone l’amico: “ tu bevi prima la tua metà, poi io bevo la mia e la zucchero con lo zucchero che ho in tasca.” “ Bene”, accetta Nasreddin. “Ma a me il tè piace salato: salerò prima la mia metà”.
venerdì 22 gennaio 2010
Cancellare la storia
A Pecorara, comune della provincia di Piacenza, luogo simbolo della Resistenza al nazifascismo, il sindaco Franco Albertini ha cancellato Piazza 25 aprile. Un affronto a quanti hanno sacrificato la loro vita per la libertà, alla Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza, all’Italia tutta, che su queste radici ha costruito la democrazia. Un affronto che non ha assunto il dovuto rilievo nazionale, fatto che denunciamo con forza: è in corso un attacco senza precedenti ai valori e ai principi che fondano la nostra convivenza civile, la nostra Repubblica.Chiudere gli occhi è irresponsabile.
L’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel richiamare tutti i democratici ad associarsi alla sua denuncia e a mobilitarsi con opportune iniziative, chiede l’immediata revoca di questo vergognoso provvedimento.
L’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel richiamare tutti i democratici ad associarsi alla sua denuncia e a mobilitarsi con opportune iniziative, chiede l’immediata revoca di questo vergognoso provvedimento.
Gli occhi d'oro delle volpi
di Nadia Agustoni
Le volpi hanno gli occhi d’oro e il mondo intorno a loro è d’oro e a loro sembra sempre che la notte cada lontano e che tutto brilli perché è sempre nuovo. Le volpi, anche se nessuno ci crede, sono animali sbadati e danno la caccia alle galline perché vedono miraggi non galline e non vedono uova, ma piccoli soli. Ci sono certi bambini poveri che hanno gli occhi delle volpi, ma non sono parenti. Sono bambini senza casa e i loro occhi sono gialli più che oro perchè hanno fame. La fame è un animale fantasma che gli entra nel corpo e li fa parlare a vuoto e il vuoto li fa diventare muti. Così molti credono che i bambini poveri sono degli stupidi mentre sono soltanto poveri. Nascere poveri su questo pianeta, che pure è tanto verde rispetto alle galassie, è molto comune. Si nasce bambini e si è poveri. Me lo ha spiegato uno di loro: “ nasciamo e le nostre mamme sono povere e muoiono dopo un po’ e noi diventiamo subito bambini poveri o molto poveri e ci crescono gli occhi, crescono, crescono e sembrano palloncini in volo”. Molti pensano che sulla terra volpi e bambini si somiglino e non siano tanto buoni. Invece non è così, tutti sono buoni meno la gente cattiva che non è né volpe né bambino povero. La gente cattiva mangia troppo e dopo sta male e allora non gli crescono gli occhi, ma gli cresce lo stomaco perchè questa cricca vuole ogni cosa per sé e ingurgita tutto quanto e anche di più, fino a che arriva la morte e la morte è morte e basta.
Le volpi hanno gli occhi d’oro e il mondo intorno a loro è d’oro e a loro sembra sempre che la notte cada lontano e che tutto brilli perché è sempre nuovo. Le volpi, anche se nessuno ci crede, sono animali sbadati e danno la caccia alle galline perché vedono miraggi non galline e non vedono uova, ma piccoli soli. Ci sono certi bambini poveri che hanno gli occhi delle volpi, ma non sono parenti. Sono bambini senza casa e i loro occhi sono gialli più che oro perchè hanno fame. La fame è un animale fantasma che gli entra nel corpo e li fa parlare a vuoto e il vuoto li fa diventare muti. Così molti credono che i bambini poveri sono degli stupidi mentre sono soltanto poveri. Nascere poveri su questo pianeta, che pure è tanto verde rispetto alle galassie, è molto comune. Si nasce bambini e si è poveri. Me lo ha spiegato uno di loro: “ nasciamo e le nostre mamme sono povere e muoiono dopo un po’ e noi diventiamo subito bambini poveri o molto poveri e ci crescono gli occhi, crescono, crescono e sembrano palloncini in volo”. Molti pensano che sulla terra volpi e bambini si somiglino e non siano tanto buoni. Invece non è così, tutti sono buoni meno la gente cattiva che non è né volpe né bambino povero. La gente cattiva mangia troppo e dopo sta male e allora non gli crescono gli occhi, ma gli cresce lo stomaco perchè questa cricca vuole ogni cosa per sé e ingurgita tutto quanto e anche di più, fino a che arriva la morte e la morte è morte e basta.
giovedì 21 gennaio 2010
Franzwolf
Il nostro sodale Franz Krauspenhaar ha recentemente pubblicato il libro di poesia “Franzwolf” con la piccola e interessante realtà editoriale Manifatturatorinopoesia.Tale casa editrice caratterizza le sue pubblicazioni con note biobibliografiche degli autori perfino sovrabbondanti, ma con presentazioni dei testi medesimi al limite dell’afasia. Nel caso di specie, il libro di FK ha il sottotitolo “(un’autobiografia in versi)”, e molti libri possono essere letti come un’autobiografia dei loro autori, ciò che nel caso di FK riesce ancor meno disagevole del solito; in quarta di copertina il libro viene poi mandato per il mondo con la formula “I pensieri in versi di un lupo metropolitano”. Ora, la definizione di “lupo metropolitano” nel biglietto da visita FK è proprio andato a cercarsela, e sarebbe certo più facile criticarla per la sua ovvietà che trovarne una migliore.Ma soffermiamoci per un istante sulla prima parte della formuletta, “pensieri in versi”, che dopo la lettura del testo (o anche prima, per chi conosca un poco FK) non svela appieno le proprie intenzioni: ovvero se intenda definire icasticamente il libro, oppure, vedi mai, prendere le distanze da esso.
L'inquieto vivere segreto
Una questione di vita o di morte. I romanzi di Franz Krauspenhaar mi hanno sempre dato questa impressione. Che essi siano, letteralmente, una questione di vita o di morte. Non che parlino di, alludano a, ma che lo siano proprio.
Sia per il loro contenuto che per la lingua con cui questo viene espresso. I romanzi di FK, da Avanzi di balera a Le cose come stanno (per me uno dei più bei romanzi italiani quantomeno del decennio appena concluso) in poi sono la registrazione distorta di una energica necessità di esistere. Necessità che sembra si debba coniugare attraverso il suo opposto, la morte, in una dialettica bugiarda, istrionica, in cui i bisogni si mescolano in una mistura diabolica ma vitale (quali sono in definitiva? farcela? farla finita lì? eludere la paura, affrontarla a viso aperto? L’ultimo libro di FK, L’inquieto vivere segreto, suggerisce una risposta, ma chissà se è quella giusta).
E cosa altro è l’uso della seconda persona (con la quale è scritto il romanzo), se non il tentativo di separarsi da sé e al tempo stesso includere? Un altro incontro di opposti, quindi, tutto e niente che si danno del tu.Il tu è il pronome della relazione e della solitudine, dell’amore e della follia, il pronome con cui ci rivolgiamo all’amato e a noi stessi (penso a Robert De Niro in Taxi Driver: “ma dici a me? con chi stai parlando? dici a me? non ci sono che io qui…”), il pronome del dialogo, quindi, e del soliloquio.Partiamo dall’inizio. C’è un uomo, cui il narratore dà del tu. Di mestiere fa lo scrittore. Di successo. Ha perso la moglie. Nel senso proprio: è scomparsa. L’uomo sospetta del figlio e della sua bellissima moglie, di cui è stato o forse è ancora segretamente innamorato: l’hanno uccisa. Non ne sa immaginare il motivo, e tuttavia ne è sicuro.
Sia per il loro contenuto che per la lingua con cui questo viene espresso. I romanzi di FK, da Avanzi di balera a Le cose come stanno (per me uno dei più bei romanzi italiani quantomeno del decennio appena concluso) in poi sono la registrazione distorta di una energica necessità di esistere. Necessità che sembra si debba coniugare attraverso il suo opposto, la morte, in una dialettica bugiarda, istrionica, in cui i bisogni si mescolano in una mistura diabolica ma vitale (quali sono in definitiva? farcela? farla finita lì? eludere la paura, affrontarla a viso aperto? L’ultimo libro di FK, L’inquieto vivere segreto, suggerisce una risposta, ma chissà se è quella giusta).
E cosa altro è l’uso della seconda persona (con la quale è scritto il romanzo), se non il tentativo di separarsi da sé e al tempo stesso includere? Un altro incontro di opposti, quindi, tutto e niente che si danno del tu.Il tu è il pronome della relazione e della solitudine, dell’amore e della follia, il pronome con cui ci rivolgiamo all’amato e a noi stessi (penso a Robert De Niro in Taxi Driver: “ma dici a me? con chi stai parlando? dici a me? non ci sono che io qui…”), il pronome del dialogo, quindi, e del soliloquio.Partiamo dall’inizio. C’è un uomo, cui il narratore dà del tu. Di mestiere fa lo scrittore. Di successo. Ha perso la moglie. Nel senso proprio: è scomparsa. L’uomo sospetta del figlio e della sua bellissima moglie, di cui è stato o forse è ancora segretamente innamorato: l’hanno uccisa. Non ne sa immaginare il motivo, e tuttavia ne è sicuro.
lunedì 18 gennaio 2010
Jodie Foster
Nel cuore e nell’anima.
di Nadia Agustoni
Attrice tra le più intense e la cui immagine si imprime per qualcosa che trascende i personaggi che interpreta, Jodie Foster è in un certo modo una fuoriclasse ed è un simbolo di riscatto per quelle che non hanno potuto riconoscersi nei modelli di donne proposte dal cinema americano dagli anni ottanta. Non che sia andata meglio da altre parti, ma il cinema con la C maiuscola lo fanno laggiù ed è difficile non tenerne conto. In ogni caso parlare di una delle maggiori interpreti del cinema è sempre un’impresa quasi ardua. La vita reale e i personaggi cui ha prestato il volto si intrecciano. Farle un ritratto per come appare in interviste e articoli è incontrarla nelle sue parole, ma subito arrivano immagini di un film o, al contrario, hai in mente un film e ricordi alcune frasi che hai fermato nella memoria. Cominciamo da qui: Hollywood 1992, Oscar come migliore attrice per “Il silenzio degli innocenti”, in cui offre una dedica: “ alle donne che sono venute prima di me e che, a differenza di me, non hanno avuto nessuna chance, alle pioniere, alle sopravvissute, alle emarginate.”
di Nadia Agustoni
Attrice tra le più intense e la cui immagine si imprime per qualcosa che trascende i personaggi che interpreta, Jodie Foster è in un certo modo una fuoriclasse ed è un simbolo di riscatto per quelle che non hanno potuto riconoscersi nei modelli di donne proposte dal cinema americano dagli anni ottanta. Non che sia andata meglio da altre parti, ma il cinema con la C maiuscola lo fanno laggiù ed è difficile non tenerne conto. In ogni caso parlare di una delle maggiori interpreti del cinema è sempre un’impresa quasi ardua. La vita reale e i personaggi cui ha prestato il volto si intrecciano. Farle un ritratto per come appare in interviste e articoli è incontrarla nelle sue parole, ma subito arrivano immagini di un film o, al contrario, hai in mente un film e ricordi alcune frasi che hai fermato nella memoria. Cominciamo da qui: Hollywood 1992, Oscar come migliore attrice per “Il silenzio degli innocenti”, in cui offre una dedica: “ alle donne che sono venute prima di me e che, a differenza di me, non hanno avuto nessuna chance, alle pioniere, alle sopravvissute, alle emarginate.”
Sindone contemporanea
Si discute molto sulla sindone custodita a Torino: una ricerca affascinante, che potrebbe rivelare il volto e il corpo di Gesù di Nazaret, uno dei più grandi uomini passati nella storia. C’è un’invocazione accorata all’interno della Bibbia: non nascondermi il tuo volto (Sal 102,3). Ricorda il kenegdo del Genesi, quando Adam si trova di fronte una presenza che è osso delle sue ossa e carne della carne, e può guardarla occhi negli occhi, con stupore. Nel mondo, tuttavia, ci sono molte sindoni, vittime su cui scarseggiano gli studi e verso cui mancano pellegrinaggi adeguatamente preparati: corpi ingombranti che nessuno pensa mai di custodire, che si desidera solo far sparire in fretta.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
giovedì 14 gennaio 2010
La stretta di mano
In un piccolo centro c’era un emporio piccolissimo ma molto e ben fornito, tanto che persino la maggiore cliente, una raffinata cittadina capitata in quel borgo selvaggio anni prima per imprecisate vicende, al fine di compiere i suoi raffinati acquisti non trovava più alcuna ragione per recarsi nel capoluogo.La donna aveva ottenuto di pagare le sue compere due volte l’anno, contro presentazione di una dettagliata nota da parte del negoziante; all’inizio le cose erano filate lisce, poi, dopo un primo piccolo incidente certamente genuino, era invalso l’uso che la donna, poco prima della scadenza semestrale, faceva una lieve contestazione su una fornitura, ciò che avviava un delicato ma sempre bonario contenzioso e conduceva all’effetto di rimandare sine die il pagamento dell’intero importo.
... Roberto Rossi Testa
... Roberto Rossi Testa
Mummie
Scopo della filosofia, si dice, è imparare a morire. Congedarsi dalla vita è un’arte, in tutti i sensi: distaccarsi dal proprio, sottrarre la terra palmo a palmo alle fauci di un insaziabile egoismo. Un’altra filosofia coltiva la ricerca parallela, che ha bisogno della morte come ultima Tule dello show, del successo a tutti i costi. Il caso, magari, non è questo, ma il sospetto, inevitabilmente, sorge.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
martedì 12 gennaio 2010
perchè è così l'amore: idea
una la scrissi
ancora prima di conoscerti
affiorò
in versi carsici,
mentre lavavo il pavimento
me l’appuntai
senza neanche togliere i guanti
venne di getto,
come acqua strizzata da uno straccio,
una parola dopo un’altra,
con quell’idea di amore
così vaga e inquieta
così come a volte guardando uno sconosciuto
affiora incontrollata
e astratta l’idea di un figlio
Lisa Sammarco
ancora prima di conoscerti
affiorò
in versi carsici,
mentre lavavo il pavimento
me l’appuntai
senza neanche togliere i guanti
venne di getto,
come acqua strizzata da uno straccio,
una parola dopo un’altra,
con quell’idea di amore
così vaga e inquieta
così come a volte guardando uno sconosciuto
affiora incontrollata
e astratta l’idea di un figlio
Lisa Sammarco
I lampi della magnolia
di Donato Salzarulo
In questi giorni sto girando le classi quinte di scuola elementare del mio Circolo con questa poesia di Franco Fortini:
Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.
La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.I
l fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.
Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia
In questi giorni sto girando le classi quinte di scuola elementare del mio Circolo con questa poesia di Franco Fortini:
Vorrei che i vostri occhi potessero vedere
questo cielo sereno che si è aperto,
la calma delle tegole, la dedizione
del rivo d’acqua che si scalda.
La parola è questa: esiste la primavera,
la perfezione congiunta all’imperfetto.I
l fianco della barca asciutta beve
l’olio della vernice, il ragno trotta.
Diremo più tardi quello che deve essere detto.
Per ora guardate la bella curva dell’oleandro,
i lampi della magnolia
lunedì 11 gennaio 2010
Martiri
La messa è finita, andate in pace. All’uscita una raffica di colpi. Avrebbero fatto meglio a stare dentro, a rifugiarsi nel rito che anticipa l’eterno. Gli orientali definiscono la liturgia il cielo sulla terra. In cielo non si muore, Dio ti concede il privilegio di vivere per sempre. Quaggiù è diverso: quando lasci il cielo sulla terra devi andare in pace, pronto a farti massacrare.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
Vacuità
di Beppe Sebaste
“Oggi il fascismo significa, come ha scritto qualcuno, che alla fine vincono solo le parole. Parole orfane di fatti, svuotate di senso: basta pensare alla parola “libertà”, triturata nella casa, o nel polo, omonimo. Ma è il caso anche della parola “riformismo”, e degli aggettivi ad essa correlati, che riempie le bocche e i discorsi di Berlusconi e dei suoi portavoce: loro sono i riformisti; coloro che si oppongono sono i conservatori…” (mio articolo su l’Unità, 12 maggio 2002).Leggo oggi su Repubblica che Ilvo Diamanti, nella sua rubrica “Bussole”, scrive che “riformismo” è una parola vecchia, anzi perduta. Io lo avevo scritto nel 2002, ecco, quanto sia e fosse vacua e priva di significato, cioè da buttare. E citando – questo lo avevo dimenticato – il “manifesto” politico – “comunista e consevatore” – del grande Antonio Delfini. Oggi, mi sembra vacuo perfino parlarne, di riformismo, nella voragine di senso che ogni giorno si allarga… (Partito dell’amore? Ci sarebbe da scendere in piazza solo per difendere questa parola).
“Oggi il fascismo significa, come ha scritto qualcuno, che alla fine vincono solo le parole. Parole orfane di fatti, svuotate di senso: basta pensare alla parola “libertà”, triturata nella casa, o nel polo, omonimo. Ma è il caso anche della parola “riformismo”, e degli aggettivi ad essa correlati, che riempie le bocche e i discorsi di Berlusconi e dei suoi portavoce: loro sono i riformisti; coloro che si oppongono sono i conservatori…” (mio articolo su l’Unità, 12 maggio 2002).Leggo oggi su Repubblica che Ilvo Diamanti, nella sua rubrica “Bussole”, scrive che “riformismo” è una parola vecchia, anzi perduta. Io lo avevo scritto nel 2002, ecco, quanto sia e fosse vacua e priva di significato, cioè da buttare. E citando – questo lo avevo dimenticato – il “manifesto” politico – “comunista e consevatore” – del grande Antonio Delfini. Oggi, mi sembra vacuo perfino parlarne, di riformismo, nella voragine di senso che ogni giorno si allarga… (Partito dell’amore? Ci sarebbe da scendere in piazza solo per difendere questa parola).
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