mercoledì 17 marzo 2010
Caro Giuseppe
La terza stanza, quella della critica marxista, nasce dalla ribellione allo strapotere di Croce. Qui, forse, l’amico Giuseppe Panella avrà qualcosa da ridire, ma è indubbio che le posizioni del gigante di Pescasseroli risultassero strette ai vari Alicata, Sapegno, Salinari, sia per la rigida distinzione tra poesia e non poesia, sia per un atteggiamento politico non favorevole alle posizioni degli intellettuali di sinistra. Il ricupero del Gramsci dei Quaderni dal carcere e del De Santis, visto come alternativa a Croce, costituì il deposito di armi di cui i ribelli potevano disporre. Si trattava soprattutto di non precipitare dal versante opposto, trasformando l’arte in propaganda di un partito politico, o isolandola nell’involucro inutile della sovrastruttura, ma su tale questione Gramsci era stato molto chiaro, troncando sul nascere qualsiasi aberrazione– anche se non riuscì a sgombrare il campo dall’equivoco del popolare-nazionale, all’origine della chiusura di certa critica marxista di fronte ai prodotti dello sperimentalismo, dell’avanguardia e, drammaticamente, di una letteratura considerata decadente (in perfetta sintonia col Croce).
Scena I
... La mosca avrebbe di certo disapprovato i miei jeans di seconda scelta e la maglietta gialla e le scarpe da tennis. L’unico marchio in comune lo fece notare la donna al bancone chiedendoci in un eccesso di confidenza se fossimo stati fratelli; e noi giù a ridere e riderci addosso dei nostri capelli neri e cortissimi, a spazzola entrambi. Ed eravamo partiti al mattino prendendo le abituali corriere di scuola, le stesse lamiere ma sigle e partenze diverse. La sasp a copirie i diciotto chilometri tra Colmurano e Macerata per me e per lei farabollini da Cingoli al capoluogo. Nel walkman imparavo i passi del rock ascoltando le prime note dei Doors “…American boy, american girl, most beautiful people in the world…” e il controllore triste pelato e marito scontento della figlia del padrone delle corriere mi chiese il biglietto distratto, ed io più distratto di lui pensavo al prossimo arrivo fermata giardini perchè quello era l’appuntamento, quel giorno era un giorno di luglio importante. ...
giovedì 4 marzo 2010
Cerchio
Un monaco chiese: “ Il permanente, cos’è?”
Joshu disse: “Ciò che è impermanente”.
Il monaco chiese: “Perché il permanente è impermanente”.
Joshu disse: “ La vita! La vita!”.
Nadia Agustoni
Joshu disse: “Ciò che è impermanente”.
Il monaco chiese: “Perché il permanente è impermanente”.
Joshu disse: “ La vita! La vita!”.
Nadia Agustoni
Una questione di stile
Sull’opposto versante c’era il deposito infinito dei riferimenti geografici, politici, sociali, che portava lontano in ogni senso, valorizzando o degradando il testo. La stilistica tentava di uscire dalla giungla delle ipotesi segnalando i confini tra la langue e le scelte dell’autore: le varianti rispetto alle consuetudini denotative erano ciò su cui si concentrava lo sguardo del critico, progressivamente più sensibile a ogni impercettibile movimento della forma. Lo stile come scarto dalla norma, la lingua come fine e non più come mezzo, la connotazione, la funzione poetica del linguaggio, la polisemia del testo divennero il pane quotidiano di noi studenti affamati di strumenti, ma a volte attraversati dallo stesso livore cui accennavo in apertura.
martedì 2 marzo 2010
Missione speciale
A mano a mano si calmò, si ricompose, all’accesso di riso e di pianto tenne dietro un accesso di dignità. E il suo volto s’illuminò di un sorriso furbo: “Già, così sembra, ma così non è!” si disse ancora “Vorrà dire che quella cosa tanto banale e facile a me viene chiesto di farla non solo in un modo del tutto speciale, ma addirittura impensato”. E rinfrancato si pettinò così abilmente che la sua capigliatura parve tornare folta quasi com’era stata in gioventù. Da quel momento riprese, con rinnovata audacia e vigore, a prepararsi alla propria missione per tutta la vita, per tutta la vita che gli rimaneva.
Sette stanze
Fu a causa di quest’ultima che lo studioso perse, a mio parere, il senso più complesso dell’opera d’arte, e della poesia in particolare, ostinato a identificarla con l’intuizione pura, mentre sappiamo di quali e quante impurità sia composto anche un solo verso. I suoi discepoli si affannarono a cercare uno spiraglio per uscire dall’impasse, dall’apertura alla storia letteraria di Russo e Binni, alla rivalutazione delle tecniche stilistiche di Petrini e Fubini. Nel disordine della mia stanza, pendo dalla parte di questi ultimi, anche se al primo bisogna riconoscere l’impresa titanica di far quadrare il cerchio dello spirito, con coerenza singolare (dove si vede che la coerenza, forse, non è sempre e soltanto una virtù).
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