lunedì 30 novembre 2009

di Nicoletta Solinas
Nota di Franz Krauspenhaar.
Questa composizione a “stazioni” della genovese Nicoletta Solinas è un tentativo di mettere insieme, in un linguaggio anarchico che sta tra la poesia “beat” e il linguaggio della canzone, specie quella rock, un’espressività diversa, diretta e allo stesso tempo camuffata. La Solinas, sorta di “strega cittadina” (è nata e vive a Genova, la città dei cantautori italiani più profondi e incisivi) grida le sue invocazioni meticciate: spesso si tratta di considerazioni fatte a voce alterata di una condizione di difficoltà, spesso si tratta di urli fatti contro la luna, simbolo di vitalità nel dolore e nella protesta. Questi “rigurgiti” sono solo apparentemente disordinati: in realtà la composizione ha una sua unità di intenti, una specie di testimonianza, originale e a tratti dirompente.

Punti di vista?

In una scena del film Indipendence Day si vede bene la dinamica: mentre gli alieni bombardano e radono al suolo palazzi, sul terrazzo di un grattacielo un gruppo di persone balla, canta, fa festa, saluta gli invasori, prima di essere spazzato via.Anche in occasione dello scoppio della seconda guerra mondiale, quando i tedeschi iniziarono le invasioni, gruppi di persone identificabili come “pacifisti” sostenevano che bisognava accoglierli, non fare resistenza armata, arrivare a un dialogo.
Fatte le dovute proporzioni – soprattutto di stile – la dinamica si ripete. E’ una sorta di Sindrome di Stoccolma mediatica. Mentre la nostra costituzione è sottoposta a un attacco senza precedenti, c’è chi la butta sullo scherzo, sul gossip da scenario post-apocalittico. La giustizia viene piegata agli interessi personali, i diritti del lavoro sono messi in discussione, il malaffare dilaga, la maleducazione e la volgarità sostituiscono la cultura, ma tutto questo diventa pop. Diventa trendy. In questo modo le icone sinistre, che sono al potere, aumentano in continuazione la loro ipertrofia mediatica. L’ultimo numero del mensile Rolling Stones è in prima fila in questo terminal-party. Qui di seguito pubblichiamo un estratto dell’articolo del direttore Carlo Antonelli.

giovedì 26 novembre 2009

Tu chi sei?

“Sei per sei trentasei! Sei per sette quarantadue! Sei per otto quarantotto!” calcolano da un lato.“Che io scemi! Che tu scemi! Che egli scemi!” coniugano dall’altro.E fuori cozzi d’incidenti stradali, ululi di sirene, grida di dolore e di raccapriccio.Nondimeno, nella stanza regna un silenzio perfetto.Un silenzio perfetto, appena rotto a lunghi intervalli dalle frasi che si scambiano una vecchia decrepita ma linda, quasi azzimata, e il suo parroco: al loro primo incontro, sollecitato dalla figlia di lei.“Questa è la vita” sentenzia il parroco.“Da queste prove si deve passare” approva la vecchia, trascorsi cinque minuti buoni.Dopo mezz’ora di quel duetto au ralenti, il parroco prende congedo. Scendendo le scale mormora fra sé: “Che santa vecchina, fossero tutte così. Peccato solo per quella sua figlia scarmigliata come una Furia e troppo apprensiva, che le avvelena gli ultimi giorni”.

Una foglia d'autunno

Sono nata qualche mese fa. Ricordo che dapprima non c’ero, e poi di colpo ci sono stata.
La prima sensazione che rammento è di tepore, qualcosa cioè di non troppo freddo né di troppo caldo, sufficiente a farmi sbocciare.Ho visto subito la luce, ed è stata un’altra bellissima emozione.Era la luce a darmi anche il calore, e là ho cercato, per quanto possibile, di volgere lo sguardo. Ma non mi è stato possibile più di tanto, perché la mia base era legata a qualcosa di solido e pressoché immobile.Non mi è importato poi troppo. Ho ugualmente imparato presto che quel calore e quella luce venivano da una cosa chiamata sole, che da subito ha dato un senso cronologico alla mia vita neonata.
Un tocco gradevole, fresco, ogni tanto mi sfiorava, in un piacevole contrasto col tepore che tanto mi piaceva. Era il vento, che in seguito ho capito poteva essere brezza gentile e amica o tempesta scatenata e temibile.

sabato 21 novembre 2009

Santo mostro

Allan Gurganus, Santo mostro, Playground, Traduzione di Maria Baiocchi, € 16, pp 224
Quando, nel gennaio del 1991, uscì anche in Italia L’ultima vedova sudista vuota il sacco (presso l’editore Leonardo, con una delle prime, strabilianti traduzioni di Raul Montanari), furono relativamente in pochi ad accorgersene, e all’enorme successo che appena un anno prima aveva accompagnato negli Stati Uniti la pubblicazione di questo a dir poco fluviale romanzo (oltre 1170 fittissime pagine premiate, tra l’altro, con il “Sue Kaufman Prize” e con la diffusione in ben dodici lingue, per un totale di oltre due milioni di copie vendute) non corrispose, dalle nostre parti, un altrettanto meritato clamore. Ormai rintracciabile solo più sulle bancarelle, o al massimo sugli scaffali virtuali di qualche portale specializzato, quella pachidermica edizione risulta oggi perlopiù dispersa, smarrita, affidata allo stesso ingiusto destino condiviso dalle miriadi di altre notevoli opere che, malgrado il loro indiscutibile spessore, si trovano troppo spesso a spartire la propria grandezza con il nulla.

Il viaggio

Responsabile di tutto. C’è chi darebbe chissà cosa per esserlo. Per me è una pressione continua, a volte insopportabile. Potrei dire al cardinale: vorrei andare a Loreto, farò il predicatore, il direttore d’anime. Starei su un colle incantato affacciato sul Conero e l’Adriatico, le case senza tempo di Recanati, Osimo, Castelfidardo. Passeggerei sotto il portico del Palazzo apostolico, davanti alla splendida facciata del santuario, di Bramante e Sangallo.
... Fabrizio Centofanti

venerdì 20 novembre 2009

Consigli a un giovane scrittore

Coltiva il dubbio riguardo alle ideologie e ai princìpi dominanti.
Tieniti a distanza dai princìpi.
Fai attenzione a non inquinare la tua lingua con quella delle ideologie.
Persuaditi di essere più forte dei generali, ma non ti misurare con loro.
Non credere di essere più debole dei generali, ma non ti misurare con loro.
Non credere nei progetti utopistici, salvo in quelli che concepisci tu stesso.
Mostrati ugualmente fiero davanti ai principi e alle folle.
Abbi la coscienza tranquilla riguardo ai privilegi che ti conferisce il tuo mestiere di scrittore.

Caro Roberto

Caro Roberto,
ho l’impressione che il tuo appello, pubblicato su Repubblica del 22 settembre, non abbia prodotto le reazioni che aspettavi. Hai toccato tasti delicati, come l’istinto di sopravvivenza, la sicurezza per sé e per i propri famigliari; tasti che danno note stonate, quando si tratta di accordarli con i rischi di una vita libera. Sono prete di periferia in una parrocchia il cui parroco fu bruciato nel 1996. Si è salvato per miracolo, e vive su una sedia a rotelle. Lui non ha ascoltato la paura: sarebbe un buon testimone per la tua Lettera a Gomorra.Nel mio piccolo, vorrei offrirti la solidarietà di chi ha a che fare ogni giorno con la miseria umana, l’alcol e la follia, e prova uno strano sollievo quando si sente in compagnia di gente che non mette la sopravvivenza al primo posto. Credo che le tue parole siano più temibili delle pallottole dei camorristi perché, senza calcoli balistici, vanno dritte al cuore.
... Fabrizio Centofanti

giovedì 19 novembre 2009

Libera interpretazione

Parlano, parlano di libertà,
ma quando vedono la penna libera,
allora il panico li provoca.

[liberamente, da Easy Rider:
in claris fit interpretatio]

«Non mi sono mai sentita a Casa – Quaggiù» scrive Dickinson. «Riporta questo selvaggio a Casa» canta Dickinson. Emily e Bruce. E nello stesso sentire: sentirsi sempre fuori luogo. Perché fuori di testa, fuori dai denti, fuori dal coro e fuori dal metro. E ne parlavo con l’amico. L’amico della kerkoporta. Mi ricorda, ancora, la kerkoporta: «devi farti kerkoporta, basta farsi kerkoporta. Costantinopoli – si dice – cadde a causa della kerkoporta, una piccola porta secondaria».

Io sono te

Uno si recò alla porta dell’amata e bussò.
Una voce rispose: “Chi è là !” Egli rispose: “Sono io”. La voce rispose: “Non c’è posto per Me e per Te.” La porta restò chiusa.
Dopo un anno di solitudine e privazioni egli ritornò e bussò. Una voce da dentro chiese: “Chi è là !” L’uomo disse: “Sei tu.”
La porta si aprì per lui.
***Siamo tutti in cerca di chi – come racconta Rumi – ci dica “eccomi, io sono te.” Il mondo popolato solo di io (di voci che ripetono stancamente sono io) è come atomizzato in una infinità di porte chiuse. Gli io si scontrano come elettroni impazziti, e rimbalzano senza scambiarsi cariche di nessun tipo ( e quanto sentiamo vera fino allo sfinimento questo non c’è posto per me e per te). E’ probabile che si debba reimparare un alfabeto del riconoscimento reciproco. Provo a dirlo in due modi.

martedì 17 novembre 2009

Una battaglia

La vita “ci oltrepassa”, dichiara un amico. “Ci trapassa”, lo correggo.

.... Roberto Rossi Testa

Catastrofi annunciate

Dovremmo organizzare cerimonie previe per i travolti dalla prossima catastrofe, annunciata, come sempre. Ci occuperemmo una volta al mese delle vedove e degli orfani, della fragilità umana di cui dovremo rendere finalmente conto, prima o poi.

lunedì 16 novembre 2009

Inferno quotidiano

Si può arrivare a rifiutare l’estrema parvenza di dialogo, quando l’odio non ha freni e il potere è un guizzo superstite di gioia maligna. Ne sono convinto: Dio non vuole l’inferno.
... Fabrizio Centofanti

Il cinema muto

«Era una giornata afosissima. Stavamo morendo di caldo men­tre aspettavamo l’apparizione della diva. Qualcuno comincia­va a insinuare che Theda si fos­se liquefatta con il bistrò che le impastava le ciglia. Si aprì una porta e ap­parve ai nostri occhi la regina delle sirene bardata di pellicce fino ai denti. “Miss Bara — disse l’agente con una voce da im­bonitore da circo — è nata all’ombra della Sfinge. Laggiù fa molto, molto caldo e lei qui ha freddo». Theda Bara fu la prima vamp ufficiale del cinema americano. Solo quindici anni prima, nel 1903, una figura di donna piccolina e bionda si era mossa su uno schermo tremolante. Si ve­deva appena: la pellicola era breve e con­fusa. Il suo nome Mae Murray, la prima attrice cinematografica del mondo. Pochi anni dopo gli schermi erano pieni di don­ne che sbarravano gli occhi paurosamen­te o che si aggrappavano con lunghe dita tremanti ai tendaggi.
Bianca Madeccia

giovedì 12 novembre 2009

Il canto

C’era una volta un uomo che aveva il coraggio di gridare, nelle vie polverose della Palestina. Chi dice per tre anni, chi per uno: fece in tempo a dire tutto, o comunque molto, procurando fastidi, minando strutture fatiscenti, meccanismi perversi. C’era molta folla ad ascoltarlo: qualcuno ritiene che cantasse, per farsi sentire dai lontani. Potesse questo canto alzarsi oggi, potessero tremare come allora, le officine del male

Lettera alla poesia siciliana

Carissima poesia siciliana, spero che tu riesca a sentirmi, distesa in quel lettino bianco, magra, emaciata, piena di tubi e tubicini e con tanti farmaci che ti vengono iniettati da pochi, ma volenterosi infermieri, motivati dal detto “spes ultima dea”. Ti parlo e cerco di presentarmi; è educato farlo anche con un malato grave, che sembra non sentire. “Chi son, sono un poeta e cosa faccio? Scrivo”. Come il Rodolfo pucciniano, io scrivo, ebbene sì, scrivo, preferibilmente nel mio e tuo dialetto, il siciliano, poesie e prosa, e… mi sono stufata. No, non di te, non ci riuscirei, troppo grande e forte è il mio amore. Mi sono stufata della maniera in cui viene giudicata la poesia, dei parametri obsoleti che non smettono mai di spadroneggiare, del vecchiume, dell’ovvio, del ritrito, delle giurie, quelle di profilo, diciamo non altissimo, formate, in genere da professori di scuola media, con competenze …medie, un poeta, quando c’è, noto nella zona in cui si svolge il premio, magari un parroco, che male non ne fa mai, a controllare che il linguaggio non fuoriesca dai canoni del “decoro”, un politico locale, se in estate, in maniche di camicia, a dare lustro, un nome “forte” alla presidenza. Poi ci sono quelle di livello più alto, che ospitano, talvolta, financo qualche spocchioso cattedratico, formate sempre dalle stesse persone, certamente di alto valore letterario, su cui non intendo pronunciarmi, esponenti di una casta, che come tutte le caste, ha privilegi ai quali non intende rinunciare, cadreghini su cui tiene incollati i sederi, una corte di “clientes”, pronti a lisciare, leccare, incensare,per ottenerne le grazie, buffoni di corte, che scambiano la poesia per un tabellone da cantastorie, guitti da quattro soldi, ululanti ed enfatici, scopiazzatori di professione, “esperti” che non sanno distinguere il lavoro di ricercatori, da quello di critici, di glottologi, di poeti…
Flora Restivo

mercoledì 11 novembre 2009

Il simbolo

di Vito Mancuso
Dietro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’ uomo di Strasburgo vi è la preoccupazione in sé legittima di tutelare la libertà, in particolare la libertà religiosa dei bambini che potrebbe venir minacciata dalla presenza di un crocifisso nelle aule scolastiche. In realtà vi sono precisi motivi che rivelano l’ infondatezza di tale preoccupazione, e mostrano al contrario che dal crocifisso scaturisce uno sprone all’ esercizio della libertà in modo giusto e coraggioso. Il primo di questi motivi si può esprimere con le parole con cui domenica scorsa Eugenio Scalfari concludeva il suo articolo, quando, rivolgendosi al cardinal Martini e dopo aver ribadito il suo ateismo, scriveva: “Sia lei che io sentiamo nel cuore il messaggio che incita all’ amore del prossimo.

Presto presto

Via i lavavetri. Cos’è questa ressa ai semafori? Ti fermi e piomba qualcuno con un’arma impropria, un pericoloso spazzolone grondante di acqua sporca. Prima o poi scateneranno l’arrembaggio con siringhe infette e forse con pistole o bombe a mano. Se accetti i lavavetri, devi dare carta bianca anche a zingari e mendicanti di ogni risma, gente che non vuole lavorare, feccia che osa invadere lo spazio delle persone perbene, senza chiedere permesso.

martedì 10 novembre 2009

La cernia

Se un giorno verso l’una
lungo la strada
la mia pistola silenziosa
tump tum tump
ti colpisse la tempia
o nello studio, al chiuso
ti perforassi il petto
guardando nei tuoi occhi finalmente
oltre la supplica
la verità di te stesso:
la tua stupidità.

... Mauro Pesce

In una botte di ferro

Sono vecchio e senza parenti prossimi ma grazie al Cielo non sfornito di mezzi. Perciò nella mia casetta con giardino ho fatto venire una famiglia che provvede alle mie esigenze personali e a quelle domestiche e soprattutto divide con me l’esistenza: Anna e Giovanni, e i loro figli Cecilia e Massimo, i quali ultimi svolgono benissimo il compito di movimentare una vita anche troppo ordinata e tranquilla.Anna è un’ottima cuoca ed a volte non riesco ad evitare quella forchettata in più delle sue specialità meridionali che lei è bravissima ad adattare al mio regime vegetariano. Forse è per questo che stanotte, dopo un pasto piuttosto abbondante, ho fatto un sogno strano: mi alzavo come tutte le mattine e andavo in cucina per la colazione in comune ma trovavo la famiglia schierata, come per un’assemblea o forse un processo. “Umberto, qui è ora di cambiare certe cose” esordiva infatti Anna “a cominciare dalla tua alimentazione e dal tuo abbigliamento. Sei vecchio e hai bisogno di almeno un po’ di carne, me l’ha detto anche il medico. Sei vecchio e il tuo modo di vestire t’invecchia ancora di più: una tuta vivace per la casa e jeans e giubbotto per uscire e avremo intorno il bel giovanotto che eri. In seguito si darà una ripassata anche alla casa, che così com’è ora sembra più un museo che un’abitazione civile”. Mentre Anna parlava guardavo esterrefatto lei e gli altri, che guardavano me, assentendo in silenzio. “Ma che cosa vi è preso?” infine sbottavo “Non state più bene con me, in casa mia? Vi tratto male, non vi pago abbastanza? Ho forse mai fatto osservazioni su come mangiate voi, su come vi vestite e come arredate le vostre stanze?” “Ci mancherebbe anche questa” tagliava corto Anna, senza scomporsi “qui non si tratta di noi, ma di te. Ci siamo consultati e abbiamo raggiunto una decisione, e ciò che è deciso è deciso”.

... Roberto Rossi Testa

mercoledì 4 novembre 2009

Il lago

Giunti al punto preciso, senza più guardarsi né parlare, Erre ed Elle scesero comunque dall’auto e, scavalcati i resti d’una recinzione, scalarono in fretta l’altura; quindi gettarono uno sguardo verso il lago e videro ciò che s’aspettavano di vedere. Posto che fosse rimasto dell’altro, nessuno dei due lo registrò.Infine, sempre senza guardarsi né parlare, tornarono all’auto e ripartirono verso la città, di gelida furia l’uno contro l’altro armati.
Roberto Rossi Testa

Cosa abbiamo fatto

Che abbiamo fatto per meritarci questo? Lo segnalo invano, non ci accorgiamo più della violenza. Se toccassimo con mano i mille modi in cui spiano il mondo intero, ci crederemmo ancora liberi, ancora balleremmo il nostro tango, come niente fosse.
Fabrizio Centofanti

domenica 1 novembre 2009

L'Ulisse dantesco

di Bernardo Puleio

Presso Malebolge, nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco, si presenta una fiamma biforcuta, che racchiude le anime di Ulisse e Diomede. Come spiega Virgilio(1):
[…] Là dentro si martira/ Ulisse e Diomede, e così insieme/ a la vendetta vanno come a l’ira;/ e dentro da la lor fiamma si geme/ l’agguato del caval che fè la porta/ onde uscì de’ Romani il gentil seme./ Piangevisi entro l’arte per che, morta,/ Deidamìa ancor si duol d’Achille,/ e del Palladio pena vi si porta.
L’incontro con Ulisse (2) « lo maggior corno de la fiamma antica » caratterizza, connotandolo di forti, eroiche e trasgressive suggestioni, il canto XXVI dell’Inferno.
L’eroe omerico espia la colpa dell’« agguato » del cavallo di Troia, che pure reca in sé, nell’ideologia dantesca, un elemento di provvidenzialità divina: la distruzione di Troia apre la porta, attraverso le pellegrinazioni di Enea, alla nascita del « gentil seme » dei Romani, il cui impero è voluto e prescelto da Dio (3).

Nepotismo

“Ha un futuro davanti e un papà dietro” è stato il tagliente commento del “Nouvel Obsevateur” a proposito della candidatura di Jean Sarkozy, figlio ventitreenne di tanto padre, alla guida dell’Epad.Si tratta dell’organismo che gestisce il maggior centro d’affari d’Europa, la Defense, nel dipartimento Haute de Seine (alle porte di Parigi, e feudo dei Sarkozy).Subito è parso incredibile che un giovanotto, studente fuori corso di Diritto alla Sorbona, potesse elevarsi al rango di supermanager solo in virtù del cognome. In breve, è stato lo stesso figlio del Presidente a ritirare la sua candidatura, a seguito della sollevazione popolare (e bipartisan) scatenatasi oltralpe. Anche il web ha fatto la sua parte. Petizioni online e un fiorire di blog contro Sarkozy jr., il più divertente forse questo: http://www.jeansarkozypartout.com/.A ben vedere, non è che sia una grande vittoria questo gesto delle dimissioni (annunciate solennemente in televisione), anche perché il ragazzo si “accontenta” di un posto nel Consiglio d’Amministrazione dell’Epad, e di essere il prossimo candidato nelle elezioni provinciali del suo dipartimento.