giovedì 29 ottobre 2009

Il buon àugure

Il 30 giugno 1953 Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Ungaretti partirono da Genova sulla motonave Augustus, per recarsi a Barcellona, e di lì a Salamanca la cui Università li aveva invitati per un periodo di 20 giorni. Scrive Giulio Cattaneo (Il gran lombardo, Garzanti, Milano 1973, p. 40): «fu un viaggio di cui tutti e due si ricordarono sempre volentieri […] Girarono un po’ dappertutto; Gadda si arrangiava con lo spagnolo e Ungaretti parlava il portoghese come Paganel fra i patagoni, lasciando interdetti tassinari e camerieri alle sue domande concitate. Al Prado Gadda non poté vedere Rubens perché trascinato via da Ungaretti che urlava raddoppiando la erre: “È barrocco! È barrocco!” Gadda commentava l’episodio con un certo rammarico: “Erano dei bei chilometri di ciccia!” Quanto a Ungaretti, era rimasto sbalordito dalla quantità di piatti che l’altro si faceva servire: “Mangiava dodici uova!” E insisteva sulla tavolozza delle uova ammannite con una sontuosa, coloritissima varietà di salse, ogni volta aumentandone il numero: “Mangiava diciotto uova!” ».
Questo il ricordo che ci lascia Gadda in La Fiera letteraria, a. VIII, n.2 (1 novembre 1953), p. 4, poi pubblicato in C.E.G. Il tempo e le opere, Adelphi, Milano 1982, pp. 209-10 e in Opere di Carlo Emilio Gadda, a c. di Dante Isella (come il precedente), vol.III, I, Saggi, giornali, favole, Garzanti, Milano 1991, pp. 1078-79.
IL BUON ÀUGURE CELEBRA L’AUGURIO COL BUON WHISKY
Viaggiatore e osservatore imperterrito, quello che non conosce fatica e non si concede riposo: pregiatore e cercatore, d’altronde, degli agi legittimi e dei conforti indispensabili a riparare la fatica: buongustaio all’assaggio delle buone immagini senza premeditati schiocchi di lingua, nel praticare ogni attenta ricerca, investigazione, esplorazione, analisi.

La vita dei dettagli

Antonella Anedda
No detail is too small- Elizabeth Bishop
Mettere da parte la vita per poche ore almeno: apprestarsi a scomporre e connettere, a liberare e divagare.
Libro di rapimenti e di attese, di frammenti e di varchi, di abbagli e rinvenimenti, di enigmi e tremori, di solitudini e meditazioni, di schegge e fantasmi, di arbìtrï e silenzi, di pietra e sabbia, di seta e feltro, di legno e d’acqua.
Libro sapienziale e segreto, “de l’âme pour l’âme”, che richiede lettori inquieti e dal cuore intelligente, adatti ad affrontare un’esperienza conoscitiva di rara bellezza e profondità, ben disposti allo smarrimento e all’incursione, alla vertigine sia della rêverie colta che del contatto con la realtà che urta e scuote – il telo della croce rossa come un sacco di Burri-.
Un libro di commozioni ed urgenze, di rivelazioni ed ecfrasi. Un libro che ci istiga a meglio vedere e sentire, a diventare curiosi e astuti come i cacciatori di Lascaux, intransigenti ed inquieti come i congiurati negli Orti Oricellari, ebbri di felicità come certi bambini in un piano sequenza di Truffaut.
Un libro che sempre ricomincia ad ogni pagina, meglio ad ogni riga, che non si vorrebbe mai finire di leggere, tanto esalta e commuove, tanto impressiona e smaga.

martedì 27 ottobre 2009

Prepotenze

Chissà mai perché quel prepotente forzuto importuna il signore dall’aria timida e gentile, con occhiali e pancetta. Forse per nessun’altra ragione al mondo che appunto è un prepotente forzuto, e l’altro gli appare inoffensivo, bersaglio ideale per quelli come lui.Quando, sbrigata la formalità di un breve preludio a base di male parole, il prepotente forzuto mette le mani addosso all’altro, questi, schermendosi, arriva appena a sfiorarlo, quindi cade sotto una gragnuola di colpi; al termine della quale si rialza a stento, e tenendosi al muro se ne va zoppicando.Il prepotente forzuto non s’è neppure accorto d’essere stato sfiorato, e non sa, lui che lo segue con sguardo compiaciuto fino all’angolo, che l’altro, una volta fuori vista, si raddrizza e riprende la sua strada con andatura normale, anzi decisamente spedita.

Bolle di sapone

Ho comprato le bolle di sapone. Voglio dire, il necessario per farle. Le bolle non si possono comprare, non hanno prezzo.
Ho in mano il piccolo contenitore di plastica. Svitando il tappo scopro la breve asta di plastica che termina con il cerchio magico, ma prima si piega in un altro piccolissimo cerchietto. E’ da qui, da questi tondi perfetti, che nasceranno le bolle. Nel contenitore il liquido, leggermente schiumoso, ha il profumo del mirtillo.
Per anni da bambina mi sono chiesta quale fosse la formula segreta che dava vita a un simile incanto, e quale mago fosse stato così geniale da inventarla. Se poi qualcuno, con crudeltà, mi diceva che si trattava solo di sapone non ci credevo, quasi scoppiavo a piangere, ferita nel sogno.
Svito il tappo, emozionantissima. Non mi soffermo a pensare che sono matta, o infantile, regredita o fanatica. Ho la sola consapevolezza che sto per compiere un gesto mai più compiuto da oltre 30 anni.

lunedì 26 ottobre 2009

Trenincorsa

«Napoli, dunque, rientra secondo La Capria in quei pochi luoghi del mondo, come Praga, Vienna o Venezia, dove la storia si è arrestata e la città è rimasta come irrealizzata, irrisolta, per cui ogni napoletano interrogandosi su queste cose ritrova nel proprio destino personale l’interferenza della storia incompiuta della sua “tribù” e può superarla con la fantasia o con l’artificio. Una città che ti ferisce a morte o ti addormenta proprio come lo stesso La Capria ha da sempre sottolineato a proposito di quel filo magico e impercettibile che lega a Napoli i cuori dei molti che l’hanno abbandonata» (p. 71).

Pasquale Giannino

La forza della cultura

di Pasquale Giannino
Amo scrivere. Può essere un buon metodo per colmare il vuoto di lunghi pomeriggi. D’altra parte, se non ti importa nulla del calcio e detesti le interminabili code automobilistiche della domenica, riempire d’inchiostro qualche foglio bianco può essere un buon rimedio contro la noia del fine settimana. Ma è un’arma a doppio taglio: in apparenza ti offre un’occasione di svago, distraendoti per un attimo dai tanti fastidi quotidiani. In realtà, dopo qualche ora di onirica spensieratezza, riaffiorano alla mente pensieri sempre più cupi. E iniziano a balenarti mille dubbi sulla vita e sul mondo e pensi che se fossi andato allo stadio a urlare con gli altri tifosi ti sentiresti molto più sereno. Tuttavia, a un certo momento inizi a prendere coscienza della tua capacità di riflessione e ne assapori il gusto, sperando che un giorno potrai far sentire la tua voce sui problemi che angustiano il tuo tempo. Non ho mai apprezzato la letteratura d’evasione: è roba per adolescenti, nulla di più.

domenica 25 ottobre 2009

Il grido di Cordelia

Il grido di Cordelia .La luce. Solo la luce. Ecco a leggere Andrea Cortellessa in un recente articolo pubblicato ne ‘Lo Specchio’de La Stampa, che cosa è destinato a rimanere, tra qualche anno, dello sdegno sacrosanto che c’ha attraversato tutti, colpiti e sconvolti dalle rivelazioni su Gomorra e dintorni. Ma di quello fra poco non rimarrà più nessuna traccia: niente resterà della vibrante indignazione che giustamente nutriamo contro i Casalesi; niente, o quasi, resterà della ‘naturale’ solidarietà che ci lega oggi a Roberto Saviano. Di tanto sdegno non resterà più niente, se non il trauma di quella luce tanto particolare che contorna una sequenza-madre del film ‘Gomorra’: i giovani in costume che sparano con i mitra ed urlano frasi sconnesse, in una specie di paludosa no man’s land. Solo la luce radente e malsana di quei pochi fotogrammi resterà perché in essa è presente, sempre secondo Cortellessa, “ la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente ora, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, soprattutto, esserci domani, cioè idealmente sempre: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno,ci lasceranno di per sé indifferenti”. Ma, se davvero così stanno le cose, c’è un corollario tragico che va dedotto da questa riflessione di Cortellessa. Questo corollario ci dice che la luminosità straniante di quella sequenza cinematografica è lì per inquadrare anche la scena di una sconfitta, le macerie di una battaglia forse neppure combattuta, ma comunque persa. È la scena della sconfitta della Cultura tout-court intesa come base della civiltà; è la scena che indica la nostra dolorosa inanità di fronte a quei ‘contenuti’e realtà che la Cultura,come in uno specchio, sa riflettere, ma che restano comunque immodificabili, indiscutibili, inattaccabili. La Cultura non cambia alcunché, non muta, né trasforma niente. Non riesce a far niente contro la scena di uno scandalo intollerabile ed eterno: un paese che vede suoi interi territori saldamente nelle mani di un sistema politico-affaristico-criminale e un uomo solo, costretto alla clandestinità di una vita blindata perché ha avuto il coraggio e la forza di denunciare questa sconvolgente stortura. L’opera d’arte non è in grado di cambiare alcunché, non riesce( o non sa,o non può o non vuole) arrestare la china inarrestabile di un processo di imbarbarimento collettivo che non conosce fondo. E tanto più sembreranno ‘immodificabili, indiscutibili, inattaccabili’, tanto più ci lasceranno indifferenti quei ‘contenuti’ fra trent’anni quando, della nostra etica e ‘naturale’ rivolta morale contro lo stato di cose esistenti, conserveremo solo un brillìo vago, confuso: la luce che resta, quella di una indimenticabile sequenza cinematografica.

Donne

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/10/30/donne-da-nasser-ai-fondamentalisti-la-stessa-repressione/di Guido Caldiron
«La religione è un’ideologia politica. Qualcuno ritiene che la religione riguardi la moralità: no, se si studiano i testi sacri non c’è moralità. Nei libri sacri c’è una doppia moralità: una moralità per gli uomini e una moralità per le donne; la poligamia per gli uomini, la monogamia per le donne; persino nel cristianesimo, nell’ebraismo, c’è la poligamia per gli uomini. Ogni qualvolta si ha un doppio principio non c’è moralità, perché la moralità significa uguaglianza. Quindi non c’è nessuna moralità nella religione: c’è la politica, c’è il capitalismo, c’è il feudalesimo, c’è la schiavitù, c’è l’inferiorità delle donne, c’è l’uccisione degli infedeli, c’è il concetto di verginità, c’è il delitto d’onore».Nawal El Saadawi è una delle più famose scrittrici egiziane e una delle intellettuali progressiste più note del mondo arabo. Femminista, fondatrice di numerose associazioni di difesa delle donne fin dagli anni Cinquanta, psichiatra, si è laureata in Medicina al Cairo nel 1955, si è battuta per anni contro le mutilazioni genitali subite dalle ragazze, contro la violenza sulle donne in ambito familiare e ha lavorato sul tema della malattia mentale. Schierata con l’opposizione di sinistra a tutti i regimi che si sono succeduti al Cairo nell’ultimo mezzo secolo, da Nasser a Sadat fino a Mubarak, El Saadawi è diventata negli ultimi anni anche obiettivo degli attacchi del fondamentalismo islamico che la accusa di apostasia. «Il pericolo – ha scritto a proposito della sua biografia – ha fatto parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna e ho scritto. Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente». Da qui la decisione di vivere in esilio negli Stati Uniti dove insegna lingue e letterature asiatiche e africane alla Duke University.Autrice di decine tra saggi e romanzi, di cui nel nostro paese sono stati pubblicatiFirdaus. Storia di una donna egiziana (Giunti) e l’autobiografia Una figlia di Iside (Nutrimenti), Nawal El Saadawi ha presentato in questi giorni in Italia Dissidenza e scrittura il libro intervista proposto ora da Spirali (pp. 140, euro 20,00).

venerdì 23 ottobre 2009

Argo

Fare una rivista letteraria oggi significa gettarsi in un’impresa senz’altro temeraria ed azzardata, schiacciata fra due pietre di paragone che vengono continuamente evocate ( ed ogni tanto anche a sproposito): da una parte il confronto con la nobilissima tradizione italiana delle riviste letterarie d’antan e dall’altra il profluvio di pubblicazioni che, indipendentemente dalla loro oggettiva qualità, si caratterizzano per un’ esistenza di breve durata e spesso anche tribolata. La rivista di esplorazione «Argo», che compie 16 anni, è invece pubblicazione senz’altro non effimera e ‘resistente’; superate le difficoltà ed i patimenti tipici dell’età adolescenziale, dimostra con ogni suo numero di essere una delle realtà più interessanti e degne di attenzione della scena letteraria.
Ho intervistato il direttore responsabile della rivista, Valerio Cuccaroni.

Il nero della lavagna

Non posso crederci. Cerchiamo spazi al chiuso per questi poveracci, diventiamo matti per costruire un dormitorio, trovare un luogo, un simbolo per dire che ci sono, che non si possono abolire, cancellare del tutto. Tra loro c’è il santo bevitore, il povero di Assisi; c’è Gesù, c’è Dio, l’ultimo degli ultimi, il più disperato della terra.

mercoledì 21 ottobre 2009

Giacu Cayenna

OSTANA (Cuneo)
Tutti lo conoscevano come “Giacu Cayenna”. Il soprannome se l’era guadagnato quando, nel novembre del 1933, i suoi compaesani di Ostana, un piccolo borgo arroccato sotto il Monviso, a pochi chilometri dalle sorgenti del Po, l’avevano visto ricomparire dopo un lungo soggiorno all’inferno, da cui era riuscito a fuggire. La discesa agli inferi di Giacomo Bernardi, questo il suo vero nome, era cominciata il 22 febbraio del 1930.
Quel giorno, insieme ad altri 640 condannati dai tribunali ai lavori forzati, venne imbarcato a La Rochelle sul piroscafo La Martinière, un ex mercantile diretto al terribile bagno penale della Guyana francese, meglio nota come Cayenna, nell’America del Sud. Emigrato adolescente in Francia con la famiglia, “Giacu” non aveva ancora compiuto ventidue anni e doveva scontarne dieci per avere ucciso un italiano nel corso di una rissa.

Regalo di compleanno

Il 17-9-2008 Erre è entrato nell’età che aveva al momento della morte il suo zio più caro, nel quale si riconosceva più che in suo padre stesso.Il giorno medesimo, rincasando, ha trovato la porta sbarrata e polizia, ambulanze, pompieri: il condominio in cui abita aveva appena rischiato di saltare in aria, pericolo che nei mesi è andato scemando ma ha costretto a una vita di continue precauzioni ed allarmi.Pochi giorni dopo, la morte della madre di uno dei suoi amici più intimi.Poi, a intervalli non regolari ma con concentrazioni maligne, malattie e altre morti:
... Roberto Rossi Testa

martedì 20 ottobre 2009

Bambini

Premessa. Il razzismo si è appreso e si può disimpararedi Nadia Agustoni
Nel 1997 per Einaudi uscì La pelle giusta (1) di Paola Tabet. Il libro è il risultato di una ricerca fatta nelle scuole elementari e medie di tutto il territorio italiano “sul pensiero razzista tra i ragazzi” (2). Il documento che ne è risultato ci ha edotti su una mentalità che, a dodici anni di distanza, molti italiani/e, adulti e ragazzi, palesano senza vergogna. Le leggi sulla “sicurezza” hanno alle spalle un contesto di paura e ignoranza che l’antropologa Paola Tabet riuscì a indicare già allora, quando forse non era troppo tardi per intervenire con scelte culturali attente a demistificare stereotipi e cattiva informazione. A un altro libro, Io non sono razzista ma… Strumenti per disimparare il razzismo (3), purtroppo quasi introvabile, a cura della stessa Tabet e di Silvana Di Bella, il compito di raccontare il lavoro concreto fatto in varie scuole italiane con gruppi di insegnanti che hanno intrapreso un percorso con i ragazzi e i bambini con l’intento di cambiare le cose e non arrendersi al razzismo.
Il razzismo è appreso e si può disimparare. Il razzismo, quando parla con le parole dei bambini, ferisce profondamente chi legge e chi ascolta, proprio perché si incontrano nei più piccoli paura, disorientamento e una profonda angoscia. I materiali raccolti in La pelle giusta sono lo specchio in cui si vedono gli effetti dell’educazione alla paura e al rigetto dell’altro e la mancanza di rispetto per chi è percepito non solo della pelle non giusta, ma povero e analfabeta in quanto “nero” e in quanto “nero” immaginato con un comportamento più vicino all’animale che all’essere umano. Propongo, con la parte iniziale dell’introduzione di Paola Tabet, alcuni stralci del libro con le risposte dei bambini. Sembrano lettere con tante piccole grida e nessun vero destinatario. Ma siamo noi ad avere il dovere e ora più che mai, di capire. Le piccole grida sono gli effetti del terrore di essere discriminati ed esclusi se “i miei genitori fossero neri” e quindi diversi, perché solo la pelle del colore giusto permette di vivere veramente. Tutto il resto, a parte i soldi, non vale niente. Lo dicono in modo chiaro.

Suo e proprio

Alcuni ritengono che gli aggettivi suo e proprio si possono adoperare indifferentemente perché sono sinonimi. Non è proprio cosí.
Suo e proprio, è bene chiarirlo, sono sinonimi solo in alcuni casi: Giovanni conferma le sue/le proprie idee, ha messo a profitto la sua/ la propria capacità comunicativa; a volte si rafforzano a vicenda: Goffredo ha scritto la lettera di sua propria mano. L’uso di proprio, in particolare, è obbligatorio – secondo la legge grammaticale – nelle costruzioni impersonali: occorre difendere i propri convincimenti; è preferibile a suo, invece, quando il soggetto della frase è un pronome indefinito e in frasi che altrimenti potrebbero originare fraintendimenti di senso (e in casi del genere ‘proprio’ si riferisce al soggetto): ognuno può manifestare il proprio pensiero; Luca ha dato un passaggio a Giuseppe con la propria automobile (l’uso di “sua” potrebbe generare ambiguità, cioè equivoci, sul proprietario dell’automobile).
Fausto Raso

domenica 18 ottobre 2009

Nobel per la pace

Darei il Nobel per la pace ai poveri che non prendono le armi. A chi non ha da mangiare e muore in silenzio, nell’indifferenza generale. Che l’Accademia scelga tra i fantasmi nascosti negli angoli oscuri della storia, tra le voci che vorrebbero urlare e invece osservano mute la mano del passante.

Marcelo Freisco

È un lottatore, ti guarda fisso negli occhi e ti rendi conto che sa benissimo come combattere ogni giorno violenze, intimidazioni, pestaggi, uccisioni: «Le mafie sono un problema mondiale», dice Marcelo Freixo, poco più che quarantenne deputato dello Stato di Rio de Janeiro, da anni difensore dei poveri nelle favelas della metropoli brasiliana. Freixo, dal 2008 presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla diffusione delle «milicias» – i gruppi criminali paramilitari che controllano e spadroneggiano in vaste aree della città – vive sotto scorta. Nel maggio di quest’anno è stato scoperto un piano per assassinare lui e un suo collaboratore, per loro Amnesty International ha chiesto un’urgente azione internazionale.

venerdì 16 ottobre 2009

Città e democrazia

La storia lega indissolubilmente città e democrazia. Non è un caso che “polis” sia il nome della città primigenia e che l’”agorà”, il luogo della dibattito e della decisione, fosse il suo centro. Non a caso Carlo Cattaneo definiva “non città”, ma “pompose Babilonie” gli insediamenti delle tirannidi asiatiche. Non a caso il grande risveglio che ha ingioiellato di città storiche tutte le nostre regioni è associato alla lotta per l’autonomia dei “borghi” dai domini dei Signori. E non a caso la responsabilità della pianificazione urbanistica è nelle mani delle istituzioni della Repubblica. Sia l’una che l’altra, città e democrazia, mutano nel tempo. Dalla democrazia oligarchica, la democrazia dei pochi, siamo giunti, attraverso un percorso faticoso e ancora incompiuto alla democrazia di tutti. Oggi tutti i cittadini hanno diritto a eleggere i propri rappresentanti nei luoghi ove si decide.Nella nostra democrazia le decisioni le prende chi rappresenta la maggioranza. Una maggioranza che può avere varie ampiezze: può essere unanime, assoluta, relativa.

Rinnovare la scuola

Una proposta per una scuola rinnovatadi Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle
I risultati dell’indagine internazionale PISA che, dal 2000, viene ripetuta ogni tre anni per verificare quali sono le competenze dei giovani a 15 anni (in molti paesi questa età coincide con la fine della scuola dell’obbligo) denunciano che la scuola italiana raggiunge risultati decisamente insoddisfacenti, in particolare nel Sud e nelle Isole. Nell’UE peggio dell’Italia si collocano solo la Bulgaria, la Grecia e il Portogallo.
D’altra parte in ripetute occasioni e in numerosi documenti è stata ribadita l’esigenza che la scuola riesca a formare cittadini competenti e capaci di muoversi in un mondo globalizzato. Valga per tutti il rapporto della Banca d’Italia su “I divari territoriali nella preparazione degli studenti italiani: evidenze dalle indagini nazionali e internazionali” che segnala la necessità di investire sulla scuola come condizione per avere un’economia competitiva a livello internazionale.

giovedì 15 ottobre 2009

Non tutto il male viene per nuocere

Di ritorno dal grande specialista l’uomo si lasciò cadere al tavolo affranto. Il luminare gli aveva confermato che i suoi polmoni erano in uno stato pressoché terminale, e che solo un trattamento ancora in sperimentazione lasciava almeno un barlume di speranza. Ma per essere inseriti in quel programma, non sostenuto dal servizio pubblico, occorreva accollarsi costi diretti e indiretti notevolissimi. Aveva lui la cifra necessaria al tentativo di salvarsi la vita? No, maledizione, non l’aveva né l’avrebbe avuta mai. L’uomo fissava con odio ahilui tardivo il pesante portacenere di cristallo che aveva davanti, ancora colmo di mozziconi; poi a un tratto, in un raptus incontenibile, lo afferrò e lo scagliò giù dalla finestra semiaperta.
Roberto Rossi Testa

Ogni attimo

È stato subito dopo la predica di don Alfiero sullo stilita siriano, che lui indicava come modello di vita, che ho deciso di mollare gli incontri settimanali in parrocchia a due passi da casa mia sulla Salaria e frequentare il corso della Regola vicino piazza Vittorio.“Certo ci metto una vita ad arrivarci” ho pensato, mentre mi iscrivevo, ma l’idea di entrare nel cuore di Roma una volta a settimana e gli occhi della segretaria mi hanno convinto subito.Si tratta di seminari collettivi in cui si segue una Regola.
Emanuele Kraushaar

mercoledì 14 ottobre 2009

Compassione

Avrei molto da ridire su consacrati tagliati per ben altro, ministri che non trovano il tempo per il minimo impegno pastorale, catechiste pronte a difendere le false vittime di turno. Avrei da scomunicare e denunciare, ma sarebbe vano. La catena del male va arrestata, anche a costo di restare schiacciati da un meccanismo mostruoso d’ingiustizia, arrivando a dubitare di qualsiasi verità.

Il Regno di Dio

Che bella sorpresa: Gesù è tornato, è venuto a vedere come procedono le cose. Deve adattarsi alle tecnologie, ai ritmi inediti, al tempo concentrato di comunicazioni e spostamenti rapidissimi. Ha un vestito sobrio, l’espressione calma, un sorriso facile ad aprirsi. Fa il volontario in una parrocchia di periferia, alla mensa dei poveri, coi quali si ferma a chiacchierare. Parla di felicità, sa che per loro è una cosa naturale, sebbene nessuno se ne accorga

lunedì 12 ottobre 2009

Il silenzio di Lei

La Verità esiste solo perché tu la cerchi.
Non dissipare il cerchio del vapore
che lentamente disegna intorno a te
un bersaglio, non preservare le prove
non aspettare che il fiore cada
dai capelli, che il miscuglio di tenerezza
e ostentazione avvampi sul ciglio del tuo volto.
Canta ancora, nelle notti di polvere orientale
il disinteressato mormorio della ragione
che ti guida, come la luce del porto un levantino;
che possiedi, come il profumo che s’ apre
dal ventre di un’orchidea, consisti ancora
nel proposito di un giorno, nella paternità
dell’ardua sfida che chiamano: idea.
Nulla sanno di te i pallidi coscritti che scendono
dai treni del nulla d’occidente, nulla possono
prendere di te, i finti cocchieri della potenza,
memori di illusioni finite, profeti del gorgo
della distruzione, tu non appartieni a loro
e nessuno possiede il silenzio tragico
che di notte, dolcemente, ti culla.
La Verità esiste, e tu, nel vento insonne, la cerchi.

Fabrizio Falconi 29 maggio 2009 – per Aung San Suu Kyi

Epitaffi

Scrittrice di epitaffi sulle lapidi dei cimiteri
donna del disincanto
raccolgo pene di cuore e amoreggiamenti
in questo mondo ricoperto di polvere
E sono così brava
che ho un camposanto tutto mio
E’ una gioia a primavera
potare le roselline bianche e sfrondare la verbena
Dei fiori che colsi ne faccio corone
Di quelli che non colsi
poesie che poggio sulle lapidi
In ogni angolo della mia anima
c’è una lapide ad un Dio differente
Bianca Madeccia

domenica 11 ottobre 2009

Calendari

Tra poco arrivano. Ci sono macchie chiare, sapientemente dosate con zone contrapposte, di diverso colore. Il chiaroscuro è essenziale, in questi casi. Bisogna che la mente sia presa senz’accorgersene, una specie di trappola per topi. E i topi sono tanti, già pronti con l’acquolina in bocca, i baffi in perenne movimento. Sono lì che aspettano impazienti, la coda dell’occhio spia curiosa l’orizzonte dello schermo, perché questo è il tempo, è questione di ore, forse di minuti

Discorso sulla terra dell'osso

Il paese è esposto a nord. È un paese di cattivo umore. Contadini costretti a zappare controvento. Due ore di cammino per arrivare a una “mezza cota” piena di pietre. Prima ancora era un esilio di pastori, dunque una terra di gente abituata a passare molto tempo in solitudine. Solitudine, malumore. Infine la scontentezza e la paura tipiche di questo tempo. Ai mali suoi il paese della cicuta ha aggiunto quelli degli altri, quelli della piccola borghesia urbana traslocata qui dagli stipendi: gli insegnanti, gli impiegati al Comune o all’ospedale. Alla durezza, all’ostilità di sempre, all’attitudine a scoraggiare e a scoraggiarsi, si è aggiunta l’ipocrisia, la stitichezza emotiva. Vivere in un posto del genere significa consegnarsi all’infelicità. Poi si può solo decidere come sfruttarla. Sfruttarla per scrivere o per incentivare l’infelicità degli altri. Sfruttarla per circuire con un robusto anello di noia la propria infelicità in modo da non sentirla. A ciascuno il suo. L’insieme delle scelte o delle non scelte costruisce un luogo che è insieme secco e viscido, aspro e melmoso. Non ci sono spiriti tiepidi, accasati in una vita operosa e tranquilla. Tutti sembrano affaccendati, chi a costruire un fallimento già costruito, chi a salire una cima che non c’è. Infatti il paese è in alto, ma non ci sono montagne.

sabato 10 ottobre 2009

Litoranea

di Carmine Vitale

Andata

Chilometro due(una storia così)
Il cielo è pieno di nuvole gonfie di pioggia lontana sul mare, lungo la strada, un cane giace solitario in una netta striscia di sole. Si sente forte l’odore della morte mentre il giorno ruba spazio all’alba.L’azzurro sbiadito diventa grigio nello specchio delle pozzanghere.Ogni mattina, entrano come in una rotazione geometrica, nella mia vita piccole figure sfreccianti con i loro colori sgargianti, i ceppi ancora fumanti di una notte passata.Nessuna di loro è in viaggio premio. Nessuna di loro ha pagato un biglietto o svenduto i propri sogni.Sono semplicemente svaniti insieme.Come le fiamme dei fuochi che di notte illuminano gli abissi e di giorno lasciano spazio solo all’immaginazione.Mi sono abituato a loro, sono diventati volti familiari come il tabaccaio sotto casa, il giornalaio, il venditore abusivo di frutta, i rumeni albanesi marocchini polacchi che la mattina di ogni santo giorno percorrono a piedi questa strada affiancata dalla pista ciclabile più lunga d’Italia.Litoranea che corre lungo il mare chilometri e chilometri di pini sabbia e vento campi malati di pomodori bufale e puttane mucchi di rottami letame gente vestita a festa.Da anni faccio questa strada, attraverso case e baracche che mi scivolano addosso e penso al mio lavoro a quei mattini cosi pieni di sole a chi come loro è arrivato qui spinto dalla fame o dalla speranza e ha trovato solo la disperazione.Scrivo così, piccole poesie raccontini samidzat senza capo né coda e leggo i poeti dell’est di quell’Europa finita sulle nostre strade erede di una cosi grande cultura e così densa di bellezza che oggi qui raccoglie i pomodori soddisfa le voglie degli arrapati da un po’ di calore al freddo cuore degli animali umani.Piccoli affari sporchi si svolgono a tutte le ore e intanto intorno a quest’abisso spuntano alimentaristi musulmani improvvisati, è più facile trovare vodka che vino, e sudice baracche si trasformano in posti telefonici internazionali e cessi pubblici.Perfino i topi di campagna che a stento parlavano il dialetto, oggi squittiscono in polacco.Tutte le idee grandiose di Honza Ana Viola Jana d’improbabili Jennifer, Samantha, sono un’unica catena come la catenina che Lefty si toglie prima di andare a morire.Lo guardavo stamattina prima di andare in bagno prima di continuare a leggere Auschwitz e ripensare all’urlo di Fiore di quando abitavo a Salerno.

Il pelo sullo stomaco

Caro Vasco,
davvero ci vuole quello che io non ho, ci vuole pelo sullo stomaco [ho solo l’esofago a fiamma e più di un’ulcera e no!, lo so che non bastano]. Il problema è che non lo voglio. Non più. È sempre una questione di pelo. E nugoli di discussioni/dibattiti «De Videocracy» [hanno scoperto che tettEculi muovono marEmonti? Complimentoni! Non ce ne eravamo maimai accorti!] e cercare di muovere passi senza prostituire né corpo né credo – sapevo, l’ho sempre saputo, non sarebbe stata impresa facile… E sì che tu [me] lo canti da sempre: «le regole sono così / è la vita! ed è ora che CRESCI! / devi prenderla così… ». E sì che ti re-cito da sempre: «Sì, stupendo! Mi viene il vomito!». E sì che: nausea dopo nausea, ho rimesso tutto – in ginocchio, pregando per domani migliori da destinare. Io ho visto. Io ho sentito. Tutto. Tutto lo schifo, tutti gli orrori, tutte le perversioni, tutta la merDaviglia del popolo delle Arti. Cazzi loro! Al di là del disgusto e del senso di sporco che cercano di viscidarti addosso – ho rinunciato a molti facili guadagni per salvarmi la dignità. E ti assicuro: sono felice così. O meglio: ERO felice così – affrontando a muso duro torme di corrotti araldi del putrido. Mi credevo: svezzata e pronta. Una roccia: mi credevo. Credevo fosse cresciuto quel benedetto pelo sullo stomaco, forte della meRdaglia conosciuta nel “dietro le quinte”, degli scheletri palesati “dentro gli armadi”. E quando si è così – ingenuamente – convinti di farcela, qualcosa ti frena. Ti congela. All’improvviso. Qualcosa ti toglie la corazza, ti strappa la maschera. E più che qualcosa: qualcuno. Quel qualcuno che può – farti capire che NON hai: il pelo sullo stomaco.

giovedì 8 ottobre 2009

Meghiddo

Tutto fa pensare a una guerra tra ricchi, all’ultimo duello fra potenti che hanno deciso di distruggersi a vicenda a colpi di giornali e di Tv. C’era una volta una città, di nome Meghiddo, venti volte rasa al suolo e venti volte risorta. Arroccata su un colle – in ebraico ar -, divenne l’emblema degli scontri finali, di tutte le battaglie decisive. Come questa.
Fabrizio Centofanti

Milano in una stella

Sette e trenta del mattino. Il cuore d’autunno è ancora lento. Io e Franco ci prepariamo in silenzio il lungo cammino. Controllo zaini: ci deve essere tutto – o solamente – quello che serve per la spedizione Milano. La giornata sarà lunga, oltre quaranta chilometri davanti ai piedi sono fuori ad aspettarci. L’ultimo attimo è dedicato a ciò che dobbiamo non avere: sul tavolo restano soldi, cellulare, mappe. Nel taccuino c’è un biglietto dell’ATM: l’unico legame con la civiltà urbana che dovrà ricondurci qui a fine cavalcata verso la vetta.
La giornata si annuncia bella: l’umido entra nelle ossa e mi ricorda quando ero un ragazzo di città e la vita urbana poteva trasformarsi in un’avventura lontana da tutto e da tutti: bastava cliccare su Immaginazione. Godo il tepore che sale e tutto pare più bello in questa fine novembre, qui nel profondo Nord: da est il sole esplode gigantesco verso l’alto, danza sull’asfalto che conduce alla Via Emilia poi si assesta. Il cavalcavia in Corvetto è una rampa di lancio.

martedì 6 ottobre 2009

Lo scrittore

Parlerò bene di uno scrittore famoso. E’ un impresa titanica, in genere. Mandi messaggi e non rispondono; tocchi con mano il non essere come categoria esistenziale, non solo filosofica. Con *** niente di tutto questo. Ti accoglie, aiuta, consiglia. Mi chiedo se lo faccia con me, esclusivamente. Mi piacerebbe pensarlo: sono un tipo speciale, mi dico, è giusto che mi trattino bene. Ma rinuncio alla versione narcisista: *** è gentile e disponibile a prescindere.
Fabrizio Centofanti

Ama il prossimo tuo

Quando lessi “Ama il prossimo tuo” di Remarque avevo undici anni.Giungendo al punto in cui uno dei personaggi, ubriaco, va con una donna di strada e la chiama con il nome dell’amata lontana (lasciata nel tentativo di salvarsi e salvarla dai nazisti che danno loro la caccia), avvertii stordimento e nausea, e quel che restava della fanciullezza mi abbandonò d’un tratto.
Roberto Rossi Testa

lunedì 5 ottobre 2009

L'art. 21 della Costituzione

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. (Art. 21 Cost.)
La parola è suono, la parola è ritmo, la parola è sguardo, la parola è storia, la parola è stato d’animo, e può esprimere verità o menzogna, bellezza o abbrutimento, nobiltà o volgarità, originalità o omologazione, intelligenza o stupidità. La parola sancisce l’unicità e l’irripetibilità di una vita. E’ un diritto che nessuno può toglierci, perché è voce che esce dal grembo della terra, dal diaframma del nulla, è, insomma, diritto stesso alla vita; né può accettarsi che venga tolta, la parola, a chi assume il compito di informarci a rischio talvolta della propria esistenza, del posto di lavoro, del buio di verità per tutti coloro che non possono andare a cercarsele da soli, le informazioni; specie quando non nascono da curiosità, ma dalla necessità di fare scelte che condizioneranno fortemente la loro esistenza come singoli e come membri di una comunità. La parola che si trasforma in informazione è come il bastone per il cieco, come gli occhi dell’accompagnatore che gli permettono di muoversi nel mondo senza sfracellarsi in un burrone o sotto un treno.

7047.64

È il numero dei chilometri che separano Auckland, Nuova Zelanda, dall’Isola di Pasqua (o Rapa Nui), attualmente parte dello stato cileno. Settemila chilometri e sessantaquattro centimetri di sola acqua, acqua, acqua.L’anno scorso ho preso un aereo che ha solcato l’Atlantico e mi ha portata in Cile; dopo una settimana un altro volo mi ha tenuta sospesa su quattromila chilometri di immenso blu per depositarmi in un aeroporto su un’isola sperduta in mezzo al nulla: la terra più vicina quella da dove ero partita. Un’isola a forma di boomerang il cui periplo è fattibile a piedi in un giorno. Da tenere sul palmo di una mano, con tutti i suoi misteri.

sabato 3 ottobre 2009

La riscoperta del recital

Nel mondo della musica classica è riemersa la febbre da recital.
Possibilmente tematico.
Dai fasti dei dischi tematici degli anni Sessanta (che resero famosi cantanti come Fritz Wunderlich o Rita Streich) si è tornati ad un’operazione similare. Con un tocco di glamour. Per una ragione di fondo: i costi troppo alti per registrare in studio un’opera lirica.
Sembra un paradosso, ma da pochi anni le major internazionali hanno praticamente dismesso la produzione in studio di opere complete, preferendo ricorrere alle registrazioni dal vivo, possibilmente in coproduzione con i network radiofonici. Qualche anno fa, la EMI registrò in studio a Londra il “Tristan und Isolde” di Wagner con Placido Domingo e l’orchestra del Covent Garden: eppure l’investimento fu possibile per merito della donazione di un mecenate. Durante l’estate del 2008, invece, ha annunciato il “Die Presse”, è stata messa in produzione una nuova registrazione del “Ring des Nibelungen” di Wagner, direttamente dal festival di Bayreuth, destinata per la pubblicazione su cd. Ovviamente con lo zampino della Radio Bavarese, da molti anni partner di quasi tutte le etichette discografiche, e solo da pochi mesi messasi in proprio con una propria etichetta, pronta ad attingere dal suo incredibile archivio.
Così, mentre etichette come Sony Classical e Deutsche Grammophon si ritrovano a collaborare con le varie radio tedesche per pubblicare opere complete o concerti inediti (basti pensare, per quest’ultimo caso, al pianista Vladimir Horowitz e a due recital degli ultimi anni ’80 pubblicati recentemente, uno a testa, da entrambe le etichette), per ovviare al problema dei costi ingenti delle opere complete, si preferisce tornare al caro, vecchio, recital.
Con due filoni: il tema generale e l’artista.

Mendelsohn vs D'orrico

Per conoscere lo stato delle ‘magnifiche sorti e progressive’ in cui versa una parte della nostra critica, consiglio di recuperare e leggere la pagina della Cultura del Corriere della Sera di martedì 23 settembre. 6 colonne 6 firmate da Antonio D’Orrico, uno dei più noti giornalisti del quotidiano di via Solforino. L’articolo si occupava dei motivi per cui editori, più o meno celebri, avevano rifiutato la stampa di opere diventate poi, imprevedibilmente, autentici bestseller. Vexata quaestio, certamente. Ma ciò che più colpiva nell’articolo era la sprezzante sicumera con la quale D’Orrico tranciava giudizi strabilianti su capolavori quali l’Ulisse o La ricerca del tempo perduto. Del primo, dopo una preventiva museificazione e neutralizzazione in quanto “ monumento della narrativa novecentesca”, D’Orrico aggiungeva che “molte sue pagine, compreso lo stupendo monologo finale di Molly, sembrano ispirate dalle fantasie di un liceale a disagio con problemi di foruncoli”. Dunque mr. Leopold Bloom e Stephen Dedalus creati, come gli Step e le Babi di Federico Moccia, dalle stesse frustrazioni postpuberali non risolte? E poi più avanti botte ancora a Joyce e al suo Finnegans Wake, che è solo la “ manifestazione estrema di disagio esistenziale”. Non basta: poche righe dopo tocca a Proust che viene paragonato nientemeno che a… Sordi. Stessa parabola per entrambi, a dar retta a D’Orrico: come l’Albertone nazionale, anche Proust “ partito per criticare i suoi personaggi, ha finito per esaltarli. Ha fatto dei Verdurin un modello di comportamento” In realtà, anche il lettore più distratto della Recherche proustiana sa che i Verdurin rappresentano esattamente la quintessenza della modestia intellettuale e culturale ammantata di presunzione e di snobismo. Altro che esaltazione, altro che modello. Ma D’Orrico non si cura di queste inezie e prosegue inarrestabile. Calvino è accusato di “bambineria”, Bataille appare come “sculettante davanti all’irrazionale” ( cioè?), Kundera è uno scrittore “artificioso” e basta. Ma è la letteratura in toto che viene attaccata in questo articolo dal critico del Corriere, tanto che viene assimilata ad “ uno sfogo di liceali affetti da foruncolosi?”. Il punto interrogativo provvidenzialmente mitiga l’ ennesima reiterazione della coppia adolescenza-foruncoli, usata da D’Orrico come magico passepartout capace di spiegarci tutto: Joyce, Proust, la Letteratura tout court. Ma val la pena stupirsi?

venerdì 2 ottobre 2009

La mattina dopo

È stata la mattina dopo aver visto quel documentario del National Geographic sulle lotte omicide tra gli scorpioni che, dopo molto tempo, sono andato più sereno al lavoro.“Nessuno dei miei colleghi” ho pensato, infilando il viale che porta alla clinica “ha quei terribili pungiglioni velenosi”.
Emanuele Kraushaar

Parlando con Bill Evans

di Sergio Pasquandrea
C’è stato un periodo in cui ero convinto di essere Bill Evans.Nel senso che dire “mi piaceva Bill Evans” è troppo poco. Innanzi tutto, la scoperta della sua musica, per me, ha in pratica coinciso con la scoperta del jazz; in secondo luogo, l’ascolto della sua musica è stato un’esplorazione di territori psichici che non ero del tutto cosciente di possedere.Le ragioni sono facili da intuire: fra tutti i jazzisti della sua epoca Bill Evans fu, senza alcun dubbio, quello con le più profonde e complesse radici nella musica classica europea, e uno dei pochi che riuscì a fondere quelle radici con il jazz in modo talmente perfetto da non lasciar percepire nemmeno la più sottile linea di cesura. Per me, che cominciavo ad addentrarmi nel jazz, ma che fino ad allora mi ero nutrito a dosi massicce di Bach, Chopin, Debussy e Ravel, la sensazione di aver trovato un fratello gemello era insopprimibile.

giovedì 1 ottobre 2009

Allora la saluto

Comunione a un malato gravissimo, costretto a letto, intubato, inabile alla fonazione e a qualunque tipo di comunicazione che non sia un sorriso, una smorfia, una lacrima sfuggita dalla coda dell’occhio. C’è anche la sorella, piccola di statura come lui, maestra elementare ormai in pensione. Si finisce, non so come, a parlare di facebook. Lei non ha voluto mettere la foto. Mi racconta che le hanno chiesto l’amicizia, con un messaggio allegato: Quanti anni hai?
Fabrizio Centofanti

Quale Allegria

Dicono che la religione sia proiezione dei bisogni dell’uomo. Che l’aldilà sia un’illusione per superare la paura della morte. O, peggio, l’oppio dei popoli, per mettere a tacere i disperati della terra. Se ripercorriamo la storia della fede, c’imbattiamo prima o poi nel nero della notte più fonda, nel terrore per i fulmini, nei graffiti apotropaici all’interno delle grotte. Fossi un uomo primitivo, condividerei lo sgomento, cercherei le stesse vie d’uscita.
Fabrizio Centofanti