di Carla Forcolin, fondatrice dell’associazione La gabbianella
I nostri operatori umanitari all’estero, sacerdoti missionari o laici, quando incontrano bambini non registrati all’anagrafe dei loro paesi, ve li iscrivono immediatamente. Lo fanno per dare loro la protezione della legge, per poterli curare negli ospedali, per poterli mandare a scuola.
Se non si è iscritti all’anagrafe non si esiste per la società civile. Non si può proteggere un bambino, che per la società non esiste, né da mafie che lo vogliano sfruttare, né da predatori di organi, né da pedofili. Inoltre, un bambino che non è iscritto all’anagrafe non esiste per l’assistenza sanitaria né per il sistema scolastico. Le bande di adolescenti che scorrazzano vivendo di espedienti, furti e rapine, in tutti i paesi poveri, sono costituite quasi esclusivamente da bambini ignorati dall’anagrafe, dalla scuola e dalla sanità pubblica. Bambini come gli altri, costretti a subire di tutto e appena grandicelli induriti dalla crudeltà della loro stessa vita. Bambini privi di qualsiasi educazione, cresciuti alla scuola della strada, che diventano pericolosi per l’intera società
lunedì 31 agosto 2009
Tracce
La paura dell’essere umano è quella di perdere l’essenza, ciò che fa di lui, o di lei, quella persona. Gli antichi mettevano una pietra nel luogo in cui avveniva l’incontro della vita. Anch’io ho messo una pietra. Dovessi morire mille volte, tornerei là a cercare le tracce del mio io.
venerdì 28 agosto 2009
L'epoca geniale
Ci avviciniamo ora a gran passi, nel nostro racconto, a quell’epoca meravigliosa e catastrofica che nella nostra biografia porta il nome di epoca geniale.
Invano negheremmo che fin d’ora sentiamo quella stretta al cuore, quella dolce inquietudine, quel sacro timore che precede i momenti estremi. Ben presto ci mancheranno nella tavolozza i colori e nell’animo la luce per apporre i più alti accenti, sottolineare i più luminosi e ormai trascendentali contorni di questo quadro.
Che è ormai quest’epoca geniale e quando fu?
Qui siamo costretti a divenire per un istante totalmente esoterici, come il signor Bosco di Milano, e a ridurre la voce a un penetrante bisbiglio. Dobbiamo punteggiare i nostri argomenti con sorrisi ambigui e, come una presa di sale, frantumare sulla punta delle dita la delicata materia delle cose imponderabili. Non è colpa nostra se a volte avremo l’aspetto di quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla.
Quest’epoca geniale, dunque ci fu o non ci fu? Difficile rispondere. E sì, e no. Ci sono infatti cose che completamente, fino in fondo, non possono accadere. Sono troppo grandi per rientrare in un avvenimento, e troppo magnifiche. Tentano soltanto di accadere, tastano il fondo della realtà per sapere se le sostiene. E subito si ritraggono temendo di perdere la propria integrità in una realizzazione difettosa.
Invano negheremmo che fin d’ora sentiamo quella stretta al cuore, quella dolce inquietudine, quel sacro timore che precede i momenti estremi. Ben presto ci mancheranno nella tavolozza i colori e nell’animo la luce per apporre i più alti accenti, sottolineare i più luminosi e ormai trascendentali contorni di questo quadro.
Che è ormai quest’epoca geniale e quando fu?
Qui siamo costretti a divenire per un istante totalmente esoterici, come il signor Bosco di Milano, e a ridurre la voce a un penetrante bisbiglio. Dobbiamo punteggiare i nostri argomenti con sorrisi ambigui e, come una presa di sale, frantumare sulla punta delle dita la delicata materia delle cose imponderabili. Non è colpa nostra se a volte avremo l’aspetto di quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla.
Quest’epoca geniale, dunque ci fu o non ci fu? Difficile rispondere. E sì, e no. Ci sono infatti cose che completamente, fino in fondo, non possono accadere. Sono troppo grandi per rientrare in un avvenimento, e troppo magnifiche. Tentano soltanto di accadere, tastano il fondo della realtà per sapere se le sostiene. E subito si ritraggono temendo di perdere la propria integrità in una realizzazione difettosa.
La scommessa
Se è vero ciò che Christian Boltanski, uno dei più importanti artisti della scena contemporanea, afferma nell’intervista apparsa recentemente su “Le monde”, si può senz’altro dire che ormai anche l’ultimo esiguo diaframma che ab aeterno ha separato Arte e Vita è caduto definitivamente. Boltanski ha deciso una svolta che non prevede ripensamenti: lavora per “ dare realtà alle finzioni, alle parabole”. Due progetti, soprattutto: il primo consiste nel creare “una biblioteca di cuori dislocata in un’isola del mare del Giappone. Migliaia di battiti registrati. Si saprà il nome, la data, il luogo”. Del resto, già la sua installazione intitolata “Le coeur”(2004) era basata sull’amplificazione del rumore del proprio battito cardiaco, accompagnato dalla fioca luce di una lampadina che pulsava allo stesso ritmo. Il battito cardiaco: la più sintetica e scarna espressione dell’io, dell’istinto vitale, il ritorno al sé più intimo e più profondo; il battito del cuore come punto di tangenza tra tutti gli esseri, la mutua sincronizzazione tra l’artista e il resto dell’umanità. Ma è il secondo progetto, che viene anticipato in questa intervista, quello che più ‘scandalizza’.
mercoledì 26 agosto 2009
Voci
Sento voci di cambiamento: niente comunione nelle mani, elevazione rivolta a oriente (spalle al popolo); un canonico ha parlato della possibilità di annullare il Vaticano II, se si dovesse concludere che non è in continuità con la tradizione cristiana. M’interrogo sul senso di queste posizioni. Penso a Gesù, alla sua libertà di movimento, alla sorpresa dei suoi gesti quotidiani. Dovrei rassegnarmi a una forma che sembra prevalere sull’imprevedibile manifestarsi della vita?
Io sono un bambino con un mantello nero
di Nadia Agustoni
Io sono un bambino con un mantello nero, nero come la notte che è nera e come il buio in cantina che è nero e anche il bosco è nero e neri gli alberi e nera la terra che è ancora più nera nelle grotte e nero il cielo in cima ai rami e le foglie sono nere e neri gli uccelli e la civetta. Questo è il paese nero, con la gente nera e io non ho paura delle cose nere, solo dei cuori neri e di cappuccetto rosso che non capisce nulla dei lupi e fa le cose tanto per farle, ma mi hanno detto e ve lo dico, che solo i bambini veri capiscono i lupi, che solo i bambini neri parlano con i lupi e gli dicono le cose ai lupi come un comandamento e i lupi non rispondono, li guardano e sono lupi che fissano un bambino che è quasi una stella, la loro stellina oscura.
Io sono un bambino con un mantello nero, nero come la notte che è nera e come il buio in cantina che è nero e anche il bosco è nero e neri gli alberi e nera la terra che è ancora più nera nelle grotte e nero il cielo in cima ai rami e le foglie sono nere e neri gli uccelli e la civetta. Questo è il paese nero, con la gente nera e io non ho paura delle cose nere, solo dei cuori neri e di cappuccetto rosso che non capisce nulla dei lupi e fa le cose tanto per farle, ma mi hanno detto e ve lo dico, che solo i bambini veri capiscono i lupi, che solo i bambini neri parlano con i lupi e gli dicono le cose ai lupi come un comandamento e i lupi non rispondono, li guardano e sono lupi che fissano un bambino che è quasi una stella, la loro stellina oscura.
martedì 25 agosto 2009
Fernanda Pivano intervista Fabrizio De Andrè
Pivano: Hai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di fare questo disco?
Fabrizio: Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto diciotto anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi ci trovavo qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita si è cotretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.
Fabrizio: Spoon River l’ho letto da ragazzo, avrò avuto diciotto anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi ci trovavo qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita si è cotretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi di Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.
Quando si progettavano i modi di uccidere
…quando si progettano i modi di uccidere…
di Ryszard Kapuściński
in memoriam J.P
1
…quando si progettano i modi di uccidere
vengono considerate svariate tecniche
2
eppure si tornerà ai metodi più semplici
(alla faccia dei seguaci dell’elettronica
convinti che esista solo la loro dea)
e si userà il manganello -
un ramo nodoso
di Ryszard Kapuściński
in memoriam J.P
1
…quando si progettano i modi di uccidere
vengono considerate svariate tecniche
2
eppure si tornerà ai metodi più semplici
(alla faccia dei seguaci dell’elettronica
convinti che esista solo la loro dea)
e si userà il manganello -
un ramo nodoso
lunedì 24 agosto 2009
Stato di vigilanza
“Stato di vigilanza” è orecchio sul cuore espanso e volatile della vita per auscultarne il battito, le apnee, le accelerazioni; è sguardo sulla sua tangibile consistenza, sull’impalpabile essenza. E noi, leggendo, ne seguiamo la traccia di visione, la militanza di attenzione e di parola.
Ma questo, a ben riflettere, è ciò che ognuno dovrebbe fare: da uomo, prima che da poeta, e che di rado si fa, piegati sulla porzione di mondo strappata e difesa coi denti. Il poeta è colui che si assume il compito di guardare là dove altri non arrivano o dove girano la faccia. Un compito assunto non per dovere sancito, ma perché non saprebbe fare diversamente; in questo egli gioca la propria esistenza, mettendoci tutto sé stesso.
Ma “stato di vigilanza” può significare anche altro: lo stato psicofisico di chi è indenne da patologie che riducono o annullano la capacità di veglia e di attenzione (questa seconda definizione, al pari di altre nella raccolta, è mutuata dalla terminologia medica; a partire dal titolo della prima sezione).
Ma questo, a ben riflettere, è ciò che ognuno dovrebbe fare: da uomo, prima che da poeta, e che di rado si fa, piegati sulla porzione di mondo strappata e difesa coi denti. Il poeta è colui che si assume il compito di guardare là dove altri non arrivano o dove girano la faccia. Un compito assunto non per dovere sancito, ma perché non saprebbe fare diversamente; in questo egli gioca la propria esistenza, mettendoci tutto sé stesso.
Ma “stato di vigilanza” può significare anche altro: lo stato psicofisico di chi è indenne da patologie che riducono o annullano la capacità di veglia e di attenzione (questa seconda definizione, al pari di altre nella raccolta, è mutuata dalla terminologia medica; a partire dal titolo della prima sezione).
Chiaroscuro
Chiara la schiuma del caffè sullo scuro del liquido.
Il vecchio si attarda a zuccherarlo attento a non fare alcun rumore, con gli occhi bassi. Accanto al bicchiere da caffè c’è il piattino con un biscotto, lo mangia e al suo posto mette il cucchiaino. Dolce il sapore del caramello che poi, come sempre, si trasforma in un amaro retrogusto. Beve il primo sorso di caffè e alza lo sguardo verso l’orologio sulla parete, lancette scure sul chiaro dello sfondo, sono quasi le otto della sera. Beve un altro sorso e guarda oltre i vetri della porta. La visuale d’angolo gli permette di concentrarsi sulla gente che attraversa venendo verso di lui o allontanandosi, in entrambi i sensi, incrociando il traffico dei veicoli.
... Arturo Fabra
Il vecchio si attarda a zuccherarlo attento a non fare alcun rumore, con gli occhi bassi. Accanto al bicchiere da caffè c’è il piattino con un biscotto, lo mangia e al suo posto mette il cucchiaino. Dolce il sapore del caramello che poi, come sempre, si trasforma in un amaro retrogusto. Beve il primo sorso di caffè e alza lo sguardo verso l’orologio sulla parete, lancette scure sul chiaro dello sfondo, sono quasi le otto della sera. Beve un altro sorso e guarda oltre i vetri della porta. La visuale d’angolo gli permette di concentrarsi sulla gente che attraversa venendo verso di lui o allontanandosi, in entrambi i sensi, incrociando il traffico dei veicoli.
... Arturo Fabra
domenica 23 agosto 2009
Ridere
Non c’è niente di più difficile che mettere d’accordo settanta teste in un posto come questo, dove bisogna far sentire allo stesso tempo la possibilità di essere se stessi e quella di crescere, di ricevere un frammento di senso, giorno dopo giorno.
Nelle quinte del mondo
La paura passa in un modo solo: quando ti accorgi che i cuori sono aperti. Non sai come è successo; dovessi ricostruire le fasi del processo, non ci riusciresti. Sai solo che, uno dopo l’altro, confidano di aver sentito, di essersi trovati nel mezzo di un evento di cui non erano padroni, ma che gli regalava una misteriosa libertà.
venerdì 21 agosto 2009
Campo giovani
Devi essere sicuro, non sbagliare mai. Sei il capo, la guida, adibito a districare gli altri e te stesso nel labirinto che neanche tu conosci. Non solo un intreccio di direzioni opposte, ma un coacervo di tensioni sempre pronte a esplodere. Riprendere il filo, dipanarlo, spetta solo a te: la comunità è mobilitata, ma l’ultima parola, e spesso anche la prima, tocca a quello che chiamano pastore.
Come resistere alla cultura del narcisismo
di Francesco Erbani
Due scrittori fanno a cazzotti e uno dei due (Antonio Scurati) urla all’ altro (Tiziano Scarpa): «Sei il sintomo della degenerazione della società intellettuale italiana». Poi, dopo un’ altra gragnuola di pugni, sibila: «Per me questo è un congedo definitivo, anche luttuoso, dal cadavere della società letteraria».
Goffredo Fofi, lei ha partecipato a riviste come Quaderni piacentini, ha fondato Ombre Rosse, Linea d’ ombra, La terra vista dalla luna, ora dirige Lo straniero, ha scritto di letteratura e di cinema, oltre a fare tante altre cose, le domando: esiste ancora in Italia quel complesso di istituzioni, uomini e idee che possiamo definire una società letteraria?
«Non credo proprio». Ma un tempo esisteva, lei ne è rimasto fuori, ma l’ ha scrutata e raccontata da “minoritario per vocazione”. «Certamente è esistita. Era compatta, regolata da solidi meccanismi di potere. A Roma c’ erano il cinema e la tv, a Milano l’ industria editoriale, a Torino l’ Einaudi. È durata fino agli ultimi anni Settanta, ma già negli Ottanta il panorama era completamente diverso. E non solo per la letteratura: in fondo in quegli anni finiva una storia e finiva anche l’ ultimo tentativo nel mondo di inventarne uno nuovo».
Due scrittori fanno a cazzotti e uno dei due (Antonio Scurati) urla all’ altro (Tiziano Scarpa): «Sei il sintomo della degenerazione della società intellettuale italiana». Poi, dopo un’ altra gragnuola di pugni, sibila: «Per me questo è un congedo definitivo, anche luttuoso, dal cadavere della società letteraria».
Goffredo Fofi, lei ha partecipato a riviste come Quaderni piacentini, ha fondato Ombre Rosse, Linea d’ ombra, La terra vista dalla luna, ora dirige Lo straniero, ha scritto di letteratura e di cinema, oltre a fare tante altre cose, le domando: esiste ancora in Italia quel complesso di istituzioni, uomini e idee che possiamo definire una società letteraria?
«Non credo proprio». Ma un tempo esisteva, lei ne è rimasto fuori, ma l’ ha scrutata e raccontata da “minoritario per vocazione”. «Certamente è esistita. Era compatta, regolata da solidi meccanismi di potere. A Roma c’ erano il cinema e la tv, a Milano l’ industria editoriale, a Torino l’ Einaudi. È durata fino agli ultimi anni Settanta, ma già negli Ottanta il panorama era completamente diverso. E non solo per la letteratura: in fondo in quegli anni finiva una storia e finiva anche l’ ultimo tentativo nel mondo di inventarne uno nuovo».
giovedì 20 agosto 2009
Ateismo e nichilismo
di Vito Mancuso
Martedì Adriano Sofri ha esordito dicendo che avrebbe voluto provarea descrivere “lo sconcerto” col quale ha letto le parole di Benedetto XVI domenica nell’ Angelus, in particolare “il sobbalzo” provato nel vedere “la naturalezza e quasi la distrazione con la quale il Papa ha accostato nazismo e nichilismo”. Sofri è riuscito perfettamente nel suo intento perché chiunque abbia letto il suo articolo ne è uscito con la convinzione che il Papa ha sbagliato nell’ equiparare nazismo, nichilismo contemporaneo e umanesimo ateo. È veramente così? Si tratta di una conclusione azzardata, infondata, magari persino nociva per la convivenza sociale? La questione si può affrontare dal punto di vista storiografico oppure dal punto di vista filosofico-esistenziale. Lasciando a Benedetto XVI la responsabilità storiografica dell’ equiparazione tra nazismo e nichilismo contemporaneo, io affronterò l’ equiparazione tra umanesimo ateo e nichilismo, specificando dapprima che cosa intendo per nichilismo. Definisco nichilismo la negazione di un fondamento razionale ed eterno della natura e della storia, dalla quale consegue la negazione di un punto fermo a cui il singolo debba sottomettere il suo agire e prima ancora il suo pensare. In questa prospettiva si profila il nocciolo del problema: l’ umanesimo ateo (che in quanto ateismo nega l’ esistenza di un fondamento razionale ed eterno dell’ essere comunemente chiamato Dio) è necessariamente nichilista, tale cioè da negare ogni orizzonte di valori a cui l’ uomo debba piegare il suo arbitrio e sottomettere la sua volontà? Per Benedetto XVI la risposta è sì, per Adriano Sofri la risposta è no. Per Benedetto XVI i lager nazisti (ai quali peraltro, a mio avviso, andrebbero sempre associati i gulag comunisti, espressione di un’ ideologia non inferiore quanto a produzione di idiozie, di odio e di morte) furono la conseguenza estrema ma logica “dell’ inferno che si apre sulla terra quando l’ uomo dimentica Dio e a lui si sostituisce”. Per il papa l’ umanesimo ateo, quello secondo cui “homo homini Deus” (per riprendere una massima classica cara a Spinoza), è inevitabilmente destinato a produrre arbitrio e violenza, per il semplice motivo che l’ uomo è corrotto e instabile, e per lui vale semmai l’ altra massima classica, questa volta cara a Thomas Hobbes, secondo cui “homo homini lupus”. L’ antropologia agostiniana, basata su una visione dell’ uomo che ha nel peccato originale il principale punto di appoggio, emerge in modo chiaro in Benedetto XVI e spiega la sua equiparazione tra nazismo e nichilismo contemporaneo (altre volte chiamato individualismo o relativismo). Ora la questione è: si può dare, come sostiene Sofri, un umanesimo ateo che non sia nichilista dal punto di vista etico? Si può dare un umanesimo senza trascendenza che riconosca un valore più grande del singolo, un primato dell’ etica in base al quale il singolo superi se stesso e la sua volontà di potenza (che spesso si declina in modo casereccio sotto forma di adulteri, menzogne, furberie, narcisismi di varia sorta)?
Martedì Adriano Sofri ha esordito dicendo che avrebbe voluto provarea descrivere “lo sconcerto” col quale ha letto le parole di Benedetto XVI domenica nell’ Angelus, in particolare “il sobbalzo” provato nel vedere “la naturalezza e quasi la distrazione con la quale il Papa ha accostato nazismo e nichilismo”. Sofri è riuscito perfettamente nel suo intento perché chiunque abbia letto il suo articolo ne è uscito con la convinzione che il Papa ha sbagliato nell’ equiparare nazismo, nichilismo contemporaneo e umanesimo ateo. È veramente così? Si tratta di una conclusione azzardata, infondata, magari persino nociva per la convivenza sociale? La questione si può affrontare dal punto di vista storiografico oppure dal punto di vista filosofico-esistenziale. Lasciando a Benedetto XVI la responsabilità storiografica dell’ equiparazione tra nazismo e nichilismo contemporaneo, io affronterò l’ equiparazione tra umanesimo ateo e nichilismo, specificando dapprima che cosa intendo per nichilismo. Definisco nichilismo la negazione di un fondamento razionale ed eterno della natura e della storia, dalla quale consegue la negazione di un punto fermo a cui il singolo debba sottomettere il suo agire e prima ancora il suo pensare. In questa prospettiva si profila il nocciolo del problema: l’ umanesimo ateo (che in quanto ateismo nega l’ esistenza di un fondamento razionale ed eterno dell’ essere comunemente chiamato Dio) è necessariamente nichilista, tale cioè da negare ogni orizzonte di valori a cui l’ uomo debba piegare il suo arbitrio e sottomettere la sua volontà? Per Benedetto XVI la risposta è sì, per Adriano Sofri la risposta è no. Per Benedetto XVI i lager nazisti (ai quali peraltro, a mio avviso, andrebbero sempre associati i gulag comunisti, espressione di un’ ideologia non inferiore quanto a produzione di idiozie, di odio e di morte) furono la conseguenza estrema ma logica “dell’ inferno che si apre sulla terra quando l’ uomo dimentica Dio e a lui si sostituisce”. Per il papa l’ umanesimo ateo, quello secondo cui “homo homini Deus” (per riprendere una massima classica cara a Spinoza), è inevitabilmente destinato a produrre arbitrio e violenza, per il semplice motivo che l’ uomo è corrotto e instabile, e per lui vale semmai l’ altra massima classica, questa volta cara a Thomas Hobbes, secondo cui “homo homini lupus”. L’ antropologia agostiniana, basata su una visione dell’ uomo che ha nel peccato originale il principale punto di appoggio, emerge in modo chiaro in Benedetto XVI e spiega la sua equiparazione tra nazismo e nichilismo contemporaneo (altre volte chiamato individualismo o relativismo). Ora la questione è: si può dare, come sostiene Sofri, un umanesimo ateo che non sia nichilista dal punto di vista etico? Si può dare un umanesimo senza trascendenza che riconosca un valore più grande del singolo, un primato dell’ etica in base al quale il singolo superi se stesso e la sua volontà di potenza (che spesso si declina in modo casereccio sotto forma di adulteri, menzogne, furberie, narcisismi di varia sorta)?
Il tempo di morire
I. «Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti ‘tu muori’» [Lucio Battisti]
«La vita sul palco: sì! Il palco nella vita: no!». Mi disse, pieno di prudente/previdente – profezia. All’epoca, come nell’ora, non è detto: l’autodeterminazione sposi l’autoconservazione. Vero che il corpo è uno strumento. Vero anche che Qualcuno bruciò – il suo strumento. Quello che resta è la Musica. Esistono contenitori che modellano il contenuto. Esistono contenuti che spezzano i contenitori. Per quanto si cerchi di ‘bilanciare’ è sempre una Spada di Brenno, una Spada di Damocle! Si deve: scegliere! Imperativo e Categorico: o sopra o sotto il palco! Aut-Aut: scelta obbligata! E scelgo: non starò sotto! Al di là dell’Alfabeto di Ben-Sira o dell’Anonimo che sia stato, al di là del lignaggio di Lilith che motteggia: «Ella disse ‘Non starò sotto di te’ , ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra’».
Al di là di tutto l’al di qui, caro Adamo, i tuoi pigri discendenti, credimi, preferiscono ’stare sotto’ – all’amazzone. Nell’Atto che non può, non deve: esitare. Non deve cedere [né concedere] spazio all’intermittenza! Un medico è sempre un medico, giusto? O, finito il turno, abbandona i feriti all’avvenire cadaverico e non presta soccorso? Ritorna il tedio interrogativo: «cosa fai nella vita?». NON si fa qualcosa, si È quel qualcuno – ogni quando si respira, ogni quando si agisce! Ogni quando si dice, si è detto: «ho scelto» [ o «sono scelto»: ognuno si passivizzi a piacere che non è questo il punto].
«La vita sul palco: sì! Il palco nella vita: no!». Mi disse, pieno di prudente/previdente – profezia. All’epoca, come nell’ora, non è detto: l’autodeterminazione sposi l’autoconservazione. Vero che il corpo è uno strumento. Vero anche che Qualcuno bruciò – il suo strumento. Quello che resta è la Musica. Esistono contenitori che modellano il contenuto. Esistono contenuti che spezzano i contenitori. Per quanto si cerchi di ‘bilanciare’ è sempre una Spada di Brenno, una Spada di Damocle! Si deve: scegliere! Imperativo e Categorico: o sopra o sotto il palco! Aut-Aut: scelta obbligata! E scelgo: non starò sotto! Al di là dell’Alfabeto di Ben-Sira o dell’Anonimo che sia stato, al di là del lignaggio di Lilith che motteggia: «Ella disse ‘Non starò sotto di te’ , ed egli disse ‘E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra’».
Al di là di tutto l’al di qui, caro Adamo, i tuoi pigri discendenti, credimi, preferiscono ’stare sotto’ – all’amazzone. Nell’Atto che non può, non deve: esitare. Non deve cedere [né concedere] spazio all’intermittenza! Un medico è sempre un medico, giusto? O, finito il turno, abbandona i feriti all’avvenire cadaverico e non presta soccorso? Ritorna il tedio interrogativo: «cosa fai nella vita?». NON si fa qualcosa, si È quel qualcuno – ogni quando si respira, ogni quando si agisce! Ogni quando si dice, si è detto: «ho scelto» [ o «sono scelto»: ognuno si passivizzi a piacere che non è questo il punto].
martedì 18 agosto 2009
Ernesto Ragazzoni: poesie
Io non vi parlerò di cose strane
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro
- Lettor se non ti piace, torna indietro
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro
- Lettor se non ti piace, torna indietro
Betel
Che il mingherlino, il delicato, il debole, soppiantasse il grosso, il peloso, il prepotente? La bibbia ha questo filo d’oro del fragile trionfante: Davide e Golia, Giacobbe ed Esaù, Mosè e il Faraone; gli ultimi diventano primi, come disse anche Gesù, e in questo non fece che ripetere il già detto, ribadire la legge d’Israele, il piccolo che vince contro il grande;
sabato 15 agosto 2009
Tov meod
Nel racconto ebraico della creazione troviamo un Dio ottimista a cui piace ogni cosa che ha plasmato. Si diverte, gioca, come è scritto nel libro dei Proverbi. Ma in Genesi raggiunge il vertice; ogni cosa è buona, e al sesto giorno – è la volta dell’uomo – prorompe in un’esclamazione: non è soltanto tov, buono, ma tov meod, molto buono. Si sa come si chiude la faccenda: l’ottimo elemento, il molto buono, decide di essere se stesso in modo non proprio irreprensibile, convinto dal serpente dei culti idolatrici, simbolo fallico, dio della fecondità, custode delle recondite stanze di prostitute sacre, e tutto finisce, come si dice a Napoli, a schifio. Eppure resta il lampo di quella esclamazione che Dio, passeggiando nella brezza della sera, non ha potuto trattenere: tov meod, un’emozione ingenua, davanti al suo capolavoro.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
Il cuore degli animali
Gli animali provano emozioni esattamente come noi, afferma l’etologo Marc Bekoff.
Essere felici come un’allodola o matti come una lepre marzolina non sono dei detti stupidi, perche’ gli animali provano emozioni esattamente come noi. Se non bastasse l’evidenza della vita quotidiana accanto a cani e gatti, la “conferma scientifica” viene anche dal prof. Marc Bekoff, un etologo dell’Universita’ del Colorado. Bekoff afferma che gli animali sono degli esseri emotivi ed empatici, che possono provare gioia, felicita’, tristezza, paura, dolore, risentimento e gelosia.
“Gli scienziati sono oggi ormai convinti che il comportamento degli animali sia influenzato dalle loro emozioni, non sia solo ‘istinto’”, dichiara il prof. Bekoff.
Proprio come noi, alcuni animali si svegliano la mattina depressi, mentre altri si svegliano pieni di energia.
“Stiamo imparando che gli animali e gli umani hanno in comune delle strutture cerebrali che sono alla base delle emozioni. Ci sono prove davvero convincenti che gli animali elaborino le proprie emozioni, e che queste influenzino il loro comportamento” asserisce Bekoff.
E continua: “Le emozioni degli animali non sono poi cosi’ misteriose. Basta guardarli, ascoltarli e vedere cosa accade quando interagiscono con amici e nemici – gardare la loro faccia, la loro coda, il loro corpo e i loro occhi. Quello che vediamo da fuori, ci dice molto su quello che accade dentro gli animali, nella loro testa e nel loro cuore. Piu’ osserviamo e piu’ troviamo emozioni, emozioni molto complesse”.
Essere felici come un’allodola o matti come una lepre marzolina non sono dei detti stupidi, perche’ gli animali provano emozioni esattamente come noi. Se non bastasse l’evidenza della vita quotidiana accanto a cani e gatti, la “conferma scientifica” viene anche dal prof. Marc Bekoff, un etologo dell’Universita’ del Colorado. Bekoff afferma che gli animali sono degli esseri emotivi ed empatici, che possono provare gioia, felicita’, tristezza, paura, dolore, risentimento e gelosia.
“Gli scienziati sono oggi ormai convinti che il comportamento degli animali sia influenzato dalle loro emozioni, non sia solo ‘istinto’”, dichiara il prof. Bekoff.
Proprio come noi, alcuni animali si svegliano la mattina depressi, mentre altri si svegliano pieni di energia.
“Stiamo imparando che gli animali e gli umani hanno in comune delle strutture cerebrali che sono alla base delle emozioni. Ci sono prove davvero convincenti che gli animali elaborino le proprie emozioni, e che queste influenzino il loro comportamento” asserisce Bekoff.
E continua: “Le emozioni degli animali non sono poi cosi’ misteriose. Basta guardarli, ascoltarli e vedere cosa accade quando interagiscono con amici e nemici – gardare la loro faccia, la loro coda, il loro corpo e i loro occhi. Quello che vediamo da fuori, ci dice molto su quello che accade dentro gli animali, nella loro testa e nel loro cuore. Piu’ osserviamo e piu’ troviamo emozioni, emozioni molto complesse”.
giovedì 13 agosto 2009
Riccardo III
Una volta a Londra andai a vedere al National Theater una rappresentazione del Riccardo III: certo non tutto afferravo dell’inglese shakespeariano ma questo iniziale monologo che trovo di eccezionale potenza me l’ero quasi imparato a memoria. Qui ve ne mostro tre versioni piuttosto diverse ma ognuna con qualche suo pregio. Ricordo che Riccardo di Gloucester è fratello del regnante Edoardo IV (primo re della casa di York, dal 1461, con un’interruzione nel 1470-71, alla morte nel 1483), che già possiede un erede, il futuro Edoardo V, e che Riccardo ordirà le più abiette trame, assassinii ecc., per impossessarsi del trono, che naturalmente alla fine perderà, insieme con la vita, nella decisiva battaglia sul campo di Bosworth (22 agosto1485). Questa battaglia segnò la fine dei Plantageneti e l’inizio della dinastia Tudor; il vincitore della battaglia fu infatti Henry Tudor, conte di Richmond, che diventò re col titolo di Enrico VII.. Aggiungo anche che il “sun of York” della seconda riga è già un gioco di parole tra il sole, emblema del re Edoardo e il “son”, cioè suo figlio.
Ascoltate gli scrittori
di Tiziano Scarpa
Come si chiama quel posto dove un cittadino senza potere può dire la sua su ciò che ritiene importante, dando alla comunità un contributo di bellezza, e a volte perfino di veritàe giustizia? Risposta: si chiama letteratura. Ed è una cosa molto seria. È un’ istituzione inestimabile. Dà voce a chi non la può esprimere altrove. Di qualunque classe sociale ed età (guardate gli autori attivi oggi in Italia: Andrea Camilleri ha ottantaquattro anni, Chiara Strazzulla diciannove). Oggi però si preferisce far finta che la letteratura sia una faccenduola mondana che riguarda il successo e le classifiche dei libri più venduti. Mettendo in scena giornalisticamente le baruffe tra chi ha vinto il Premione e chi no: ammanicato di qua, buffone di là… Galli che si azzuffano. I soliti letterati! Ma la letteratura è una conquista politica troppo importante per ridurla a una bega fra narcisi invidiosi. Ci sono voluti secoli per arrivarci. Noi veneriamo i tragici greci. Ebbene, un tempo Eschilo, Sofocle, Euripide dovevano presentarsi da un funzionario politico, l’ arconte, a esporre la storia che volevano raccontare, e costui decideva se finanziarla o no. Oggi una ragazza di 19 anni o un signore di 84 scrivono quello che vogliono, trovano un editore, pubblicano. Ma proprio per questo la letteratura è delicata. Basta poco a sparigliare i suoi equilibri. Il mio caso personale forse è significativo. Vinco un premio letterario prestigioso, e da autore considerato di nicchia divento autore di un libro potenzialmente popolare.
Come si chiama quel posto dove un cittadino senza potere può dire la sua su ciò che ritiene importante, dando alla comunità un contributo di bellezza, e a volte perfino di veritàe giustizia? Risposta: si chiama letteratura. Ed è una cosa molto seria. È un’ istituzione inestimabile. Dà voce a chi non la può esprimere altrove. Di qualunque classe sociale ed età (guardate gli autori attivi oggi in Italia: Andrea Camilleri ha ottantaquattro anni, Chiara Strazzulla diciannove). Oggi però si preferisce far finta che la letteratura sia una faccenduola mondana che riguarda il successo e le classifiche dei libri più venduti. Mettendo in scena giornalisticamente le baruffe tra chi ha vinto il Premione e chi no: ammanicato di qua, buffone di là… Galli che si azzuffano. I soliti letterati! Ma la letteratura è una conquista politica troppo importante per ridurla a una bega fra narcisi invidiosi. Ci sono voluti secoli per arrivarci. Noi veneriamo i tragici greci. Ebbene, un tempo Eschilo, Sofocle, Euripide dovevano presentarsi da un funzionario politico, l’ arconte, a esporre la storia che volevano raccontare, e costui decideva se finanziarla o no. Oggi una ragazza di 19 anni o un signore di 84 scrivono quello che vogliono, trovano un editore, pubblicano. Ma proprio per questo la letteratura è delicata. Basta poco a sparigliare i suoi equilibri. Il mio caso personale forse è significativo. Vinco un premio letterario prestigioso, e da autore considerato di nicchia divento autore di un libro potenzialmente popolare.
mercoledì 12 agosto 2009
Provocazione ... 123
“Ma che fratello caro… ma che amico mio…”. Ridiamo forte entrambi, ma non è certo un riso buono. Ed è proprio nella non-bontà di quel riso che ci scopriamo, finalmente, cari amici e fratelli.
Roberto Rossi Testa
Roberto Rossi Testa
Vie delle povertà
Mi bastava ciò che guadagnavo. Le spese, certo: un mutuo consistente, le pesanti bollette di luce, gas, telefono; e quelle impreviste, visite o cure mediche a pagamento, un conguaglio da pagare, un regalo, e via dicendo. Ma ci scappavano sempre i libri, le riviste, una serata al cinema.Poi la separazione, lo stare insieme diversamente, coi figli; l’abbandono di una casa col mutuo ancora da pagare, la rinuncia agli arredi comuni, alla propria auto, alle proprie cose; e una nuova casa in affitto, altri arredi, utensili e oggetti necessari da comprare; e un cumulo di vecchie e nuove bollette.
martedì 11 agosto 2009
Umanità
di Blackjack
“Porca puttana! Che cazzo fai?”
Esistono luoghi, in questo nostro mondo, abilmente ignorati. Nessuno ne parla, nessuno è interessato a parlarne: nessuno ne vuole parlare. Zone franche comode a tutti. Devi triangolare denaro? Spostare organi? Acquistare un party intimo per amici perversi e bimbe con meno di dieci anni? Giocare cifre improponibili? Vi serve uno stinger? Qualche kalashnikov d’occasione? Una Rolls scontata, e rubata, per sentirvi Re in trasferta? Luoghi così esistono.
“Porca puttana! Che cazzo fai?”
Esistono luoghi, in questo nostro mondo, abilmente ignorati. Nessuno ne parla, nessuno è interessato a parlarne: nessuno ne vuole parlare. Zone franche comode a tutti. Devi triangolare denaro? Spostare organi? Acquistare un party intimo per amici perversi e bimbe con meno di dieci anni? Giocare cifre improponibili? Vi serve uno stinger? Qualche kalashnikov d’occasione? Una Rolls scontata, e rubata, per sentirvi Re in trasferta? Luoghi così esistono.
Il profeta cieco
di Massimo Sannelli
1Gramsci studia la profezia in due «tempi bui»: nell’aprile 1918 (*Sotto la Mole*, Einaudi, Torino 1975, pp. 392-393) e nel terzo anno di carcere, con il Quaderno 4 e con la lettera a Tatiana del 21 settembre 1931. I dati sono sempre gli stessi: il cieco Tiresia e i personaggi danteschi, la storia recente, la poesia popolare e il valore della poesia. Nel 1918 il problema è già chiaro: due bambini diventati ciechi, dopo aver predetto la fine della guerra, sembrano Tiresia, cieco e credibile, e Cassandra, vedente ma non creduta. E Dante incontra due dannati nel canto X dell’*Inferno*. Uno, Cavalcante, chiede: *e mio figlio, Guido, il tuo amico, perché non ti accompagna?* Dante risponde con un verbo al passato: *egli ebbe*. Cavalcante fa il ragionamento più semplice: azione conclusa, figlio morto. Crede di capire e crolla: il figlio è morto, il padre tace e non si alza, come se fosse morto un’altra volta.
1Gramsci studia la profezia in due «tempi bui»: nell’aprile 1918 (*Sotto la Mole*, Einaudi, Torino 1975, pp. 392-393) e nel terzo anno di carcere, con il Quaderno 4 e con la lettera a Tatiana del 21 settembre 1931. I dati sono sempre gli stessi: il cieco Tiresia e i personaggi danteschi, la storia recente, la poesia popolare e il valore della poesia. Nel 1918 il problema è già chiaro: due bambini diventati ciechi, dopo aver predetto la fine della guerra, sembrano Tiresia, cieco e credibile, e Cassandra, vedente ma non creduta. E Dante incontra due dannati nel canto X dell’*Inferno*. Uno, Cavalcante, chiede: *e mio figlio, Guido, il tuo amico, perché non ti accompagna?* Dante risponde con un verbo al passato: *egli ebbe*. Cavalcante fa il ragionamento più semplice: azione conclusa, figlio morto. Crede di capire e crolla: il figlio è morto, il padre tace e non si alza, come se fosse morto un’altra volta.
lunedì 10 agosto 2009
Lo scrittore per ragazzi
“Il compito di uno scrittore per ragazzi è molto delicato. Per quanto dichiari di rifuggire da ogni intento edificatorio e di volersi limitare a regalare emozioni e divertimento, non sfugge al fatto di rendere certi personaggi (e i loro comportamenti) più simpatici e degni di imitazione di certi altri, orientando in tal modo l’identificazione del giovane lettore.”“Identificazione?”“Sì, l’immedesimazione. Mentre leggiamo, come saprai, tendiamo a rispecchiarci o addirittura a calarci in certi personaggi, di cui seguiamo le vicende come se capitassero a noi. E poiché ogni giovane lettore è una persona in formazione, ansiosa di appropriarsi di quanti più possibili schemi di comportamento con cui cavarsela nelle varie circostanze, lo scrittore dovrà fare bene attenzione a non richiamare le simpatie dei ragazzi sui modelli più deprecabili. Di lì la sua enorme e ineliminabile responsabilità. E di lì, di conseguenza, anche la sua deontologia.”“Che significa ‘deontologia’?”“La deontologia è l’insieme delle regole morali che disciplinano l’esercizio di una determinata professione. Anche noi insegnanti, per esempio, siamo tenuti a rispettare certe regole attinenti al corretto comportamento. Uno scrittore, dal canto suo, non dovrebbe mai considerare i propri destinatari dei ‘piccoli idioti’ da turlupinare, ma delle dignitosissime creature da intrattenere in modo salutare, da emozionare e intrigare senza danneggiarne la crescita. Farà bene a interrogarsi sul tipo di persona che vuole contribuire a formare, a raccontare storie che li aiutino a regolarsi; a porsi in maniera critica davanti agli stereotipi; a compiere scelte improntate al rispetto dell’altro e del diverso; a contrastare il disfattismo, il fanatismo, la pratica della violenza e della prevaricazione; a versare un proprio, magari piccolissimo, contributo personale a quel miglioramento del mondo a cui siamo chiamati tutti, ciascuno nel proprio ambito e nei limiti delle proprie possibilità. Rispetto agli scrittori di un tempo, comunque, bisogna riconoscere che gli autori di oggi hanno il merito di proporre storie in cui vi sono più punti interrogativi che esclamativi, meno risposte già date e più incitamenti a cercarsele da sé.”
... Lucio Angelini
... Lucio Angelini
la lingua deserta
La lingua è un cane che azzanna, tu pensi che sia quel morso, l’ultimo che ti ha assestato a dolere ma non è così. E’ come se il cane ti fosse gemello, animale che ti nasce da un morso che appartiene ad un’altra razza e tira per il suo buio. Appendice mostruosa. Il giorno non ha immagini sostitutive, simulacri diurni del cane. Il giorno non trova incidenze nel buio di questa chimera, se non nella puntura sorda nel morso della lingua, dice Iolanda Insana, “che viaggia alla cieca e fulminea corre strascinandosi sull’abisso la mente che pensa il filo che la tende”. Il morso aggredisce il corpo dalla sua latitudine canina e rivela inaspettate geografie corporee: corpo detrito di ere spente, schiavitù vittoriosa, padronanza sfregiata. Non c’è rimedio, non c’è salvezza anche nel caso ancora la si voglia. Nemmeno la fuga, il ritorno all’incognita della sua natura prerabbiosa, rabbonisce il cane, perché l’altra, l’appendice umana, a sua volta ne morrebbe. “Mai bere ad altri bicchieri” dice Iolanda Insana ma “la parola è più forte della sete (…) nell’istante che saltano le vocali/il rumore dei suoni è più vicino/ alla coscienza che alla gola/agguanto il più piccolo niente” la contrazione della parola in un simbolo acustico, latrato all’esatta occidenza della notte, disoriente del sole.
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Viviana Scarinci
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Viviana Scarinci
domenica 9 agosto 2009
Film documentario sull'editoria
di Alessandro Ansuini
Docufilm in due puntate sulle editrici clandestine Smith & Laforgue, IFigliBelli e Libera Stamperia Wang, girato fra il 2007 e il 2009 fra Roma e Bologna da Harold & Pinter. Produzione CaucasoMedia
Docufilm in due puntate sulle editrici clandestine Smith & Laforgue, IFigliBelli e Libera Stamperia Wang, girato fra il 2007 e il 2009 fra Roma e Bologna da Harold & Pinter. Produzione CaucasoMedia
Deragliate
Una sera Isabella (Moroni) propone a Monica (Mazzitelli) di scrivere un racconto a quattro mani per un concorso, a tema libero. Monica accetta, le propone un tema che le sta a cuore, che ha visto un po’ troppo spesso per strada, ultimamente: donne homeless, deragliate, sole, forse pazze, reiette dal mondo. Isabella sorride: è un tema su cui ha fatto già molto lavoro, è perfetto per lei! Il concorso salta, ma non la voglia di scrivere questa cosa: ognuna butta giù un racconto che esce qui su “La poesia e lo spirito”, di cui sono entrambe redattrici. Il titolo è “Deragliate”, e viene pubblicato con l’invito a contribuire, ognuno con la sua sensibilità e la sua esperienza.
sabato 8 agosto 2009
Provocazione ... 122
“Ma ho sentito con le mie orecchie che la signora di prima si era offerta di portarle il denaro domani. Magari lo hanno fatto anche altri. Cos’è, preferite buttare il cibo piuttosto che rischiare di far mangiare qualcuno gratis?”
Il cassiere alza gli occhi e ci guardiamo, finché gli dico: “Mi stia bene e buona serata”. Sempre serafico, ma solo all’apparenza.
(Possibile che sia così schiavo delle mie buone maniere da non sputargli in faccia?)
Roberto Rossi Testa
Il cassiere alza gli occhi e ci guardiamo, finché gli dico: “Mi stia bene e buona serata”. Sempre serafico, ma solo all’apparenza.
(Possibile che sia così schiavo delle mie buone maniere da non sputargli in faccia?)
Roberto Rossi Testa
Amio modesto avviso
di Lello Voce
Cchiu’ luntana mi staje
Cchiu’ vicino te sento
(Libero Bovio, Passione)
La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal Quindicesimo secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe, o la sinalefe, la dieresi e la sineresi, (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue.
Cchiu’ luntana mi staje
Cchiu’ vicino te sento
(Libero Bovio, Passione)
La poesia è un arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal Quindicesimo secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio).
La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia.
Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso; l’esistenza di figure come la dialefe, o la sinalefe, la dieresi e la sineresi, (essendo evidente che l’accorciamento, o l’allungamento a cui queste figure presiedono, non è certo di natura grafica, o segnica, ma piuttosto riguarda l’articolazione concreta dei segni, la loro esecuzione nel tempo, il loro ‘decorso’) è la prova inoppugnabile di quanto una poesia sia qualcosa che ha una durata nel tempo, un’esecuzione, un’azione agita con il corpo e con la mente, una disciplina della lingua e delle corde vocali, dei polmoni e del cuore, nel suo realizzarsi in un dato momento, con una certa velocità, con una durata, formalmente decisiva, che divide il suo nascere dallo spegnersi della voce che la esegue.
venerdì 7 agosto 2009
La costruzione di un amore
...
Ora ho paura. Paura di essere come gli ombrelli enormi e colorati, perfettamente integrati nell’ambiente quando c’era lui, e trasformati adesso in cimeli di un tempo che fu, strumenti senza senso che attendono una collocazione nel museo della memoria. Era la vita in due che dava senso a ogni paradosso, ne faceva qualcosa di dolce e profondamente umano. Ora è rimasto solo il paradosso. L’assurdo della mia persona sola.
...
Fabrizio Centofanti
Ora ho paura. Paura di essere come gli ombrelli enormi e colorati, perfettamente integrati nell’ambiente quando c’era lui, e trasformati adesso in cimeli di un tempo che fu, strumenti senza senso che attendono una collocazione nel museo della memoria. Era la vita in due che dava senso a ogni paradosso, ne faceva qualcosa di dolce e profondamente umano. Ora è rimasto solo il paradosso. L’assurdo della mia persona sola.
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Fabrizio Centofanti
Oh che sarà
...
Qualche volta la vita mantiene le promesse. Si tratta di esistenze strane, personaggi che decidono di diventare medici, ingegneri, e percorrono esattamente quella strada, nei particolari più insignificanti. Fanno paura, almeno a me, perché sono inattaccabili, hanno già previsto tutto, niente potrebbe farli vacillare. Ma sono pochi.
...
Fabrizio Centofanti
Qualche volta la vita mantiene le promesse. Si tratta di esistenze strane, personaggi che decidono di diventare medici, ingegneri, e percorrono esattamente quella strada, nei particolari più insignificanti. Fanno paura, almeno a me, perché sono inattaccabili, hanno già previsto tutto, niente potrebbe farli vacillare. Ma sono pochi.
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Fabrizio Centofanti
giovedì 6 agosto 2009
Madri
I suonatori attaccano il paso doble che s’alza e si rovescia sui balconi, ai tetti, dentro i bassi. Escono tutti a vederli, soddisfatti, meno male, le prove stanno venendo bene. A guidare la paranza c’è il priore, sotto le barre i portantini danzano all’unisono: il mezzobusto di cartapesta e gesso – maronna e bambiniello – ritma insieme alla musica, fermo e sicuro. Pure Chiattullillo. Quest’anno forse va anche lui al santuario. Coi fujenti. La mamma non vuole. E lo zio sfotte “Cu chella panza comme vuo’ fa’ o fujente?” “M’accatto e’ Naik coi razzi a’reto”. Ridono insieme, lo sanno pure i muri che a Sant’Anastasia si va a piedi nudi.
La mamma in casa ci ha Padre Pio e la Madonna di Pompei. Coi fujenti non vuole averci a che fare. Da quando le hanno sparato il marito, proprio sotto l’edicola della Madonna dell’Arco. Una che ai figli suoi poco sta attenta.
Viola Amarelli
La mamma in casa ci ha Padre Pio e la Madonna di Pompei. Coi fujenti non vuole averci a che fare. Da quando le hanno sparato il marito, proprio sotto l’edicola della Madonna dell’Arco. Una che ai figli suoi poco sta attenta.
Viola Amarelli
Il poeta
...
A cosa mi è servito passare la maggior parte della vita sui libri, coltivare la mia vocazione?, spesso si chiedeva. A cosa sono approdato? Ho pubblicato dei romanzi che avrei potuto fare a meno di pubblicare, tanto, la gente che legge libri è infinitesimale rispetto a quella che non legge. Uno scrittore non serve a nessuno, concludeva.
Una volta considerava necessario descrivere le vicende degli uomini che il tempo tesse, perché non andassero perdute. Ora aveva compreso che sono sempre le stesse e metterle per iscritto non aveva senso: bisognava solo viverle e ricordarle, finché la mente avesse retto. Non la pensava esattamente così, ma quando si conteggia il tempo si va sempre in perdita.
Felice Muolo
A cosa mi è servito passare la maggior parte della vita sui libri, coltivare la mia vocazione?, spesso si chiedeva. A cosa sono approdato? Ho pubblicato dei romanzi che avrei potuto fare a meno di pubblicare, tanto, la gente che legge libri è infinitesimale rispetto a quella che non legge. Uno scrittore non serve a nessuno, concludeva.
Una volta considerava necessario descrivere le vicende degli uomini che il tempo tesse, perché non andassero perdute. Ora aveva compreso che sono sempre le stesse e metterle per iscritto non aveva senso: bisognava solo viverle e ricordarle, finché la mente avesse retto. Non la pensava esattamente così, ma quando si conteggia il tempo si va sempre in perdita.
Felice Muolo
martedì 4 agosto 2009
Il gesticolare della parola
Il gesticolare della parola. Quest’ultimo, tuttavia, non è esattamente il caso della letteratura, e il “critico” pare quasi dolersene ogni volta che scrive di essa, nonostante a tratti non manchi di sottolineare come lo scrittore o la scrittrice che intervista o recensisce portino, con la disciplina di una parola etica innazlata leviter a stile (Cristina Campo, nella ricostruzione offerta da Margherita P. Harwell) o con l’intersezione dei linguaggi espressivi, il loro scrivere nel cuore stesso dell’esperienza, del mondo, del viaggio, del dolore (si pensi a Winfred G. Sebald, con le intercalazioni visuali della Storia naturale della distruzione; all’apparato iconografico dell’edizione Archinto di Un amore leggendario, di Antoine e Consuelo de Saint Exupéry; o ancora alle suddivisioni tipografiche del Diario di un anno difficile, di John M. Coetzee). Alla letteratura accade quello che Accorroni suggerisce a Emanuele Trevi, intervistandolo a proposito del suo L’onda del porto, scritto in seguito ad un viaggio in Oriente: mosso dalla «pretesa-desiderio» di smarrirsi e di evadere in un luogo altro, mosso cioè dal bisogno d’essere felice, Trevi sembra finire in balìa di una «forza centripeta» che paradossalmente lo rassicura della persistenza della sua infelicità, e anzi lo riconduce «al centro delle cose, bersaglio visibile e fragile, anche se immerso in un Altrove dominato da modi di essere e sentire completamente estranei al nostro».
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Andrea Sartori
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Andrea Sartori
Rabat
Pura follia, il molo ch’era inverno, i pescherecci fermi per le onde, Yossouf che fingeva di abbracciarmi ma come attrice ero più brava io, così quando sentii sotto il giaccone il caldo che saliva, basso in alto, riuscii a buttargli lo zaino nella risacca, schiuma ruggente su inneschi e candelotti. Non l’ho più visto ma m’hanno detto, almeno so, Allah Akbar, che è vivo.
Mi mancano gli aranci dell’Atlante, l’odore della neve, gli intagli delle travi su in montagna, l’acqua alle gole e nei canali. Cucino ceci, strofino una teiera, cose da poco, scivola il tempo, manciata sul granito. Mi manca mio nipote, la sua risata: l’ultima volta aveva rughe in fronte e la disperazione desolata.
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Viola Amarelli
Mi mancano gli aranci dell’Atlante, l’odore della neve, gli intagli delle travi su in montagna, l’acqua alle gole e nei canali. Cucino ceci, strofino una teiera, cose da poco, scivola il tempo, manciata sul granito. Mi manca mio nipote, la sua risata: l’ultima volta aveva rughe in fronte e la disperazione desolata.
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Viola Amarelli
lunedì 3 agosto 2009
Mi sveglio
Mi sveglio d’estate in un sudato sudario intriso del mio freddo. È febbre. Odo il raggricciare gesticolante d’una delle mie disgustose zampine, ed è la venticinquesima che cerca l’abbraccio della ventiseiesima, mentre tutte le altre paiono cicale intente a frinire nel loro tentacolare distendere le antenne. Eppure non sono antenne d’intelligenza ciò che distendono, ma arti rivoltati al cielo, ora scoperti dal lenzuolo intriso dell’umidità della notte trascorsa, pennellato di macchie gialle, forse la putrescenza del mio tronco. O è la linfa del mio corpo? Fisso il soffitto. Accanto al lampadario un clown con sformati pantaloni verdi mi fissa, sul naso ha una palla rossa, sulla testa un cappello floscio, una giacca dalle lunghe falde non lo veste ma lo copre tutt’intero. Stridono, ora, mentre sfregano le une con le altre, tutte le mie corte zampe, e mi pare che l’uomo sul soffitto sorrida, allungando un braccio verso il mio letto, che sta perpendicolare alla sua figura. Il braccio sostiene una lampada, egli vuole illuminarmi, attribuirmi un predicato, cerca di restituirmi una definizione, per quanto essa sia ridicola, irricevibile. Provo a voltarmi, a rigirarmi nel letto, a sottrarmi all’indicazione, ma nel mio sacco non c’è movimento, solo il vibrare a vuoto delle molteplici estremità. Mio padre entra nella stanza e si ferma sulla soglia. Non dice nulla. Mi si blocca il cuore. Mia madre lo raggiunge alle spalle. Mi guardano entrambi mentre il clown ora ride e la lanterna oscilla ad un improvviso alito di vento. Dalla finestra aperta è entrato uno sbuffo caldo, porta con sé batuffoli di polvere di strada, sollevatasi dall’asfalto. Volteggiano i riccioli grigi tra me e il clown, m’oscurano la vista mentre guardo immobili i genitori. Essi paiono attendere.
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Andrea Sartori
...
Andrea Sartori
Virginia
Anni fa, quando ancora il Teatro non era stato chiuso, erano cominciate le sue apparizioni.
Scendeva dalla Rampa stretta nel cappottino grigio che l’avvolgeva, secca e fragile, come disossata.
I gradini sconnessi, la sua pettinatura miracolosamente scura avvolta mille volte su se stessa come quella dei santi eremiti dell’India e quella voce potente che la precedeva, la seguiva e l’avvolgeva, dapprima flebile, poi un grido, un ruggito, un “io sono”.
“Che me ne importa a me se non son bella
Io ci ho l’amato mio che a il pittore
Lui mi dipingerà come una stella
Che me ne importa a me se non son bella!”
...
Isabella Moroni
Scendeva dalla Rampa stretta nel cappottino grigio che l’avvolgeva, secca e fragile, come disossata.
I gradini sconnessi, la sua pettinatura miracolosamente scura avvolta mille volte su se stessa come quella dei santi eremiti dell’India e quella voce potente che la precedeva, la seguiva e l’avvolgeva, dapprima flebile, poi un grido, un ruggito, un “io sono”.
“Che me ne importa a me se non son bella
Io ci ho l’amato mio che a il pittore
Lui mi dipingerà come una stella
Che me ne importa a me se non son bella!”
...
Isabella Moroni
domenica 2 agosto 2009
L'influenza della luna
Poca gente, quella sera, nel parcheggio davanti al molo. Metà giugno non è ancora la stagione piena che porta grappoli di villeggianti a ciabattare e zoccolare lungo il lago. Un giugno pur caldo. Lungo il lago. Via Lungolago, e il lago è appena sotto, liscissimo quella sera, una risacca impercettibile, un mormorio che si perdeva tra platani e marciapiedi. Via dei platani. Vicolo di sotto. Fantasia toponomastica stradale delle amministrazioni.
“Una bella fantasia… i nomi di queste strade… eppure qui ogni via ha una memoria, per chi ci è vissuto, per chi ci è passato. Questa è la piazza del primo litigio, la mia piazza della nostra baruffa”.
Un uomo di mezz’età mormorava e guidava, svoltando in Via Manzoni: “questa è immancabile in ogni centro”, volgendo e rivolgendo il volante.
Gli venne in mente ‘volver’. Volver a la palabra de Dios. Sorrise un momento, ridivenne serio, svoltò.
La giardinetta (si dovrebbe oggi dire station wagon) bianca entrò nel parcheggio e lui spense il motore. Ritornò il sottofondo della risacca. Una barca a remi accostava, il pescatore scavalcò la fiancata e salì in un passo sul molo. “Agile, agile”, pensò lui osservando, e mandò un cenno di saluto allo sbarcato che già trafficava con lenze e retine.
...
Roberto Plevano
“Una bella fantasia… i nomi di queste strade… eppure qui ogni via ha una memoria, per chi ci è vissuto, per chi ci è passato. Questa è la piazza del primo litigio, la mia piazza della nostra baruffa”.
Un uomo di mezz’età mormorava e guidava, svoltando in Via Manzoni: “questa è immancabile in ogni centro”, volgendo e rivolgendo il volante.
Gli venne in mente ‘volver’. Volver a la palabra de Dios. Sorrise un momento, ridivenne serio, svoltò.
La giardinetta (si dovrebbe oggi dire station wagon) bianca entrò nel parcheggio e lui spense il motore. Ritornò il sottofondo della risacca. Una barca a remi accostava, il pescatore scavalcò la fiancata e salì in un passo sul molo. “Agile, agile”, pensò lui osservando, e mandò un cenno di saluto allo sbarcato che già trafficava con lenze e retine.
...
Roberto Plevano
Scritto da Dio
Gesù ha scritto qualcosa, certamente. Ci sarà una pergamena, in qualche posto, un codice, un frammento in cui ha inciso le parole che non volle rivolgere ai discepoli o alle folle, ma consegnò al silenzio della materia inerte, perché prendesse vita. In fondo il sogno di molti – o pochi, non lo so – è imbattersi in qualcosa scritto da Dio: un autografo in cui afferrare il senso, ritrovare il filo. Un sogno da cui ricominciare, per credere di nuovo.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
sabato 1 agosto 2009
Un regalo
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Il resto viene da sé. Ti rubano tutto, ma il destino ti ha toccato, con la sua ala leggera. Voli. Anche se mangi, se celebri da solo, il destino brinda con te, prega con le tue parole. Ripenso a quel momento: e se avessi avuto un contrattempo? Se qualcuno mi avesse dissuaso? Se il primo approccio fosse fallito? Il destino è destino. Andiamo, Mario, ti faccio strada io, dico alla gente di spostarsi.
Il resto viene da sé. Ti rubano tutto, ma il destino ti ha toccato, con la sua ala leggera. Voli. Anche se mangi, se celebri da solo, il destino brinda con te, prega con le tue parole. Ripenso a quel momento: e se avessi avuto un contrattempo? Se qualcuno mi avesse dissuaso? Se il primo approccio fosse fallito? Il destino è destino. Andiamo, Mario, ti faccio strada io, dico alla gente di spostarsi.
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