martedì 29 settembre 2009

Definizioni

Pare che uno quando gli pubblicano un libro poi si sente in dovere di porsi domande sulla propria identità, non che prima di essere pubblicato uno non si faccia domande su chi sia, ma pare che dopo che uno è stato pubblicato queste domande acquistino subito un interesse pubblico -così almeno fanno capire molti di quelli che gli pubblicano un libro-, naturalmente è sempre colpa degli altri, che prima che ti pubblichino non gli interessa niente dei tuoi dubbi su chi sei ma dopo che ti pubblicano improvvisamente sono curiosi di scoprire chi sei e chi non sei, non solo, si prendono pure la libertà di appiopparti le loro definizioni sulla tua identità,questo per dire che io non è che sono tanto convinto che la questione dell’identità abbia tutto questo valore portante, però in pochi giorni ho ricevuto tre mail dove sono stato definito serenamente “romanziere”, la prima da una mia ex collega che scrive “che bello, non sapevo fossi un romanziere!”, la seconda da un’amica dell’Università che si rallegra “complimenti, sei diventato un romanziere come XYZ, che conosco”, la terza da un ex qualcos’altro che maligna “ho visto che non hai combinato niente di meglio che fare il romanziere…”,
... Paolo Cacciolati

Giorni felici

Da qualche tempo Erre si sveglia con in testa i versi di una canzone di oltre quarant’anni fa, che poi canticchia fra sé tutto il giorno:
“I miei giorni feliiicili
ho vissuti con teee.
I miei giorni felici…”.

... Roberto Rossi Testa

lunedì 28 settembre 2009

La scuola

A piccoli e grandi passi: che fare?di Tullio Carapella
“Che ne sarà di noi? Della nostra scuola?”Eccoci di nuovo qua.L’estate è stata strana per il popolo della scuola, anche sotto gli ombrelloni molti non hanno smesso di chiedersi “Che ne sarà di noi? Della nostra scuola?”, anche i più stabili tra i lavoratori a tempo indeterminato, perché in fondo a tanti tra noi piace farlo bene, il nostro mestiere, e anche se salviamo “il posto” vorremmo salvaguardare anche la qualità dell’insegnamento. E si sono posti domande anche quelli, tra noi, che con più passione lo scorso anno si sono improvvisati “analisti”, hanno fatto proiezioni e previsioni, hanno suonato a martello campanelli d’allarme, perché anche a noi piaceva credere, nelle fresche sere d’estate, magari sorseggiando una caipirinha, che la vita è bella, che in fondo avevamo esagerato, che non poteva essere così, che qualcosa di miracoloso sarebbe successo… Intanto quasi da ogni giornale il nostro ministro appariva sorridente e felice nelle strade di Positano e nelle spiagge della costiera amalfitana, il fidanzatino al suo fianco, una mezza dozzina di bisonti “auricolati” al seguito (nessun taglio previsto, per loro) a vegliare sulla serenità della sua spensierata giovinezza. Che bella la vita! Proprio nulla che lasciasse presagire disastri… eppure, chissà perché, quella strana sensazione, sotto i nostri ombrelloni.

La macchina è ferma

In macchina. Tra le mani di lui un aggeggio da lei mai visto: il navigatore. Marco propone la meta che fa gioire. Imposta. Ripone. Sul display appare il tratto di carta stradale locale graffiato da prepotente freccia, mentre una voce, invadente fino alla maleducazione, interviene per fornire istruzioni. Di fatto, il moderno sistema di navigazione stradale manda dalla parte opposta, impone inversioni di marcia, stravaganti tratti a zig zag. Ma intanto si può parlare, o meglio, si può parlare in parallelo con la voce sintetica impertinente.
Istintivamente Egle, non tanto per mirare dritto alla meta, quanto piuttosto per mettere a tacere la voce estranea a cui non è abituata, cerca una tradizionale carta stradale, che non c’è. Poco male: il breve tragitto diventa viaggio, anch’esso meta.
Lo stare bene insieme domina e un po’ alla volta dà tranquillità e spessore al respiro. Gli addendi emotivi sono condimento dal gusto variabile e intenso, spostano sguardi a tratti convergenti in un piano sfalsato rispetto al livello cognitivo. Cosicché i due non hanno idea di dove si trovano e non cercano riferimenti per orientarsi.Lei guarda quasi esclusivamente il profilo del volto di lui, pregustando il sapore della saliva che si forma copiosa negli istanti in cui Marco stacca lo sguardo dalla guida e lo allinea in raccapricciante intesa con il suo. Il pensiero libero, più efficace del limone VIVO spremuto sotto la lingua, stimola le ghiandole salivali, predisponendole ad una attività in un certo qual modo anomala. Uno sgorgo liquido piacevolmente urticante gratifica il cavo orale. Una scossa lenta si propaga: tocca i nervi dei denti di sotto, scavalca il mento, scende lungo il lungo collo, elettrizza la cassa toracica. Va a svelare alla giovane Egle l’esistenza di zone erogene.

sabato 26 settembre 2009

Miracoli

Concretamente, non cambia nulla, sono sommerso dai soliti problemi, le ferite aperte bruciano esattamente come prima. Ma ci sei tu. Cos’altro aggiungere? Piango come un bambino. Sento la carezza invisibile di una mano conosciuta.
Fabrizio Centofanti

Il povero

Il povero non è così povero.
Il ricco non è poi così ricco.
E Priapo non è Priapo
ammoniscono in coro
direttori, legali e portavoce
pasciuti ai piedi della statua,
coprendone o cantandone la gloria.

Giovanni Nuscis

mercoledì 23 settembre 2009

La gaia scienza di I. Calvino

di Piergiorgio Oddifreddi
Se uno scienziato osasse affermare che Galileo è stato «il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo», verrebbe immediatamente tacitato dagli umanisti e tacciato di scientismo e di ignoranza. A dirlo è stato però un letterato, in un’ intervista al Corriere della Sera del 24 dicembre 1967. E non un letterato qualunque, bensí uno dei mostri sacri della nostra letteratura! Si trattava di Italo Calvino, e la sua affermazione definiva non solo il posto di Galileo nel pantheon letterario italiano, ma anche il proprio. Perché stare dalla parte di Galileo significa, in particolare, stare anche dalla parte di Ariosto e di Leopardi, per le loro reciproche affinità. E significa, in generale, prendere posizione a favore di una concezione della letteratura come mappa del mondo e dello scibile, e di uno stile intermedio fra il fiabesco realista e il realista fiabesco. Calvino ovviamente apparteneva virtualmente a questa linea di forza della nostra storia letteraria, grazie alla trilogia composta da Il visconte dimezzato (1951), Il barone rampante (1957) e Il cavaliere inesistente (1959).

I chiodi della storia

La comunicazione religiosa deve stare al passo con i tempi; non per una forma di secolarizzazione, ma per essere fedele al principio fondamentale che la guida: l’incarnazione, una verità non riducibile alla dimensione asettica delle astrazioni, ma compromessa nella carne e nel sangue della vita quotidiana. Bisogna difendere e promuovere con ogni mezzo il matrimonio tra la fede e la realtà. Lasciarsi crocifiggere dai chiodi della storia.

martedì 22 settembre 2009

Le nozze di Cana

Mi viene da pensare all’insensatezza dei ruoli definiti, all’idea inveterata che ognuno debba fare la sua parte. Il segreto della vita è fare anche la parte degli altri, quando il mondo è in ritardo. Come accadde in quell’ennesimo, sgangherato matrimonio celebrato nella città di Cana, tanti secoli fa.
Fabrizio Centofanti

L'emigrante

Molti anni fa conobbi un emigrante rientrato al paese dopo vent’anni per un affare imprevisto ed urgente, tanto imprevisto ed urgente che aveva appena avuto il tempo di informarne i familiari più stretti prima di mettersi in viaggio. Ma costoro per la data e l’ora indicata avevano altro (di meglio) da fare, e la visita dell’uomo doveva concludersi in meno di mezza giornata; così che costui non poté incontrare nessuno dei suoi.Girò a caso il paese che era certo un po’ cambiato, ma dove riconosceva parecchi, mentre nessuno riconosceva lui; finalmente riuscì a trascinare uno di quelli al bar, dove avrebbe voluto offrirgli tutto ciò di cui l’esercizio disponeva ed invece riuscì a stento a fargli accettare un caffè.
Roberto Rossi Testa

lunedì 21 settembre 2009

Il Vangelo

Ieri, poco prima della messa, un uomo e una donna vengono a chiedere la sala per un compleanno da festeggiare il pomeriggio. In quei pochi minuti cerco una tregua per prepararmi alla celebrazione. Chi si occupa della sala ha un tumore, spiego loro, ed è stato appena operato, per cui il servizio è sospeso. Niente da fare: hanno già chiesto in ufficio, e non possono più recarsi altrove.

A Beppe Cucchi

Vorrei dedicare queste righe a Beppe Cucchi, che ci segue ogni giorno con pazienza sorprendente. Per sapere di lui basta leggere qui. La mia vita è fatta di notizie come questa, allarmi e annunci di drammi senza fine, che, mi convinco sempre più, esprimono l’anima di questa terra, dura quando cadi, in attesa di accoglierti dopo l’ultimo respiro. Pessimismo? Sono all’incrocio di povertà estreme, mi viene consegnata la sostanza di dolore del pianeta.

domenica 20 settembre 2009

Assunta

Il mese di settembre è stato molto attivo nell’affidare alla nera signora con la falce, grandi personaggi, sia nella cultura, che nello spettacolo.Turi Vasile, che ho avuto il piacere di conoscere, apprezzandone, al di fuori della tempra artistica, lo spirito e l’ironia, Mike Bongiorno, che, nel bene e nel male (non ho mai fatto parte dei suoi ammiratori), ha rappresentato una svolta epocale nei costumi degli italiani e…Assunta Finiguerra. Ho appreso da un amico, non siciliano, la notizia che ci aveva lasciato e sono rimasta senza parole. Sapevo del male con cui stava combattendo, ma pensavo che lo avrebbe soffocato anche stavolta. Non è stato così e ora vorrei dire solo due parole per questa donna sfortunata, sincera e appassionata, violenta e dolce, bella e sensuale, tenera e ironica, come la poesia che, in tutto e per tutto, la rappresenta.
Flora Restivo

Lo sguardo dell'altro

Di fronte alla luce abbagliante del risorto, prevale il sentimento delle donne all’annuncio del giovane, la mattina di pasqua: fuggirono e non dissero niente a nessuno, perché avevano paura. E’ l’ultima parola del vangelo di Marco, talmente scandalosa che una mano ignota ha aggiunto un finale più accettabile. Mi piace l’idea che circola sul purgatorio: non si tratta di anni o secoli di penitenza, ma di uno sguardo che incrocia gli occhi di Cristo; ciò che è impuro brucia, resta solo ciò che è stato dato. La paura e la vergogna distruggono adesso quel che dopo può causare un incendio senza fine.
Fabrizio Centofanti

sabato 19 settembre 2009

Città del sole: 2

Il percorso del sogno diviene più intricato ed oscuro, man mano che ci si addentra nelle vie, ancora inesistenti, di una città “da fare”. Se Aquila antica, con il suo nome e la sua forma evocativa, in fondo esiste ancora, almeno in immagini, in segni che tracciano un percorso, come costruire una realtà che non è neppure in embrione, all’interno della quale, comunque, si dovrà vivere? Chi sta qui a sognare ad occhi aperti non crede, come Bacon, in una Nuova Atlantide tecnologica, e il magma del cemento sparso a caso o sulla base di criminosi disegni gli fa orrore. Nella sua disperata ricerca di equilibrio, però, ha imparato con fatica ad accettare l’idea che la tecnologia possa essere strumento utile, in vista della realizzazione di un rapporto armonico tra eco-logia ed eco-nomia. In fondo, queste scienze imperfette tendono alla scoperta di una relazione giusta e conveniente tra l’uomo e l’ambiente naturale, sua prima dimora. Il concetto di “qualità della vita” nasce da qui, da questa relazione.Visto che, in ogni caso, si deve ricominciare da capo, non vogliamo mica fondare il nostro futuro sugli errori passati, no? Se ripensiamo bene ai quartieri-dormitorio ammassati intorno al centro storico, anche se le nostre case erano quelle, erano lì, non desideriamo piuttosto che esista, oggi, un piano, ad impedire assurdi cumuli di ferro e cemento, a restituirci spazio vitale, per il tempo che verrà, per i nostri figli? Necessario, in primo luogo, un piano regolatore e urbanistico complessivo, senza por tempo in mezzo. Vedete quanto sono veloci (così dicono, almeno) a piantare tende negli spazi liberi e a tramutarle poi in termitai, senza alcuna partecipazione democratica? Va bene, si doveva gestire l’emergenza e i metodi da occupazione militare sono forse i più efficienti. Ma adesso? Adesso ne va della nostra vita, non è vero?

Città del sole: 1

Poche righe per spiegare ciò che NON sono e perché mi permetto il lusso di rimetterci la faccia (o, almeno, quello che ne rimane). Non sono un politico, un architetto, un “urbanista”, un economista, un “esperto”, un ingegnere della protezione civile. Non sono neppure un giornalista, né uno storico, né un vigile del fuoco, né un “palazzinaro” di bassa o alta (ma ce ne sono?) lega. Non ho nulla da guadagnare, ma neppure, una volta tanto, da perdere. Non difendo alcun interesse, se non quello ad una vita che conservi i segni di qualche forma di bellezza, magari più per mio figlio che per me. Consideratemi, se vi va, un sognatore ignorante, che di mestiere elabora utopie: mi hanno insegnato, ma forse ho capito male, che il sogno e l’utopia si trovano alla base di ogni realizzazione compiutamente umana; che possono essere un utile strumento di interpretazione, addirittura di costruzione, della realtà. D’altra parte, i primi sistemi politici, sociali ed economici furono elaborati da pensatori e filosofi; perfino colui (o coloro) che per primo tentò di domare il fuoco lo fece sotto la spinta della necessità, e del sogno. E Platone, Aristotele, Dante, Tommaso Moro, Campanella, Bruno… non mi sembrano dei mentecatti. Con loro, Vico, Fichte, Hegel, Croce, Gentile, Marx, Gramsci, Ivan Ilic, Ezra Pound, Popper…devo continuare? Sognatori. Soltanto sognatori?

giovedì 17 settembre 2009

frottola del cainita

Enrico De Lea

Se intravedo la luna ed il castello,
ricordo pure il luogo del coltello.
Lo gettai tra roccia e spino, senza cura:
dopo il sangue ed i gridi c’è premura
di cancellare ogni traccia di ferita
e girare un nuovo foglio della vita.
E’ un libro chiuso la casa nella piazza,
del mio nemico cancellai la razza:
ora a chi passa innanzi tutto tace
su quella sera di raggiunta pace.
Non ricordo per cosa alzai la mano
e la premetti con la lama da lontano
sul padre sulla madre e sulla figlia,
facendo pulizia della famiglia.
Ora ritorno, con l’accento straniero,
e ritrovo il paese vuoto e nero:
se ne parlò, nel bar, di quel delitto,
ora è silenzio, ed il locale è sfitto.

Compianto in terracotta

Il mondo era moderno al quarto piano,
come un’era adulta ma più sotto,
era l’antro dei sogni era l’infanzia.
Non era addio ma arrivederci, a più tardi;
l’amica era la vita la libertà di affetti
adolescenti che ti porta piano
va lontano in fiaba eterna
d’una piccola me contenta, come l’entrare
e uscire da una porta una soltanto
q u e l l a perché un padre aspetta
al piano che non s’apre più, aspettava stava.
***
Maria Pia Quintavalla

mercoledì 16 settembre 2009

Camminare

di Mauro Baldrati
Ho da tempo l’abitudine di uscire di casa per una passeggiata serale, o notturna, prima di coricarmi. Talvolta la stanchezza mi scoraggia, mi spinge a rinunciare, a cercare il buio. Ma è da queste rinunce che può iniziare la deriva, perché quando si allenta la disciplina la debolezza rischia di prevalere, come la rassegnazione.Così esco, vincendo la pigrizia, e già dai primi passi l’energia riprende a scorrere, come per magia. E mentre cerco di regolarizzare il ritmo, di sintonizzare la respirazione e di muovere correttamente le braccia coi pugni parzialmente chiusi, col dito medio che entra in contatto col pollice, come insegnava Don Juan a Castaneda (e non bisogna MAI reggere qualcosa in mano, borse o altro, qualunque oggetto deve essere contenuto in uno zaino), sento la stanchezza che scivola via, rimane alle mie spalle.Quando cammino io sono un componente dell’Ordine del Camminatore Errante di Thoreau, un cittadino di quel “quarto stato al di fuori della Chiesa, della Nazione, del Popolo”.

Lampedusa

di Slavoj Zizek
Anticipiamo l’ inizio del saggio di Slavoj Zizek, “Politica della vergogna” (a cura di Edoardo Acotto), che esce oggi per nottetempo (pagg. 118, euro 14) Il 16 settembre 2007, il ministro degli Affari Esteri francese Bernard Kouchner avvertì che il mondo si sarebbe dovuto preparare a una guerra causata dal programma nucleare iraniano: “Dobbiamo prepararci al peggio, e il peggio è la guerra”. Quest’ affermazione, com’ era prevedibile, fu causa di notevole scompiglio e di critiche rivolte a ciò che Sir John Holmes, a capo dell’ Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, definì “il contagio iracheno”: dopo lo scandalo delle armi di distruzione di massa, agitate come pretesto per l’ invasione, evocare analoghe minacce aveva perso per sempre ogni credibilità perché dovremmo ancora credere agli Stati Unitie ai loro alleati, se già siamo stati brutalmente ingannati? C’ è tuttavia un altro aspetto, molto più preoccupante, che riguarda il monito di Kouchner. Quando il presidente Sarkozy, appena eletto, nominò Bernard Kouchner, noto per i suoi orientamenti umanitari e politicamente vicino ai socialisti, a capo del Quai d’ Orsay, persino alcuni oppositori di Sarkozy salutarono questa scelta come una piacevole sorpresa. Adesso il significato di questa nomina è chiaro: il ritorno in forza dell’ ideologia dell’ “umanismo militaristico” o anche “pacifismo militaristico”. Il problema insito in quest’ etichetta non è tanto che si tratta di un ossimoro che richiama alla mente lo slogan “la pace è guerra” di Orwell in 1984: la semplicistica posizione pacifista “più bombe e uccisioni non porteranno mai la pace” è illusoria; spesso è necessario combattere per la pace. Il vero problema non è nemmeno che, come nel caso dell’ Iraq, l’ obiettivo è nuovamente scelto non certo sulla base di pure considerazioni morali, ma per interessi strategici, geopolitici ed economici non dichiarati.

lunedì 14 settembre 2009

E tanto basta

Magari è vero, ma l’hai voluto tu, hai scelto tu di dare. Se il mondo è muto, io canterò. Se è sordo, ascolterò. Proprio dove manca, metterò l’amore. Quanto è difficile, però.

Ombre rosse

Ombre rosse tra due poli
Un film come “Ombre rosse”, che si propone di raccontare cosa è diventata la sinistra, cioè anche tutti noi, sollecita i commenti. Del resto la corposa presenza di sinistra ( sia pure cinefila), venuta a vedere il film di Citto Maselli qui a Venezia, ha dimostrato che, al di là dell’interesse per l’opera cinematografica, c’è un grande bisogno di riflettere su sè stessi e sul disastro cui siamo arrivati, nessuno davvero innocente. E ben venga dunque l’occasione di questa pellicola impietosa ma mai astiosa – è un merito di Citto – sempre pronta a sottolineare, anche nei peggiori, il barlume di qualche ragione.Al centro della storia, insomma, non ci sono i buoni e i cattivi, ma l’ambiguità complessa della situazione. (Che strano: Citto Maselli, nella vita sempre un po’ settario, magari per passione politica, quando è regista si trasforma).Il suo film, infatti, non giudica: coglie le sfumature, è uno squarcio problematico sullo scorcio storico dell’ultima sconfitta subìta per mano di Berlusconi, che si abbatte su tutti – inaspettata perché tutti sono ciechi. In questo senso assai più stimolante di una denuncia

domenica 13 settembre 2009

Feisbuuc

Intervista di Giovanni Agnoloni
Abbiamo già parlato di Feisbuuc di Lorenzo Pezzato Oggi, a libro uscito e con il suo blog ormai consolidato in rete, ecco una breve intervista su.
- Prima di tutto, una domanda sullo “stato dei lavori”: che riscontri stai avendo, circa il tuo progetto letterario? Il libro “Feisbuuc” incuriosisce come il fenomeno internettiano della storia sui blog pubblicata a puntate su un blog?
Il progetto Feisbuuc sta andando molto bene, e ne sono parecchio soddisfatto.Da un certo punto di vista, la conclusione del progetto è stata la pubblicazione e la vendita nelle librerie, fatto che ha dimostrato inequivocabilmente che anche la letteratura ha trovato una sua nuova collocazione sul web, che da oggi può essere genitore di un romanzo cartaceo.Feisbuuc è la prova che la rete continua a proporre nuovi modi per interpretare vecchi sistemi (oltre a generarne di assolutamente nuovi), come quello dell’editoria. Oggi un romanzo può prima avere un pubblico (nel web) e poi un editore.
- Personalmente avverto una trasformazione nell’approccio a internet degli utenti-navigatori: ècome se la “fissa” iniziale fosse passata, e adesso stesse affermandosi un uso più critico e consapevole. La Rete come strumento di espressione democratica, ma anche come luogo di scambio culturale che prepara a un autentico incontro umano. E’ solo un’impressione “a pelle”, la mia. Che ne pensi?

Camminare

Ho da tempo l’abitudine di uscire di casa per una passeggiata serale, o notturna, prima di coricarmi. Talvolta la stanchezza mi scoraggia, mi spinge a rinunciare, a cercare il buio. Ma è da queste rinunce che può iniziare la deriva, perché quando si allenta la disciplina la debolezza rischia di prevalere, come la rassegnazione.Così esco, vincendo la pigrizia, e già dai primi passi l’energia riprende a scorrere, come per magia. E mentre cerco di regolarizzare il ritmo, di sintonizzare la respirazione e di muovere correttamente le braccia coi pugni parzialmente chiusi, col dito medio che entra in contatto col pollice, come insegnava Don Juan a Castaneda (e non bisogna MAI reggere qualcosa in mano, borse o altro, qualunque oggetto deve essere contenuto in uno zaino), sento la stanchezza che scivola via, rimane alle mie spalle

giovedì 10 settembre 2009

Rose

Ho provato a spiegarlo ieri in uno degli innumerevoli matrimoni che celebro nel mese di settembre: citavo la scena di una pattinatrice (la sposa stessa) che lancia una rosa verso il suo ragazzo (lo sposo), seduto tra gli spettatori; lui, chissà perché – è distratto, o pensa che non sia diretta a lui – la lascia passare e finisce chissà dove. Dicevo che Dio è uno che lancia rose a vuoto, disposto ad accettare la nostra indifferenza. Il prete, figlio di tanto Dio, deve fare lo stesso. Riempie il mondo di rose, a volte inutilmente.
Fabrizio Centofanti

Il demanio pubblico

Ridurre il patrimonio abitativo pubblico, investire risorse per aumentare il peso delle abitazioni in proprietà rispetto a quelle in affitto, è una politica che accresce le diseguaglianze sociali e riduce la libertà di cercare occupazione là dove c’è. Obbliga chi ha un po’ di risparmi a investire nell’acquisto di una casa in proprietà, distraendo così il risparmio dagli impieghi produttivi e dai consumi, quindi indebolisce il sistema economico. È una politica reazionaria nel vero senso del termine: perché porta il nostro paese all’indietro nel tempo.
Del resto, come molti hanno osservato anche il “piano casa” di cui si sta dibattendo è un ritorno al passato. Affidare la ripresa economica allo sviluppo dell’attività edilizia e, per ottenere questo risultato, “liberare” i costruttori e i proprietari immobiliari dalla regole dei piani urbanistici, è proprio la strada che percorsero (ma con ben altre motivazioni e in una realtà radicalmente diversa) i governi italiani degli anni Cinquanta. Il diffondersi della cementificazione, la devastazione del paesaggio e delle nostre città compiuti ignorando la pianificazione urbanistica provocarono allora guasti di cui ci si rese conto, tentando di correre ai ripari. Oggi si è ripresa quella strada.

mercoledì 9 settembre 2009

Draghi, mostri e la terapia II e III

un racconto di Piero Moroni

DUE

Confuso, avevo voglia di camminare un poco, ieri sera dopo il silenzio magico del Clairon e dopo aver salutato le serveure antipatico, decido di incamminarmi scendendo le scale di rue du Calvair.Strane ombre tra cui una che faceva fumo, mi seguivano.Ho incontrato Pascal che lui, Pascal, dorme sotto una scalinata e che Enrico gli ha regalato un sacco a pelo nuovo e Pascal mi ha raccontato delle sue avventure che io non ci credo alle avventure di Pascal e poi dopo aver salutato Pascal e dopo avergli dato 10 Euro sono entrato Au Rendez Vous des Amis in Rue Gabrielle.C’era Marcos, l’argentino, ieri sera.E mi ha offerto una birra e con lui c’era una tipa di nome Ana, Maria Ana, che è diverso da Marianna e con Ana Maria c’era anche un’altra tipa che era sua amica e collega di lavoro e che si chiamava, Rita Maria che non è Maria Rita.Entrambi belle ragazze.A me è piaciuta subito Ana Maria e poi dopo un poco anche Rita Maria.Tutte e due mi sono piaciute, ieri sera.

La nascita, solo la nascita

Rita Pacifici
Cominciamo dalle caratteristiche che si rivelano ad una prima lettura di questi versi, privi di titoli e di ogni cesura grafica. Il tuo è un “pensiero poetante” che procede non attraverso singole, fulminee illuminazioni ma in un fluire continuo, ininterrotto, come se l’ispirazione fosse sorretta da una struttura di ampio respiro, quasi narrativa …
E’ questa particolarità a rendere questi versi così adatti anche alla recitazione, al canto, che è poi un valore proprio della tradizione poetica italiana?

Luigia Sorrentino


Le poesie de “La nascita, solo la nascita” sono nate da un urlo di dolore e di ribellione e soprattutto, dall’urgenza e dalla necessità di restituire all’umano il sé sacro, che è, per me, il più antico e misterioso legame tra gli uomini.
I testi sono stati ordinati e messi insieme seguendo una struttura poematica continuativa e diretta. Gli eventi storici a cui si ispirano indicati nelle note del libro – terremoti, maremoti, attentati, guerre e stragi – fatti lontani e vicini, abbracciano l’umanità intera in un sentire comune, la pietas. Il sentimento collettivo va oltre l’episodio di cronaca, oltre la drammaticità dei singoli avvenimenti, che sono, alla fine, solo evocati. E’ probabile che questi elementi abbiano contribuito a conferire organicità all’intera raccolta, sorretta da un impianto unitario, di tipo narrativo. La recitabilità viene dal fatto che sono versi “dalla terribilità tragica” e quindi perciò stesso, cantabili. E, in un’opera che rivela continuamente l’irriducibilità e la caducità dell’essere, le parole non possono essere che dure, scagliate come pietre.
“In quella vertebra”, il poemetto che apre la raccolta, riferisce di un evento tragico che ha avuto luogo in un determinato tempo, il tempo degli inizi, mentre “La cattedrale”, il poemetto collocato alla fine del libro – che non chiude completamente il discorso – reintroduce, attraverso un’altra nascita, l’Istituzione – il luogo della cattedra – il frammento di una nuova creazione, di qualcosa che comincia ad essere.

martedì 8 settembre 2009

Billie Holiday

di Sergio Pasquandrea
Oddio, proprio felice forse non lo è stata mai, e non sto nemmeno a spiegare il perché. Però mi sono un po’ scocciato di sentir parlare della vita di Billie, dei tormenti di Billie, degli amori infelici di Billie, della voce di Billie ridotta a cartavetrata.
Insomma, mi sono scocciato di vederla ridotta a una Madonnina dei Sette Dolori.Fu una donna sfortunata, ma era anche, e soprattutto, una grandissima artista. Qualcuno dirà che era una grande artista a causa di quella vita; io comincio a pensare che lo sia stata nonostante.E allora provate ad ascoltarla da giovane: qui siamo nel gennaio 1937, Billie non ha ancora compiuto ventitré anni ed è una stella in ascesa nel firmamento del jazz (aveva esordito quattro anni prima). La sua voce è piena, brillante; non ci sono ancora segni del deterioramento che sarebbe cominciato di lì a qualche anno, con l’abuso di alcool e droghe.Insomma, è una Billie diversa, meno drammatica forse, ma non meno intensa. Più pura, direi. Ultimamente, è questa la Billie che mi piace di più.

Scarpe

Vorrei chiederle: “È un altro che vai a sposare, o sposi me per procura, visto che per fare le cose insieme il tempo manca? E, in ogni caso, torni per cena? Io intanto apparecchio, che cosa posso mettere al fuoco?”.Ecco che cosa vorrei chiederle; ma non ci riesco, l’ascensore mi sta già risucchiando verso i mille lavori di casa e lei è già per la strada, in volata verso le nozze.Almeno per questo gli scarponcini argento le saranno più utili delle scarpette da cerimonia.
Roberto Rossi Testa

domenica 6 settembre 2009

La pietra nella mano

Ora finalmente non c’era più spazio per l’errore, ora la trasparente grazia dell’innocenza ritrovata avrebbe fatto tacere ogni rivolta, ogni residua accusa. Intanto un uomo continuava a scrivere per terra, raccontava la storia di noi puri, gli sguardi fieri e l’immancabile pietra nella mano.

Guida lei

Mi chiedo se sia meglio oggi, o quando avevo perso il filo e la compagna migliore era la ceres. Solo la macchina è la stessa, e come una volta guida lei.

sabato 5 settembre 2009

Bear watching

Non è propriamente un vis à vis con Yoghi – l’orso marsicano è più piccolo di quelli americani, il grizzly e l’orso bruno, e grazie a dio è di gran lunga meno pericoloso – ma insomma, vista la frequenza con cui avvengono gli avvistamenti e l’estasi stampata sul viso di chi scende dopo aver vissuto l’esperienza, si può ben parlare del Parco nazionale d’Abruzzo come della nuova Yellowstone italiana.

Il «bear watching» è il fenomeno dell’estate e anche uno splendido esempio di convivenza con un grande predatore, gestito bene e trasformato sapientemente in risorsa economica. Ogni giorno l’escursione organizzata da un’agenzia locale per osservare qualcuno dei cinquanta orsi che vivono nelle foreste del parco fa il tutto esaurito: cinquanta euro a testa per avventurarsi lungo i sentieri e tra i faggi, salire in cima a un montagna (cinquecento metri di dislivello), cenare al rifugio, sperare di vedere l’orso e poi scendere a valle in ogni caso rilassati. Perché così insegnava anche Mario Rigoni Stern. Quando qualcuno gli chiedeva un consiglio per vivere meglio, lo scrittore amante di montagna rispondeva con semplicità: «Camminate, andate per i sentieri, vedrete che la sera vi addormenterete molto più facilmente».

Viadellepovertà

Un dolore forte mi ossessiona, alla schiena, in basso, e giorno dopo giorno arriva a paralizzarmi una gamba. Cammino piano, sbilenco, non riesco a stare seduto né coricato, faccio fatica a rialzarmi. I dolori creano un diaframma tra noi e il mondo, e nell’al di qua c’imbozzoliamo cupi perdendo vitalità; riacquistandola, dopo un tempo indefinito, quasi sempre. E’ un assaggio di morte, della pena che spesso la precede. Ti sembra di non avere scampo, temi che il dolore non se ne vada più. “Discopatia tra la quinta lombare e la prima sacrale”, leggo nel referto che accompagna la radiografia fatta al costo di trenta euro, privatamente, per non aspettare penando, ancora, in una lunga fila; lo leggo e rileggo in tutti i dettagli. Vado poi su Internet, apprendo che quel dolore colpisce una percentuale elevata della popolazione, e che dicono derivi dalla stazione eretta, del voler stare su due gambe, invece che su quattro arti come gli altri mammiferi.

venerdì 4 settembre 2009

4.000 ore di web

In queste prime quattromila ore di web ho attraversato mari di dolori e di illusioni, ma anche effimere gioie e solidi legami. Ho scritto parole che svaniranno nella ferraglia del futuro, col rumore di cose che rotolano per strada e nessuno si sente in dovere di raccogliere. Ho visto volti in uploads, sorrisi che venivano da vite molto più segnate dalla cronaca del mondo, perché qui ogni giorno è un insieme di luci che si accendono e si spengono, e un sentimento si forma come un’onda vicino alla battigia. Ho scoperto la musica in real player, come il bambino che rigira tra le mani la prima stilografica. Si chiamava Vincenzo il compagno di banco con la pelikan macchiata nera e verde, invidiata con molta sobrietà, la rassegnazione che si tollera solo nell’infanzia. Ora che so molte più cose di questa macchina infernale, mi viene una preghiera, come quella del naufrago che abbraccia la carcassa e ne avverte l’effimera natura di salvezza intramondana, eppure sempre salvezza, con la gioia puerile delle ginocchia sulla sabbia, del bacio umido mentre l’anima grida:”terra! terra!”.

Sull'amore vero

Sull'amore vero
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Ho ritrovato questa specie di poesia mentre cercavo altre cose: l’ho scritta parecchi anni fa, l’avevo dedicata alla mia donna dell’epoca. Ne ero follemente innamorato.
Mi domando cosa avrei potuto scriverle se non lo fossi stato.
Non l’avrei mai postata, lo faccio per un motivo: questo blog è vuoto come una città del Nord in Agosto, e proprio in questi momenti si possono fare cose che durante l’anno non ti sogni nemmeno. Una sorta di trasgressione.

giovedì 3 settembre 2009

Alla fine del male

Mi chiedono sempre perché il male. Lo chiedono a me, in un certo modo, come se avessi io la soluzione in tasca, da prete, depositario dei segreti ultimi del mondo. E’ un pezzo che ho smesso di rispondere con le formule usuali. Da quando il male mi ha investito nella sua versione più crudele, non ho più parole

Draghi, mostri e la terapia I

E’ perchè forse tu non lo sai ma stà malattia è davvero bastarda. Quando uno pensa di conoscerla è lì che diventa bastardissima.Quando pensi di esserne guarito, allora, lì è il momento che questa si risveglia e ridiventa ancora più bastarda.La malattia d’amore.La malattia d’amore, quella che ciai quando vieni lasciato dalla persona che ami. La tua donna.Quella che davvero ami.Quella proprio bastarda !Parli da solo, piangi, ridi e caghi nervoso.Ti senti una chiavica, tutto è contro di te e piangi ancora e lì la malattia attacca ancora di più e ciai male in tutto il corpo e ciai voglia di morire ma non lo fai perchè diventi vigliacco vigliacchissimo.Bevi, fumi, non mangi, vomiti e ciai gli incubi anche ad occhi aperti.Mostri e Dragoni che ti gironzolano intorno e che si divertono a renderti pazzo, nevrotico, depressivo.La malattia d’amore bastarda !La malattia si può curare scrivendo.

mercoledì 2 settembre 2009

Sensitivi

Anni fa scovai in rete il sito di un sensitivo che attirò la mia attenzione.“Clicca qui e avrai indicazioni importanti per la tua vita.”Cliccai e ritrovai la mia vita radiografata in quattro righe, con messa in bella evidenza tutta la vanità dei miei sogni e degli sforzi che facevo per realizzarli.“Guarda un po’ che caso!” mi dissi, e passai oltre.Qualche giorno dopo rientrai nel sito, cliccai ed ottenni la stessa risposta.

Il guardiano dei paesi

non riesco più a stare nel mio paese nuovoe neppure in quello vecchio e grezzo.io vivo nella frana che sta in mezzo.
lo so ho un’ anima scomposta, a vederla da vicino sembra un paese terremotato. ma non è di me che voglio parlare in queste righe, voglio parlare di un’idea dell’italia, l’italia che cerco ogni giorno è annidata nei paesi più sperduti, l’italia che resiste dove c’è poca gente, dove ci sono alberi, erbacce, cardi, l’italia che vive ancora solo dove è più dimessa, l’italia che non crede alla pagliacciata del progresso, l’italia dei cani randagi, dei vecchi seduti sulle scale, delle case di pietra incollate in lunghe file che si attorcigliano

martedì 1 settembre 2009

I have a dream

Io ho un sogno: che l’umanità si alzi in piedi e un grande boato riempia l’universo: Eccomi, manda me. Da questo grido nascerebbe l’era finale sognata da Isaia, quelllo che qualcuno chiama il mondo nuovo.

La ragione della poesia

di Anna Maria Curci
Un moto di insofferenza è spesso la molla delle mie letture, mia personale e indubbiamente opinabile reazione a vulgate diffuse ad arte, a ossimori forzati, a “salvation a la mode and a cup of tea”, come cantavano i Jethro Tull in Aqualung, a bieche – queste sì veramente bieche – forzature della parola. L’estate che sta imperversando mi ha regalato una tanto singolare quanto insopportabile coincidenza di tutti questi fattori, ma è stato un episodio apparentemente insignificante a scatenare il furore della mia ricerca.