di Giuseppe Panella
La poesia di Giancarlo Bianchi si sostanzia della sua capacità di coniugare emozioni ed afflati di diversa derivazione con la sua vena fondamentale che è quella della ricerca del mistero in direzione religiosa.
Come si può facilmente intendere anche dall’esergo del suo primo testo, la sua prospettiva lirica si muove nella direzione aperta da Mario Luzi (senza però evocare e connettersi alla dimensione più terrestre vista come rifugio vitale espressa anche negli ultimi componimenti di quest’ultimo).
In Bianchi, tuttavia, vi è un’attenzione maggiore alla prospettiva dell’esperienza, esistenziale e sovrana, della comprensione mistica del mondo. La ricerca di qualcosa di più alto, di più elevato, di autenticamente sublime colto a ridosso della bellezza naturale e umano lo spingono a rincorrere visioni estatiche presenti nella dimensione di un Sacro visto come estenuazione e accrescimento delle possibilità della bellezza. Un testo come questo, ad esempio:
“Un solo legame / una sola vita eterna / unisce tutte le cose / onda di vita / forza inesausta, palpitante / nei cieli e negli abissi. / Il silenzio parla / e brilla sulla soglia / del portale di luce”
è significativo di questa prospettiva. La poesia, per Bianchi, è il “portale di luce” al quale attingere per cogliere la complessa ma sostanziale unità del cosmo. La vita non è altro che la sanzione di questo intreccio tra natura e storia, tra realtà umana e prospettiva escatologica.
domenica 27 dicembre 2009
Lascia questi occhi
Lascia questi occhi corrano altrove
non mi guardare, ti prego, voltati,
voltati ancora.
Fallo di nuovo, fallo tu,
quando ti sentirai fermo e sereno
quando la luna ti avrà abbandonato
e la brezza pungente della pineta
avrà suggerito il tuo cammino
come un coro alla montagna.
(dimentichi il bosco
oltre il canale, è vivo, lo senti?)
Allora, fallo di nuovo, ti prego,
guardami, voltati,
voltati ancora.
Ci basterà tacendo, spiarci leggeri
oltre i gusci delle parole,
gli uni negli occhi degli occhi:
gli altri, non più soli, ci seguiranno.
Matteo Ciucci
non mi guardare, ti prego, voltati,
voltati ancora.
Fallo di nuovo, fallo tu,
quando ti sentirai fermo e sereno
quando la luna ti avrà abbandonato
e la brezza pungente della pineta
avrà suggerito il tuo cammino
come un coro alla montagna.
(dimentichi il bosco
oltre il canale, è vivo, lo senti?)
Allora, fallo di nuovo, ti prego,
guardami, voltati,
voltati ancora.
Ci basterà tacendo, spiarci leggeri
oltre i gusci delle parole,
gli uni negli occhi degli occhi:
gli altri, non più soli, ci seguiranno.
Matteo Ciucci
sabato 26 dicembre 2009
La band letteraria
di Michele Smargiassi
Tutto comincia sempre (e tutto sempre obbligatoriamente finisce) attorno a concretissimo, paleo-tecnologico tavolo ovale, un modesto Ikea comprato nel ‘ 99 coi soldi di Q, il primo folgorante romanzo della band letteraria che allora si chiamava ancora Luther Blissett. È l’ unica proprietà comune del collettivo di scrittura Wu Ming, ma è anche il suo oggetto sciamanico e rituale, come la tavola rotonda dei paladini. Ora si trova a casa di Wu Ming 1, ha cambiato indirizzo diverse volte, comunque è ancora in servizio creativo permanente effettivo. Lì attorno è stato concepito e poi partorito anche Altai, quinta recentissima opera dei quattro co-autori “senza nome”, e tutto è iniziato come le altre volte: un Wu Ming solfeggia un’ idea, un altro la riprende, uno la rilancia, il quarto l’ aggiusta… Facilea dirsi, menoa farsi, ancor meno a spiegarsi. Comodamente stesi sui divani lisi di una libreria alternativa bolognese, la richiesta di raccontare il laboratorio Wu Ming è accolta dai quattro cavalieri della tavola ovale con educato scetticismo. «Non c’ è un metodo». Ed è vero. Sulla tecnica di scrittura collettiva nessuno ha mai scritto un manuale, tantomeno loro che l’ hanno inventata e praticata per primi, mai però teorizzata, sennonché a ogni presentazione pubblica c’ è una domanda dal pubblico che non manca mai: «Ma come fate? Chi scrive cosa?». E adesso che sulla loro scia si moltiplicano i collettivi di scrittura come Sic o Kai-Zen, fenomeno tutto italiano, forse è ora di dare una sistematina alla materia, che dite? «Non c’ è un metodo», conviene WM4, «ma dopo dieci anni di lavoro assieme, in effetti, c’ è una pratica sperimentata». Prima cosa, scrivere un romanzo in quattro (o perfino in cinque, come Manituana) non è come scriverlo in coppia, tipo Fruttero & Lucentini o Ellery Queen: «In due non è lavoro collettivo, è intesa coniugale». Quattro autori invece non possono intuirsi affettivamente, devono interagire concretamente. Fin dall’ inizio, dalla sorgente dell’ idea. Questa volta è stato facile: c’ era in tutti la voglia di un tuffo alle origini, di un reset dopo le turbolenze (l’ uscita di Wu Ming 3 dal team, un anno fa, per ragioni tenute riservate), di un ritorno al tempo, alla temperatura e ai temperamenti dell’ esordio di dieci anni fa. Altai non è il sequel di Q, «giurammo di non fare mai Q2 », ma rianima i tre personaggi del suo finale aperto e li ricolloca sugli scenari del Mediterraneo cinquecentesco in pieno scontro di civiltà. Su questo, al tavolo ovale, non c’ è stata incertezza, tant’ è che nessuno ricorda chi formalizzò la proposta. Ma un’ idea non è un soggetto e un soggetto non è un plot. Così è stato necessario un lungo brain storming per definire anzitutto i confini dell’ azione: di spazio (tra Venezia e Cipro) e di tempo (dall’ esplosione dell’ Arsenale di Venezia, l’ 11 settembre della Serenissima, alla battaglia navale di Lepanto).
Tutto comincia sempre (e tutto sempre obbligatoriamente finisce) attorno a concretissimo, paleo-tecnologico tavolo ovale, un modesto Ikea comprato nel ‘ 99 coi soldi di Q, il primo folgorante romanzo della band letteraria che allora si chiamava ancora Luther Blissett. È l’ unica proprietà comune del collettivo di scrittura Wu Ming, ma è anche il suo oggetto sciamanico e rituale, come la tavola rotonda dei paladini. Ora si trova a casa di Wu Ming 1, ha cambiato indirizzo diverse volte, comunque è ancora in servizio creativo permanente effettivo. Lì attorno è stato concepito e poi partorito anche Altai, quinta recentissima opera dei quattro co-autori “senza nome”, e tutto è iniziato come le altre volte: un Wu Ming solfeggia un’ idea, un altro la riprende, uno la rilancia, il quarto l’ aggiusta… Facilea dirsi, menoa farsi, ancor meno a spiegarsi. Comodamente stesi sui divani lisi di una libreria alternativa bolognese, la richiesta di raccontare il laboratorio Wu Ming è accolta dai quattro cavalieri della tavola ovale con educato scetticismo. «Non c’ è un metodo». Ed è vero. Sulla tecnica di scrittura collettiva nessuno ha mai scritto un manuale, tantomeno loro che l’ hanno inventata e praticata per primi, mai però teorizzata, sennonché a ogni presentazione pubblica c’ è una domanda dal pubblico che non manca mai: «Ma come fate? Chi scrive cosa?». E adesso che sulla loro scia si moltiplicano i collettivi di scrittura come Sic o Kai-Zen, fenomeno tutto italiano, forse è ora di dare una sistematina alla materia, che dite? «Non c’ è un metodo», conviene WM4, «ma dopo dieci anni di lavoro assieme, in effetti, c’ è una pratica sperimentata». Prima cosa, scrivere un romanzo in quattro (o perfino in cinque, come Manituana) non è come scriverlo in coppia, tipo Fruttero & Lucentini o Ellery Queen: «In due non è lavoro collettivo, è intesa coniugale». Quattro autori invece non possono intuirsi affettivamente, devono interagire concretamente. Fin dall’ inizio, dalla sorgente dell’ idea. Questa volta è stato facile: c’ era in tutti la voglia di un tuffo alle origini, di un reset dopo le turbolenze (l’ uscita di Wu Ming 3 dal team, un anno fa, per ragioni tenute riservate), di un ritorno al tempo, alla temperatura e ai temperamenti dell’ esordio di dieci anni fa. Altai non è il sequel di Q, «giurammo di non fare mai Q2 », ma rianima i tre personaggi del suo finale aperto e li ricolloca sugli scenari del Mediterraneo cinquecentesco in pieno scontro di civiltà. Su questo, al tavolo ovale, non c’ è stata incertezza, tant’ è che nessuno ricorda chi formalizzò la proposta. Ma un’ idea non è un soggetto e un soggetto non è un plot. Così è stato necessario un lungo brain storming per definire anzitutto i confini dell’ azione: di spazio (tra Venezia e Cipro) e di tempo (dall’ esplosione dell’ Arsenale di Venezia, l’ 11 settembre della Serenissima, alla battaglia navale di Lepanto).
Sono un eroe?
Sono un eroe.Uscire di casa con questo brutto tempo, di notte, all’ora in cui tutta l’umanità, o quasi, invece rientra.O sono pazza?
Nevica.Dal primo pomeriggio viene giù l’iradiddio in batuffoli bianchi, fitti fitti. Fiocchi a bizzeffe, a miliardi, incalcolabili. Gli angeli rifanno i loro cuscini, ne riversano il candido contenuto in terra, su noi piccoli e mortali.Fiocchi multiformi e leggeri, così leggeri che danzano nell’aria gelida e non diresti mai, dai volteggi che fanno, che prima o poi dovranno toccare il terreno. Anche i fiocchi più perfetti e aerodinamici infatti devono arrendersi alla gravità, devono scontare la materialità del suolo. E arrivano, si accomodano, si distendono, ma sono talmente tanti che finiscono uno sull’altro, si ammucchiano, crescono. I centimetri di candore s’innalzano. Prima qualche millimetro, poi un centimetro, due, e nel soffio che stasera non c’è, i centimetri diventano cinque e poi dieci. E poi ancora.Non c’è tregua.
La neve è bella, meravigliosa, un dono del cielo. La vedo scendere precipitosamente rimirandola nel contrasto con i lampioni e le luci colorate di Natale. Affascinata, resto, come sempre. Tuttavia questa notte la neve vorrei tanto limitarmi a guardarla dalla finestra, invece di affrontarla di persona. Vorrei spiarla da dietro le tende, con un fuoco di camino allegro e impertinente alle spalle, mentre tutto intorno a me parla di casa e di cose buone. Vorrei sognare di immensità bianchissime, ma da dentro le mura un po’ meno candide di casa mia.
Nevica.Dal primo pomeriggio viene giù l’iradiddio in batuffoli bianchi, fitti fitti. Fiocchi a bizzeffe, a miliardi, incalcolabili. Gli angeli rifanno i loro cuscini, ne riversano il candido contenuto in terra, su noi piccoli e mortali.Fiocchi multiformi e leggeri, così leggeri che danzano nell’aria gelida e non diresti mai, dai volteggi che fanno, che prima o poi dovranno toccare il terreno. Anche i fiocchi più perfetti e aerodinamici infatti devono arrendersi alla gravità, devono scontare la materialità del suolo. E arrivano, si accomodano, si distendono, ma sono talmente tanti che finiscono uno sull’altro, si ammucchiano, crescono. I centimetri di candore s’innalzano. Prima qualche millimetro, poi un centimetro, due, e nel soffio che stasera non c’è, i centimetri diventano cinque e poi dieci. E poi ancora.Non c’è tregua.
La neve è bella, meravigliosa, un dono del cielo. La vedo scendere precipitosamente rimirandola nel contrasto con i lampioni e le luci colorate di Natale. Affascinata, resto, come sempre. Tuttavia questa notte la neve vorrei tanto limitarmi a guardarla dalla finestra, invece di affrontarla di persona. Vorrei spiarla da dietro le tende, con un fuoco di camino allegro e impertinente alle spalle, mentre tutto intorno a me parla di casa e di cose buone. Vorrei sognare di immensità bianchissime, ma da dentro le mura un po’ meno candide di casa mia.
martedì 22 dicembre 2009
Contributi reali
Non mi pare una cattiva idea: calcolare lo stipendio sul contributo reale alla società civile. Scopriremmo che certi ingaggi sono un’escrescenza anomala che prescinde da ogni incidenza nella realtà del paese. Sarebbero a rischio presentatori, calciatori, politici, veline. Si capirebbe chi lavora perché riconosce dignità all’operare umano e chi cerca una scorciatoia per paradisi contraffatti e artificiali.
Il lupo
Carlo Grande
“Tempo da lupi”, si è soliti dire. “L’inverno il lupo non l’ha mai mangiato”, dicono in valle Varaita e a Blins, per spiegare che quando si gela i duri scendono in campo, per resistere anche all’inverno più rigido. In queste settimane il figlio della notte cerca il cibo nella neve, scegliendo (come sempre) le prede più giovani, malate, in grado di opporre meno resistenza. Fa selezione naturale.
Alcune foto che Nicola Facciotto mi ha inviato – un amico, ottimo sci-alpinista e conoscitore delle montagne di Mondovì – documentano i pasti del lupo: intorno alle carcasse ci sono tracce di animali che arrivano da più direzioni (tecnica di caccia poi copiata dalle tribù indiane del Nordamerica); si notano la precisione e la “pulizia” nello scuoiare le prede. Un morso al collo, quasi dietro alle orecchie, poi la carcassa viene divorata quasi completamente, prima inguine e viscere, poi zampe e dorso.
“Tempo da lupi”, si è soliti dire. “L’inverno il lupo non l’ha mai mangiato”, dicono in valle Varaita e a Blins, per spiegare che quando si gela i duri scendono in campo, per resistere anche all’inverno più rigido. In queste settimane il figlio della notte cerca il cibo nella neve, scegliendo (come sempre) le prede più giovani, malate, in grado di opporre meno resistenza. Fa selezione naturale.
Alcune foto che Nicola Facciotto mi ha inviato – un amico, ottimo sci-alpinista e conoscitore delle montagne di Mondovì – documentano i pasti del lupo: intorno alle carcasse ci sono tracce di animali che arrivano da più direzioni (tecnica di caccia poi copiata dalle tribù indiane del Nordamerica); si notano la precisione e la “pulizia” nello scuoiare le prede. Un morso al collo, quasi dietro alle orecchie, poi la carcassa viene divorata quasi completamente, prima inguine e viscere, poi zampe e dorso.
domenica 20 dicembre 2009
Stipendi
Non mi pare una cattiva idea: calcolare lo stipendio sul contributo reale alla società civile. Scopriremmo che certi ingaggi sono un’escrescenza anomala che prescinde da ogni incidenza nella realtà del paese. Sarebbero a rischio presentatori, calciatori, politici, veline. Si capirebbe chi lavora perché riconosce dignità all’operare umano e chi cerca una scorciatoia per paradisi contraffatti e artificiali.
Economia poetica dell'etica
di Antonino Contiliano
Se chi parla non è uno, ma una molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant), e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.
Se chi parla non è uno, ma una molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant), e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.
martedì 15 dicembre 2009
Cervelli in fuga
Quando scegliere non è una sceltadi Eleonora Grespan
Grazie, professore!‘Thank you, good night!”. chiudo la porta del taxi e mi dirigo correndo verso casa. È l’una di notte qui a Boston e fa decisamente freddo. Una folata di vento mi gela il naso mentre cerco con impazienza la chiave per entrare. Per fortuna c’è una splendida luna piena che illumina le strade, le case e soprattutto la mia borsa. Trovo la chiave ma prima di attraversare la porta mi volto un attimo e alzo gli occhi verso il cielo.
La luce della città non mi permette di vedere le stelle, ma la luna è lì a imbiancare questa notte di fine novembre e a farle compagnia c’è uno splendido Venere. Mi viene in mente un pomeriggio di maggio a Padova, lezione di Fisica Matematica tenuta dal professor Benettin, meraviglioso docente innamorato della matematica, innamorato della musica, innamorato di astrofisica e senza dubbio innamorato della vita. “Ragazzi passate un buon week end” ci dice, “e dopo il tramonto, se siete in giro, camminando per la strada, alzate gli occhi al cielo e guardate quanto meraviglioso è Venere in questi giorni”.
Grazie professore, non avevo mai notato quanto fosse bello, davvero.
Ho 24 anni e sono all’ultimo anno di BioingegneriaChiudo la porta dietro di me e ora sono dentro la mia casetta di Boston, al calduccio. Penso a casa. Sono le 7 di mattina lì, mia madre e mio padre si staranno alzando per prepararsi prima di andare al lavoro, magari si affacceranno alla finestra e anche loro vedranno Venere, a migliaia di km di distanza saremo illuminati dalla stessa luce.
Grazie, professore!‘Thank you, good night!”. chiudo la porta del taxi e mi dirigo correndo verso casa. È l’una di notte qui a Boston e fa decisamente freddo. Una folata di vento mi gela il naso mentre cerco con impazienza la chiave per entrare. Per fortuna c’è una splendida luna piena che illumina le strade, le case e soprattutto la mia borsa. Trovo la chiave ma prima di attraversare la porta mi volto un attimo e alzo gli occhi verso il cielo.
La luce della città non mi permette di vedere le stelle, ma la luna è lì a imbiancare questa notte di fine novembre e a farle compagnia c’è uno splendido Venere. Mi viene in mente un pomeriggio di maggio a Padova, lezione di Fisica Matematica tenuta dal professor Benettin, meraviglioso docente innamorato della matematica, innamorato della musica, innamorato di astrofisica e senza dubbio innamorato della vita. “Ragazzi passate un buon week end” ci dice, “e dopo il tramonto, se siete in giro, camminando per la strada, alzate gli occhi al cielo e guardate quanto meraviglioso è Venere in questi giorni”.
Grazie professore, non avevo mai notato quanto fosse bello, davvero.
Ho 24 anni e sono all’ultimo anno di BioingegneriaChiudo la porta dietro di me e ora sono dentro la mia casetta di Boston, al calduccio. Penso a casa. Sono le 7 di mattina lì, mia madre e mio padre si staranno alzando per prepararsi prima di andare al lavoro, magari si affacceranno alla finestra e anche loro vedranno Venere, a migliaia di km di distanza saremo illuminati dalla stessa luce.
Giuseppe Pinelli
Tanto tuonò che piovve. Da poche ore il premier Berlusconi ha denunciato al partito popolare europeo, a Bonn, di essere un perseguitato politico in Italia. E chi lo perseguita? L’Alta corte costituzionale, che non è più supremo istituto di garanzia ma organo di parte, e precisamente di sinistra, grazie alle nomine fatte da tre presidenti della Repubblica di sinistra che si sono susseguiti da noi, i noti estremisti Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Non solo: un partito di giudici, clandestino ma efficiente, gli scatena contro una valanga di calunniose vertenze giudiziarie. Stando così le cose, egli ha dichiarato solennemente al Ppe che intende cambiare la Costituzione italiana del 1948 e lo farà con tutte le regole o senza. Già in passato l’aveva disinvoltamente definita di tipo «sovietico».Il Ppe è rimasto di stucco. Il Presidente Napolitano, di solito assai prudente, ha definito il discorso «un violento attacco alle istituzioni», il premier gli ha risposto con insolenza: «Si occupi piuttosto della giustizia». Il Presidente della Camera, Fini, che aveva preso le distanze, si è sentito ribattere: «Ne ho abbastanza delle ipocrisie».La reazione del paese è stata nulla. Probabilmente molti hanno scosso privatamente la testa. Come la regina d’Inghilterra, l’Alta corte non risponde ai vituperi che le vengono rivolti, soltanto la Camera potrebbe denunciare il premier per attentato alle istituzioni, ma la maggioranza della Camera ce l’ha lui. Il suo alleato, Bossi, ne ha elogiato «le palle», argomento decisivo per tutti e due. Il Popolo della libertà ha annunciato per domenica a Milano una manifestazione a suo sostegno.
domenica 13 dicembre 2009
Wanted
di Nadia Agustoni
Cinque minuti dopo la mezzanotte tra il due e tre dicembre 1984 a Bhopal si verificò il più grande disastro industriale della storia. Una nuvola di metilisocianato, composto chimico altamente tossico, fuoriuscì per l’esplosione di un serbatoio e uccise complessivamente 30.000 persone ( le prime 8.000 morirono in poche ore). I contaminati furono 500.000 e a 25 anni di distanza il tasso di inquinamento dell’area è sempre altissimo. In una recente intervista apparsa su Il Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2009, lo scrittore Dominique Lapierre autore del romanzo-inchiesta Mezzanotte e cinque a Bhopal parla del suo ritorno nella città contaminata e racconta di avere provato a bere l’acqua di un pozzo, ma “ è bastato mezzo bicchiere per far infuocare le nostre bocche per diversi giorni”. Lo scrittore ci ricorda che l’errore di quella notte nacque prima, quando per la logica del profitto ad ogni costo la fabbrica della Union Carbide cominciò a risparmiare sulla sicurezza.
Cinque minuti dopo la mezzanotte tra il due e tre dicembre 1984 a Bhopal si verificò il più grande disastro industriale della storia. Una nuvola di metilisocianato, composto chimico altamente tossico, fuoriuscì per l’esplosione di un serbatoio e uccise complessivamente 30.000 persone ( le prime 8.000 morirono in poche ore). I contaminati furono 500.000 e a 25 anni di distanza il tasso di inquinamento dell’area è sempre altissimo. In una recente intervista apparsa su Il Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2009, lo scrittore Dominique Lapierre autore del romanzo-inchiesta Mezzanotte e cinque a Bhopal parla del suo ritorno nella città contaminata e racconta di avere provato a bere l’acqua di un pozzo, ma “ è bastato mezzo bicchiere per far infuocare le nostre bocche per diversi giorni”. Lo scrittore ci ricorda che l’errore di quella notte nacque prima, quando per la logica del profitto ad ogni costo la fabbrica della Union Carbide cominciò a risparmiare sulla sicurezza.
Venire al mondo
Piace di più, a qualcuno, le perversioni sono senza limiti. O forse non era evidente, una pura coincidenza. La creaturina subiva in ogni caso, poteva scegliere meno della madre, schiava di qualche meccanismo, questo sì, perverso senza dubbio. In due, e per questo in quattro. Esseri umani sospinti da opposte inclinazioni, imbottigliati in destini quanto meno tristi, se non proprio disperati. O forse solo il gioco di un momento, la folle euforia di una carnevalata novembrina, tra compagni mattacchioni. Poi, l’imprevedibile. Perché succede qualcosa, prima o poi, il laccio del cacciatore scatta quando meno te lo aspetti. E’ inutile fuggire, amico mio, lasciare sull’asfalto la mamma col segreto di carne, condannato a morte prima ancora di avere perpetrato il reato scandaloso di venire al mondo.
sabato 12 dicembre 2009
Caos grammaticale
Ho sempre amato vocabolari, dizionari, lessici, repertori linguistici d’ogni tipo e natura. Forse per la lettura precoce di Italo Calvino, uno che tornava su una frase, una singola parola finché la sentiva meno imperfetta possibile, meno soggetta al disordine, all’entropia che tutto inghiotte. Il finale del Barone rampante è una testimonianza impressionante del campo di battaglia che era la sua pagina; ma anche in Se una notte d’inverno un viaggiatore il confronto tra lo scrittore produttivo e lo scrittore tormentato recava il segno di una lotta senza fine per portare alla luce il nitore di un vocabolo, il riflesso semantico di un giro di frase ben tornito.
Liguria
Testo di Marco Grassano
Alla memoria di Francesco Biamonti
La nitidezza del paesaggiola trasparenza, la profondità e il miracolo di quell’incontro dell’acqua, della pietra e della luce… ecco la sola conoscenza, la prima morale. Questa armonia non è illusoria. È reale, e davanti a lei sento la necessità della parola.Andreï Makine
I fiumi sono strade che camminano.Blaise Pascal
L’Aurelia attraversa la Liguria come uno zigzagante schidione. Può provocare inquietudine, incutere timore persino, con l’intensità del suo traffico, oppressivamente rumoroso di giorno e sciabolante di fari la notte. Era diverso, nell’infanzia, quando l’emozione della Riviera consisteva, per me, nell’odore della salsedine, in una fila di palme e in un inedito schieramento di negozi che esponevano canotti, remi, salvagente, pinne, sacchetti di conchiglie. Sulla spiaggia giacevano, leggermente obliqui, magnetici barconi neri listati di bianco.
Meglio, ora, osservarla dal sicuro promontorio di un borgo trincerato, saldamente commesso, fitto di case a gomitolo, di vicoli pedonali un po’ tenebrosi, anche di giorno, ma comunque rassicuranti come una fortezza e soffittati, tra una cimasa e l’altra, da una scriminatura di cielo smaltato.
Alla memoria di Francesco Biamonti
La nitidezza del paesaggiola trasparenza, la profondità e il miracolo di quell’incontro dell’acqua, della pietra e della luce… ecco la sola conoscenza, la prima morale. Questa armonia non è illusoria. È reale, e davanti a lei sento la necessità della parola.Andreï Makine
I fiumi sono strade che camminano.Blaise Pascal
L’Aurelia attraversa la Liguria come uno zigzagante schidione. Può provocare inquietudine, incutere timore persino, con l’intensità del suo traffico, oppressivamente rumoroso di giorno e sciabolante di fari la notte. Era diverso, nell’infanzia, quando l’emozione della Riviera consisteva, per me, nell’odore della salsedine, in una fila di palme e in un inedito schieramento di negozi che esponevano canotti, remi, salvagente, pinne, sacchetti di conchiglie. Sulla spiaggia giacevano, leggermente obliqui, magnetici barconi neri listati di bianco.
Meglio, ora, osservarla dal sicuro promontorio di un borgo trincerato, saldamente commesso, fitto di case a gomitolo, di vicoli pedonali un po’ tenebrosi, anche di giorno, ma comunque rassicuranti come una fortezza e soffittati, tra una cimasa e l’altra, da una scriminatura di cielo smaltato.
giovedì 10 dicembre 2009
Simone Weil
Era un’intellettuale, una mistica, una poetessa. Una donnasensibilissima, a tutto tondo, nemica del culto della forza, proprio negli anni violenti della seconda guerra mondiale. Era una “pasionaria” animata da una fede assai concreta, una persona onesta che scriveva benissimo, perché si sforzava di pensare bene. Si mescolava alla gente, cercava di restare umile. Innamorata della Croce, diceva, ma di quella del buon ladrone.Non voglio che finisca l’anno – nel 2009 ricorre il centenario della sua nascita – senza parlare di Simone Weil: ne abbiamo letto molto poco, su quotidiani e periodici – figuriamoci in tv – quindi cerco di mettere in ordine qualche idea, soprattutto per me stesso.Mi sono state particolarmente care le pagine de “I catari e la civiltà mediterranea”, dedicate alla civiltà occitana e scritte a Marsiglia nei primi mesi del 1942. In esse la grande pensatrice descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio violento imboccato a partire dal Duecento, e che l’ha portata quasi a diventare “l’impero della forza”.Analizzando la “Chanson de la croisade albigeoise” (poema epico medievale e in lingua d’Oc che descrive gli ultimi palpiti della civiltà occitana, per dirla in modo semplicistico la civiltà dei trovatori, allora in pieno sviluppo, diffusa soprattutto nel Midi Francese e in parte anche in Italia), Simone Weil spiega con lucidità le conseguenze del massacro voluto con la crociata contro gli Albigesi dalla Chiesa e dal re di Francia.
Il castagno di Anna Frank
di Nadia Agustoni
Il primo innesto di un ramo dell’albero di castagno che Anna Frank guardava dalla sua finestra è avvenuto in un parco cittadino di Amsterdam. Il castagno sta morendo e gli innesti serviranno a far crescere altri alberi. Altri 150 rami verranno piantati in diversi paesi del mondo in omaggio alla memoria di una ragazzina ebrea morta in un campo di concentramento nazista lasciando nella soffitta dove si nascondeva con la sua famiglia un diario. Quel diario ci ha raccontato la disfatta dell’umanità come pochi libri hanno potuto e saputo fare. Quel tempo, quegli anni, li abbiamo appresi dai racconti orali di testimoni che li hanno vissuti e da libri che ci hanno tramandato storie di gente scomparsa nel nulla e storie di gente uccisa nei luoghi in cui viveva. Come tante fotografie in bianco e nero queste storie ci hanno detto la sofferenza dell’umiliazione e della morte e il miracolo della resistenza. Resistenza, che prima ancora che con le armi, cominciò nella coscienza di adulti, adolescenti e bambini, uomini e donne che non sempre trovarono le parole per dire quello che sentivano.
L’albero di Anna Frank, il vecchio castagno, diventa così un simbolo. Mi piace pensarlo come il segno di un patto con quante più persone possibili. Se l’arcobaleno fu dono divino per sancire un’alleanza con gli uomini dopo il diluvio, ci sia almeno un albero a crescere e a ricordarci che il mondo è di tutti e di ognuno.
Il primo innesto di un ramo dell’albero di castagno che Anna Frank guardava dalla sua finestra è avvenuto in un parco cittadino di Amsterdam. Il castagno sta morendo e gli innesti serviranno a far crescere altri alberi. Altri 150 rami verranno piantati in diversi paesi del mondo in omaggio alla memoria di una ragazzina ebrea morta in un campo di concentramento nazista lasciando nella soffitta dove si nascondeva con la sua famiglia un diario. Quel diario ci ha raccontato la disfatta dell’umanità come pochi libri hanno potuto e saputo fare. Quel tempo, quegli anni, li abbiamo appresi dai racconti orali di testimoni che li hanno vissuti e da libri che ci hanno tramandato storie di gente scomparsa nel nulla e storie di gente uccisa nei luoghi in cui viveva. Come tante fotografie in bianco e nero queste storie ci hanno detto la sofferenza dell’umiliazione e della morte e il miracolo della resistenza. Resistenza, che prima ancora che con le armi, cominciò nella coscienza di adulti, adolescenti e bambini, uomini e donne che non sempre trovarono le parole per dire quello che sentivano.
L’albero di Anna Frank, il vecchio castagno, diventa così un simbolo. Mi piace pensarlo come il segno di un patto con quante più persone possibili. Se l’arcobaleno fu dono divino per sancire un’alleanza con gli uomini dopo il diluvio, ci sia almeno un albero a crescere e a ricordarci che il mondo è di tutti e di ognuno.
domenica 6 dicembre 2009
Immigrati
C’è chi va, o vorrebbe andare, e c’è chi viene. Pierluigi Celli provoca alla fuga. A me spetta l’onda di chi cerca rifugio nella nostra patria. Africani, in gran parte: Simon, Antonio, Mbibi. Neanche dai nomi si comprende il senso della loro ricerca, si aggrappano alla nostra terra come a una tavola di salvataggio. Vanno, vengono.
Lo specchio nella cassapanca
Di ritorno da un pellegrinaggio, un uomo acquista in città uno specchio, oggetto a lui ignoto. Crede di riconoscere nello specchio il volto del padre e, al colmo della gioia, lo porta con sé.
A casa, lo ripone in una cassapanca, non ne fa parola con la moglie e, di tanto in tanto, quando si sente triste e solo, va «a trovare suo padre». E dopo, ogni volta, la moglie nota in lui un’aria strana. Così lo spia, e un giorno lo vede aprire la cassapanca e restarvi chino a lungo. Attende che il marito si sia allontanato, quindi apre a sua volta la cassapanca e vi scorge una donna. S’infiamma di gelosia e inveisce contro il marito.
A casa, lo ripone in una cassapanca, non ne fa parola con la moglie e, di tanto in tanto, quando si sente triste e solo, va «a trovare suo padre». E dopo, ogni volta, la moglie nota in lui un’aria strana. Così lo spia, e un giorno lo vede aprire la cassapanca e restarvi chino a lungo. Attende che il marito si sia allontanato, quindi apre a sua volta la cassapanca e vi scorge una donna. S’infiamma di gelosia e inveisce contro il marito.
sabato 5 dicembre 2009
La scatola
Londra, 25 nov. – (Adnkronos) – Una copia della prima edizione di “L’origine della specie”, il libro con cui Charles Darwin (1809-1882) 150 anni fa rivoluziono’ le scienze naturali, e’ stata battuta ad un’asta di Christie’s a Londra per la cifra record di 103.250 sterline, pari a 114.600 euro. Il nuovo primato mondiale e’ stato stabilito da uno dei 1.250 esemplari della prima edizione dell’opera che ha segnato la nascita della teoria evoluzionista, pubblicato da W. Clowes and Sons for John Murray nel 1859 a Londra
L’astuccio di scrittura di Annie Darwin (1841-1851) non era un semplice giocattolo da bambini, ma una versione in formato ridotto di un oggetto posseduto da un adulto, uno dei primi segni che la fanciulla sarebbe diventata presto una giovane donna, ambita e desiderata non solo per le sue indubbie qualità temperamentali. A vedere infatti il dagherrotipo in cui all’età di 8 anni appare eretta, tranquilla, sicura di sé, pienamente consapevole di essere fotografata, era facile profetizzarle un luminoso avvenire. L’astuccio di Annie è un piccolo contenitore in marocchino, con una serratura ed una chiave per la chiusura del coperchio incardinato. Sul coperchio sono impresse le parole “Astuccio di scrittura” in lettere d’oro. Dentro, fogli di carta da lettere con relative buste, punte d’acciaio per le penne d’oca, un piccolo temperino con un manico di madreperla, ceralacca e sigilli. Quattro sono le lettere superstiti di Anna basate sulla descrizione di semplici,quasi banali quotidianità; annotazioni che ritraggono un’esistenza d’ordinaria felicità vissuta nella quiete della Down House: “ Dick ha ucciso un coniglio nel frutteto…Siamo andati a prendere un tè da zia Sarah; …stiamo per ricevere un gattino…Ho ricevuto una matita su cui è scritto il mio nome”.
L’astuccio di scrittura di Annie Darwin (1841-1851) non era un semplice giocattolo da bambini, ma una versione in formato ridotto di un oggetto posseduto da un adulto, uno dei primi segni che la fanciulla sarebbe diventata presto una giovane donna, ambita e desiderata non solo per le sue indubbie qualità temperamentali. A vedere infatti il dagherrotipo in cui all’età di 8 anni appare eretta, tranquilla, sicura di sé, pienamente consapevole di essere fotografata, era facile profetizzarle un luminoso avvenire. L’astuccio di Annie è un piccolo contenitore in marocchino, con una serratura ed una chiave per la chiusura del coperchio incardinato. Sul coperchio sono impresse le parole “Astuccio di scrittura” in lettere d’oro. Dentro, fogli di carta da lettere con relative buste, punte d’acciaio per le penne d’oca, un piccolo temperino con un manico di madreperla, ceralacca e sigilli. Quattro sono le lettere superstiti di Anna basate sulla descrizione di semplici,quasi banali quotidianità; annotazioni che ritraggono un’esistenza d’ordinaria felicità vissuta nella quiete della Down House: “ Dick ha ucciso un coniglio nel frutteto…Siamo andati a prendere un tè da zia Sarah; …stiamo per ricevere un gattino…Ho ricevuto una matita su cui è scritto il mio nome”.
Mogadiscio
... L'azione è stata clamorosa. Nonostante l'inferno quotodiano che si vive a Mogadiscio, l'area dove si trova l'albergo Shamo è considerata sicura. Ufficialmente è sotto il controllo delle forze del Governo di transizione federale. Ma nei fatti non è così. Dopo settimane di violentissimi scontri tra le due milizie degli al Shabab e di Izbu al ilsam, i primi hanno preso il sopravvento e adesso controllano indisturbati tre quarti del territorio del Paese. La stessa Mogadiscio, mi raccontava un deputato che era a Roma per seguire il vertice della Fao, è divisa in due zone ben distinte. Il Governo tenta di essere presente, con i suoi ministri che fanno la spola con Nairobi dove riprendono fiato e cercano di riannodare i fili di una trattativa difficile se non impossibile.
venerdì 4 dicembre 2009
Fede
Mettersi nei panni: è sempre più difficile. Certo, basta un po’ di fantasia per sentircisi stretti, marchiati a fuoco, senza più chances. Penso, come scrivevo qualche giorno fa, ai volti che conosco: Giovanni, Dragan, gli zingari gentili, che conducono lotte civili, scrivono libri, chiedono di battezzarsi. Mi chiedo se non dobbiamo convertirci noi, se questo Avvento non sia la promessa del ritorno di un Cristo triste, che non si riconosce più negli uomini che ha amato; il Cristo che un giorno si chiese, da profeta: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.
Antimondo
di Giovanni Agnoloni
È da poco uscita, in un ben curato volumetto delle Edizioni della Meridiana, la raccolta poetica “Antimondo” di un autore polacco, che nel suo paese è già emerso come una delle figure di maggior spicco dello scenario letterario. Sto parlando di Tomasz Różycki (nella foto), nato a Opole, in Slesia, nel 1970.
Curatore dell’opera è Leonardo Masi, docente di Lingua e Letteratura Polacca presso l’Università di Firenze, che è anche, insieme ad Alessandro Ajres, il traduttore dei testi, presentati in polacco e in italiano. Come già avevo avuto modo di leggere in un articolo di Masi dal titolo “Segni nella nebbia – Appunti sulla poesia di Tomasz Różycki”, pubblicato su “Hebenon”, sono vari e profondi gli spunti da prendere in considerazione, nell’opera di questo giovane ma pregevolissimo poeta.
Innanzitutto il suo percorso di artista. Różycki ha esordito nel 1997, e da allora ad oggi ha pubblicato diversi libri di poesia:Vaterland (del 1997), Anima (1999), Chata umaita (“Capanna decorata”, 2001), Świat i antyświat (“Mondo e antimondo”, 2003), che poi sono riuscite nella raccolta Wiersze (“Poesie”). La consacrazione, tuttavia, si è avuta con Dwanaście stacji(“Dodici stazioni”), opera per la quale l’autore ha ricevuto un prestigioso premio letterario, il Premio Kościelski. In seguito è uscita la sua raccolta Kolonie.
È da poco uscita, in un ben curato volumetto delle Edizioni della Meridiana, la raccolta poetica “Antimondo” di un autore polacco, che nel suo paese è già emerso come una delle figure di maggior spicco dello scenario letterario. Sto parlando di Tomasz Różycki (nella foto), nato a Opole, in Slesia, nel 1970.
Curatore dell’opera è Leonardo Masi, docente di Lingua e Letteratura Polacca presso l’Università di Firenze, che è anche, insieme ad Alessandro Ajres, il traduttore dei testi, presentati in polacco e in italiano. Come già avevo avuto modo di leggere in un articolo di Masi dal titolo “Segni nella nebbia – Appunti sulla poesia di Tomasz Różycki”, pubblicato su “Hebenon”, sono vari e profondi gli spunti da prendere in considerazione, nell’opera di questo giovane ma pregevolissimo poeta.
Innanzitutto il suo percorso di artista. Różycki ha esordito nel 1997, e da allora ad oggi ha pubblicato diversi libri di poesia:Vaterland (del 1997), Anima (1999), Chata umaita (“Capanna decorata”, 2001), Świat i antyświat (“Mondo e antimondo”, 2003), che poi sono riuscite nella raccolta Wiersze (“Poesie”). La consacrazione, tuttavia, si è avuta con Dwanaście stacji(“Dodici stazioni”), opera per la quale l’autore ha ricevuto un prestigioso premio letterario, il Premio Kościelski. In seguito è uscita la sua raccolta Kolonie.
giovedì 3 dicembre 2009
Diritto di nascere
Piace di più, a qualcuno, le perversioni sono senza limiti. O forse non era evidente, una pura coincidenza. La creaturina subiva in ogni caso, poteva scegliere meno della madre, schiava di qualche meccanismo, questo sì, perverso senza dubbio. In due, e per questo in quattro. Esseri umani sospinti da opposte inclinazioni, imbottigliati in destini quanto meno tristi, se non proprio disperati.
Fabrizio Centofanti
Fabrizio Centofanti
La sedia
Cammina cammina, chiedi in giro, suda, fatica, ed ecco che d’un tratto sentì d’aver raggiunto la meta.Quello che vide quasi gli tolse la parola, sicché Dio, dopo aver pazientato per un po’, gli chiese: “Ho saputo che avevi qualcosa da dirmi. Ebbene?” “Ebbene…” balbettò l’uomo “ebbene… temo d’averlo scordato” però subito aggiunse “ma lasciami stare qui, a guardarti.” “Come ti pare” concesse, sbrigativo, Dio “ma non startene lì impalato, siediti almeno!”L’uomo distolse gli occhi da Dio e si guardò intorno: nel luogo non c’erano sedie.L’uomo ne prese una e sedette.
Roberto Rossi Testa
Roberto Rossi Testa
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