domenica 27 dicembre 2009

La poesia di Giancarlo Bianchi

di Giuseppe Panella
La poesia di Giancarlo Bianchi si sostanzia della sua capacità di coniugare emozioni ed afflati di diversa derivazione con la sua vena fondamentale che è quella della ricerca del mistero in direzione religiosa.
Come si può facilmente intendere anche dall’esergo del suo primo testo, la sua prospettiva lirica si muove nella direzione aperta da Mario Luzi (senza però evocare e connettersi alla dimensione più terrestre vista come rifugio vitale espressa anche negli ultimi componimenti di quest’ultimo).
In Bianchi, tuttavia, vi è un’attenzione maggiore alla prospettiva dell’esperienza, esistenziale e sovrana, della comprensione mistica del mondo. La ricerca di qualcosa di più alto, di più elevato, di autenticamente sublime colto a ridosso della bellezza naturale e umano lo spingono a rincorrere visioni estatiche presenti nella dimensione di un Sacro visto come estenuazione e accrescimento delle possibilità della bellezza. Un testo come questo, ad esempio:
“Un solo legame / una sola vita eterna / unisce tutte le cose / onda di vita / forza inesausta, palpitante / nei cieli e negli abissi. / Il silenzio parla / e brilla sulla soglia / del portale di luce”
è significativo di questa prospettiva. La poesia, per Bianchi, è il “portale di luce” al quale attingere per cogliere la complessa ma sostanziale unità del cosmo. La vita non è altro che la sanzione di questo intreccio tra natura e storia, tra realtà umana e prospettiva escatologica.

Lascia questi occhi

Lascia questi occhi corrano altrove
non mi guardare, ti prego, voltati,
voltati ancora.
Fallo di nuovo, fallo tu,
quando ti sentirai fermo e sereno
quando la luna ti avrà abbandonato
e la brezza pungente della pineta
avrà suggerito il tuo cammino
come un coro alla montagna.
(dimentichi il bosco
oltre il canale, è vivo, lo senti?)
Allora, fallo di nuovo, ti prego,
guardami, voltati,
voltati ancora.
Ci basterà tacendo, spiarci leggeri
oltre i gusci delle parole,
gli uni negli occhi degli occhi:
gli altri, non più soli, ci seguiranno.

Matteo Ciucci

sabato 26 dicembre 2009

La band letteraria

di Michele Smargiassi
Tutto comincia sempre (e tutto sempre obbligatoriamente finisce) attorno a concretissimo, paleo-tecnologico tavolo ovale, un modesto Ikea comprato nel ‘ 99 coi soldi di Q, il primo folgorante romanzo della band letteraria che allora si chiamava ancora Luther Blissett. È l’ unica proprietà comune del collettivo di scrittura Wu Ming, ma è anche il suo oggetto sciamanico e rituale, come la tavola rotonda dei paladini. Ora si trova a casa di Wu Ming 1, ha cambiato indirizzo diverse volte, comunque è ancora in servizio creativo permanente effettivo. Lì attorno è stato concepito e poi partorito anche Altai, quinta recentissima opera dei quattro co-autori “senza nome”, e tutto è iniziato come le altre volte: un Wu Ming solfeggia un’ idea, un altro la riprende, uno la rilancia, il quarto l’ aggiusta… Facilea dirsi, menoa farsi, ancor meno a spiegarsi. Comodamente stesi sui divani lisi di una libreria alternativa bolognese, la richiesta di raccontare il laboratorio Wu Ming è accolta dai quattro cavalieri della tavola ovale con educato scetticismo. «Non c’ è un metodo». Ed è vero. Sulla tecnica di scrittura collettiva nessuno ha mai scritto un manuale, tantomeno loro che l’ hanno inventata e praticata per primi, mai però teorizzata, sennonché a ogni presentazione pubblica c’ è una domanda dal pubblico che non manca mai: «Ma come fate? Chi scrive cosa?». E adesso che sulla loro scia si moltiplicano i collettivi di scrittura come Sic o Kai-Zen, fenomeno tutto italiano, forse è ora di dare una sistematina alla materia, che dite? «Non c’ è un metodo», conviene WM4, «ma dopo dieci anni di lavoro assieme, in effetti, c’ è una pratica sperimentata». Prima cosa, scrivere un romanzo in quattro (o perfino in cinque, come Manituana) non è come scriverlo in coppia, tipo Fruttero & Lucentini o Ellery Queen: «In due non è lavoro collettivo, è intesa coniugale». Quattro autori invece non possono intuirsi affettivamente, devono interagire concretamente. Fin dall’ inizio, dalla sorgente dell’ idea. Questa volta è stato facile: c’ era in tutti la voglia di un tuffo alle origini, di un reset dopo le turbolenze (l’ uscita di Wu Ming 3 dal team, un anno fa, per ragioni tenute riservate), di un ritorno al tempo, alla temperatura e ai temperamenti dell’ esordio di dieci anni fa. Altai non è il sequel di Q, «giurammo di non fare mai Q2 », ma rianima i tre personaggi del suo finale aperto e li ricolloca sugli scenari del Mediterraneo cinquecentesco in pieno scontro di civiltà. Su questo, al tavolo ovale, non c’ è stata incertezza, tant’ è che nessuno ricorda chi formalizzò la proposta. Ma un’ idea non è un soggetto e un soggetto non è un plot. Così è stato necessario un lungo brain storming per definire anzitutto i confini dell’ azione: di spazio (tra Venezia e Cipro) e di tempo (dall’ esplosione dell’ Arsenale di Venezia, l’ 11 settembre della Serenissima, alla battaglia navale di Lepanto).

Sono un eroe?

Sono un eroe.Uscire di casa con questo brutto tempo, di notte, all’ora in cui tutta l’umanità, o quasi, invece rientra.O sono pazza?
Nevica.Dal primo pomeriggio viene giù l’iradiddio in batuffoli bianchi, fitti fitti. Fiocchi a bizzeffe, a miliardi, incalcolabili. Gli angeli rifanno i loro cuscini, ne riversano il candido contenuto in terra, su noi piccoli e mortali.Fiocchi multiformi e leggeri, così leggeri che danzano nell’aria gelida e non diresti mai, dai volteggi che fanno, che prima o poi dovranno toccare il terreno. Anche i fiocchi più perfetti e aerodinamici infatti devono arrendersi alla gravità, devono scontare la materialità del suolo. E arrivano, si accomodano, si distendono, ma sono talmente tanti che finiscono uno sull’altro, si ammucchiano, crescono. I centimetri di candore s’innalzano. Prima qualche millimetro, poi un centimetro, due, e nel soffio che stasera non c’è, i centimetri diventano cinque e poi dieci. E poi ancora.Non c’è tregua.
La neve è bella, meravigliosa, un dono del cielo. La vedo scendere precipitosamente rimirandola nel contrasto con i lampioni e le luci colorate di Natale. Affascinata, resto, come sempre. Tuttavia questa notte la neve vorrei tanto limitarmi a guardarla dalla finestra, invece di affrontarla di persona. Vorrei spiarla da dietro le tende, con un fuoco di camino allegro e impertinente alle spalle, mentre tutto intorno a me parla di casa e di cose buone. Vorrei sognare di immensità bianchissime, ma da dentro le mura un po’ meno candide di casa mia.

martedì 22 dicembre 2009

Contributi reali

Non mi pare una cattiva idea: calcolare lo stipendio sul contributo reale alla società civile. Scopriremmo che certi ingaggi sono un’escrescenza anomala che prescinde da ogni incidenza nella realtà del paese. Sarebbero a rischio presentatori, calciatori, politici, veline. Si capirebbe chi lavora perché riconosce dignità all’operare umano e chi cerca una scorciatoia per paradisi contraffatti e artificiali.

Il lupo

Carlo Grande
“Tempo da lupi”, si è soliti dire. “L’inverno il lupo non l’ha mai mangiato”, dicono in valle Varaita e a Blins, per spiegare che quando si gela i duri scendono in campo, per resistere anche all’inverno più rigido. In queste settimane il figlio della notte cerca il cibo nella neve, scegliendo (come sempre) le prede più giovani, malate, in grado di opporre meno resistenza. Fa selezione naturale.
Alcune foto che Nicola Facciotto mi ha inviato – un amico, ottimo sci-alpinista e conoscitore delle montagne di Mondovì – documentano i pasti del lupo: intorno alle carcasse ci sono tracce di animali che arrivano da più direzioni (tecnica di caccia poi copiata dalle tribù indiane del Nordamerica); si notano la precisione e la “pulizia” nello scuoiare le prede. Un morso al collo, quasi dietro alle orecchie, poi la carcassa viene divorata quasi completamente, prima inguine e viscere, poi zampe e dorso.

domenica 20 dicembre 2009

Stipendi

Non mi pare una cattiva idea: calcolare lo stipendio sul contributo reale alla società civile. Scopriremmo che certi ingaggi sono un’escrescenza anomala che prescinde da ogni incidenza nella realtà del paese. Sarebbero a rischio presentatori, calciatori, politici, veline. Si capirebbe chi lavora perché riconosce dignità all’operare umano e chi cerca una scorciatoia per paradisi contraffatti e artificiali.

Economia poetica dell'etica

di Antonino Contiliano
Se chi parla non è uno, ma una molteplicità in rapporto di esteriorità e contingenza (G. Deleuze/E. Glissant), e l’Io in quanto individuo (atomo) non ha, quindi, un rapporto con un sé sempre identico (immutabile), ma con una rete di relazioni storicamente determinate, che si realizzano come singolarità plurale – e ibrida per l’intreccio delle relazioni che ne passano lo stato dal virtuale all’attualità –, allora non è impossibile pensare e criticare l’economia poetica del tradizionale Io umanistico come una persistente feticizzazione che investe il soggetto e l’oggetto poetico.

martedì 15 dicembre 2009

Cervelli in fuga

Quando scegliere non è una sceltadi Eleonora Grespan
Grazie, professore!‘Thank you, good night!”. chiudo la porta del taxi e mi dirigo correndo verso casa. È l’una di notte qui a Boston e fa decisamente freddo. Una folata di vento mi gela il naso mentre cerco con impazienza la chiave per entrare. Per fortuna c’è una splendida luna piena che illumina le strade, le case e soprattutto la mia borsa. Trovo la chiave ma prima di attraversare la porta mi volto un attimo e alzo gli occhi verso il cielo.
La luce della città non mi permette di vedere le stelle, ma la luna è lì a imbiancare questa notte di fine novembre e a farle compagnia c’è uno splendido Venere. Mi viene in mente un pomeriggio di maggio a Padova, lezione di Fisica Matematica tenuta dal professor Benettin, meraviglioso docente innamorato della matematica, innamorato della musica, innamorato di astrofisica e senza dubbio innamorato della vita. “Ragazzi passate un buon week end” ci dice, “e dopo il tramonto, se siete in giro, camminando per la strada, alzate gli occhi al cielo e guardate quanto meraviglioso è Venere in questi giorni”.
Grazie professore, non avevo mai notato quanto fosse bello, davvero.
Ho 24 anni e sono all’ultimo anno di BioingegneriaChiudo la porta dietro di me e ora sono dentro la mia casetta di Boston, al calduccio. Penso a casa. Sono le 7 di mattina lì, mia madre e mio padre si staranno alzando per prepararsi prima di andare al lavoro, magari si affacceranno alla finestra e anche loro vedranno Venere, a migliaia di km di distanza saremo illuminati dalla stessa luce.

Giuseppe Pinelli

Tanto tuonò che piovve. Da poche ore il premier Berlusconi ha denunciato al partito popolare europeo, a Bonn, di essere un perseguitato politico in Italia. E chi lo perseguita? L’Alta corte costituzionale, che non è più supremo istituto di garanzia ma organo di parte, e precisamente di sinistra, grazie alle nomine fatte da tre presidenti della Repubblica di sinistra che si sono susseguiti da noi, i noti estremisti Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Non solo: un partito di giudici, clandestino ma efficiente, gli scatena contro una valanga di calunniose vertenze giudiziarie. Stando così le cose, egli ha dichiarato solennemente al Ppe che intende cambiare la Costituzione italiana del 1948 e lo farà con tutte le regole o senza. Già in passato l’aveva disinvoltamente definita di tipo «sovietico».Il Ppe è rimasto di stucco. Il Presidente Napolitano, di solito assai prudente, ha definito il discorso «un violento attacco alle istituzioni», il premier gli ha risposto con insolenza: «Si occupi piuttosto della giustizia». Il Presidente della Camera, Fini, che aveva preso le distanze, si è sentito ribattere: «Ne ho abbastanza delle ipocrisie».La reazione del paese è stata nulla. Probabilmente molti hanno scosso privatamente la testa. Come la regina d’Inghilterra, l’Alta corte non risponde ai vituperi che le vengono rivolti, soltanto la Camera potrebbe denunciare il premier per attentato alle istituzioni, ma la maggioranza della Camera ce l’ha lui. Il suo alleato, Bossi, ne ha elogiato «le palle», argomento decisivo per tutti e due. Il Popolo della libertà ha annunciato per domenica a Milano una manifestazione a suo sostegno.

domenica 13 dicembre 2009

Wanted

di Nadia Agustoni

Cinque minuti dopo la mezzanotte tra il due e tre dicembre 1984 a Bhopal si verificò il più grande disastro industriale della storia. Una nuvola di metilisocianato, composto chimico altamente tossico, fuoriuscì per l’esplosione di un serbatoio e uccise complessivamente 30.000 persone ( le prime 8.000 morirono in poche ore). I contaminati furono 500.000 e a 25 anni di distanza il tasso di inquinamento dell’area è sempre altissimo. In una recente intervista apparsa su Il Fatto Quotidiano del 3 dicembre 2009, lo scrittore Dominique Lapierre autore del romanzo-inchiesta Mezzanotte e cinque a Bhopal parla del suo ritorno nella città contaminata e racconta di avere provato a bere l’acqua di un pozzo, ma “ è bastato mezzo bicchiere per far infuocare le nostre bocche per diversi giorni”. Lo scrittore ci ricorda che l’errore di quella notte nacque prima, quando per la logica del profitto ad ogni costo la fabbrica della Union Carbide cominciò a risparmiare sulla sicurezza.

Venire al mondo

Piace di più, a qualcuno, le perversioni sono senza limiti. O forse non era evidente, una pura coincidenza. La creaturina subiva in ogni caso, poteva scegliere meno della madre, schiava di qualche meccanismo, questo sì, perverso senza dubbio. In due, e per questo in quattro. Esseri umani sospinti da opposte inclinazioni, imbottigliati in destini quanto meno tristi, se non proprio disperati. O forse solo il gioco di un momento, la folle euforia di una carnevalata novembrina, tra compagni mattacchioni. Poi, l’imprevedibile. Perché succede qualcosa, prima o poi, il laccio del cacciatore scatta quando meno te lo aspetti. E’ inutile fuggire, amico mio, lasciare sull’asfalto la mamma col segreto di carne, condannato a morte prima ancora di avere perpetrato il reato scandaloso di venire al mondo.

sabato 12 dicembre 2009

Caos grammaticale

Ho sempre amato vocabolari, dizionari, lessici, repertori linguistici d’ogni tipo e natura. Forse per la lettura precoce di Italo Calvino, uno che tornava su una frase, una singola parola finché la sentiva meno imperfetta possibile, meno soggetta al disordine, all’entropia che tutto inghiotte. Il finale del Barone rampante è una testimonianza impressionante del campo di battaglia che era la sua pagina; ma anche in Se una notte d’inverno un viaggiatore il confronto tra lo scrittore produttivo e lo scrittore tormentato recava il segno di una lotta senza fine per portare alla luce il nitore di un vocabolo, il riflesso semantico di un giro di frase ben tornito.

Liguria

Testo di Marco Grassano
Alla memoria di Francesco Biamonti
La nitidezza del paesaggiola trasparenza, la profondità e il miracolo di quell’incontro dell’acqua, della pietra e della luce… ecco la sola conoscenza, la prima morale. Questa armonia non è illusoria. È reale, e davanti a lei sento la necessità della parola.Andreï Makine
I fiumi sono strade che camminano.Blaise Pascal
L’Aurelia attraversa la Liguria come uno zigzagante schidione. Può provocare inquietudine, incutere timore persino, con l’intensità del suo traffico, oppressivamente rumoroso di giorno e sciabolante di fari la notte. Era diverso, nell’infanzia, quando l’emozione della Riviera consisteva, per me, nell’odore della salsedine, in una fila di palme e in un inedito schieramento di negozi che esponevano canotti, remi, salvagente, pinne, sacchetti di conchiglie. Sulla spiaggia giacevano, leggermente obliqui, magnetici barconi neri listati di bianco.
Meglio, ora, osservarla dal sicuro promontorio di un borgo trincerato, saldamente commesso, fitto di case a gomitolo, di vicoli pedonali un po’ tenebrosi, anche di giorno, ma comunque rassicuranti come una fortezza e soffittati, tra una cimasa e l’altra, da una scriminatura di cielo smaltato.

giovedì 10 dicembre 2009

Simone Weil

Era un’intellettuale, una mistica, una poetessa. Una donnasensibilissima, a tutto tondo, nemica del culto della forza, proprio negli anni violenti della seconda guerra mondiale. Era una “pasionaria” animata da una fede assai concreta, una persona onesta che scriveva benissimo, perché si sforzava di pensare bene. Si mescolava alla gente, cercava di restare umile. Innamorata della Croce, diceva, ma di quella del buon ladrone.Non voglio che finisca l’anno – nel 2009 ricorre il centenario della sua nascita – senza parlare di Simone Weil: ne abbiamo letto molto poco, su quotidiani e periodici – figuriamoci in tv – quindi cerco di mettere in ordine qualche idea, soprattutto per me stesso.Mi sono state particolarmente care le pagine de “I catari e la civiltà mediterranea”, dedicate alla civiltà occitana e scritte a Marsiglia nei primi mesi del 1942. In esse la grande pensatrice descrive la parabola discendente dell’Europa e della civiltà occidentale, il bivio violento imboccato a partire dal Duecento, e che l’ha portata quasi a diventare “l’impero della forza”.Analizzando la “Chanson de la croisade albigeoise” (poema epico medievale e in lingua d’Oc che descrive gli ultimi palpiti della civiltà occitana, per dirla in modo semplicistico la civiltà dei trovatori, allora in pieno sviluppo, diffusa soprattutto nel Midi Francese e in parte anche in Italia), Simone Weil spiega con lucidità le conseguenze del massacro voluto con la crociata contro gli Albigesi dalla Chiesa e dal re di Francia.

Il castagno di Anna Frank

di Nadia Agustoni
Il primo innesto di un ramo dell’albero di castagno che Anna Frank guardava dalla sua finestra è avvenuto in un parco cittadino di Amsterdam. Il castagno sta morendo e gli innesti serviranno a far crescere altri alberi. Altri 150 rami verranno piantati in diversi paesi del mondo in omaggio alla memoria di una ragazzina ebrea morta in un campo di concentramento nazista lasciando nella soffitta dove si nascondeva con la sua famiglia un diario. Quel diario ci ha raccontato la disfatta dell’umanità come pochi libri hanno potuto e saputo fare. Quel tempo, quegli anni, li abbiamo appresi dai racconti orali di testimoni che li hanno vissuti e da libri che ci hanno tramandato storie di gente scomparsa nel nulla e storie di gente uccisa nei luoghi in cui viveva. Come tante fotografie in bianco e nero queste storie ci hanno detto la sofferenza dell’umiliazione e della morte e il miracolo della resistenza. Resistenza, che prima ancora che con le armi, cominciò nella coscienza di adulti, adolescenti e bambini, uomini e donne che non sempre trovarono le parole per dire quello che sentivano.
L’albero di Anna Frank, il vecchio castagno, diventa così un simbolo. Mi piace pensarlo come il segno di un patto con quante più persone possibili. Se l’arcobaleno fu dono divino per sancire un’alleanza con gli uomini dopo il diluvio, ci sia almeno un albero a crescere e a ricordarci che il mondo è di tutti e di ognuno.

domenica 6 dicembre 2009

Immigrati

C’è chi va, o vorrebbe andare, e c’è chi viene. Pierluigi Celli provoca alla fuga. A me spetta l’onda di chi cerca rifugio nella nostra patria. Africani, in gran parte: Simon, Antonio, Mbibi. Neanche dai nomi si comprende il senso della loro ricerca, si aggrappano alla nostra terra come a una tavola di salvataggio. Vanno, vengono.

Lo specchio nella cassapanca

Di ritorno da un pellegrinaggio, un uomo acquista in città uno specchio, oggetto a lui ignoto. Crede di riconoscere nello specchio il volto del padre e, al colmo della gioia, lo porta con sé.
A casa, lo ripone in una cassapanca, non ne fa parola con la moglie e, di tanto in tanto, quando si sente triste e solo, va «a trovare suo padre». E dopo, ogni volta, la moglie nota in lui un’aria strana. Così lo spia, e un giorno lo vede aprire la cassapanca e restarvi chino a lungo. Attende che il marito si sia allontanato, quindi apre a sua volta la cassapanca e vi scorge una donna. S’infiamma di gelosia e inveisce contro il marito.

sabato 5 dicembre 2009

La scatola

Londra, 25 nov. – (Adnkronos) – Una copia della prima edizione di “L’origine della specie”, il libro con cui Charles Darwin (1809-1882) 150 anni fa rivoluziono’ le scienze naturali, e’ stata battuta ad un’asta di Christie’s a Londra per la cifra record di 103.250 sterline, pari a 114.600 euro. Il nuovo primato mondiale e’ stato stabilito da uno dei 1.250 esemplari della prima edizione dell’opera che ha segnato la nascita della teoria evoluzionista, pubblicato da W. Clowes and Sons for John Murray nel 1859 a Londra
L’astuccio di scrittura di Annie Darwin (1841-1851) non era un semplice giocattolo da bambini, ma una versione in formato ridotto di un oggetto posseduto da un adulto, uno dei primi segni che la fanciulla sarebbe diventata presto una giovane donna, ambita e desiderata non solo per le sue indubbie qualità temperamentali. A vedere infatti il dagherrotipo in cui all’età di 8 anni appare eretta, tranquilla, sicura di sé, pienamente consapevole di essere fotografata, era facile profetizzarle un luminoso avvenire. L’astuccio di Annie è un piccolo contenitore in marocchino, con una serratura ed una chiave per la chiusura del coperchio incardinato. Sul coperchio sono impresse le parole “Astuccio di scrittura” in lettere d’oro. Dentro, fogli di carta da lettere con relative buste, punte d’acciaio per le penne d’oca, un piccolo temperino con un manico di madreperla, ceralacca e sigilli. Quattro sono le lettere superstiti di Anna basate sulla descrizione di semplici,quasi banali quotidianità; annotazioni che ritraggono un’esistenza d’ordinaria felicità vissuta nella quiete della Down House: “ Dick ha ucciso un coniglio nel frutteto…Siamo andati a prendere un tè da zia Sarah; …stiamo per ricevere un gattino…Ho ricevuto una matita su cui è scritto il mio nome”.

Mogadiscio

... L'azione è stata clamorosa. Nonostante l'inferno quotodiano che si vive a Mogadiscio, l'area dove si trova l'albergo Shamo è considerata sicura. Ufficialmente è sotto il controllo delle forze del Governo di transizione federale. Ma nei fatti non è così. Dopo settimane di violentissimi scontri tra le due milizie degli al Shabab e di Izbu al ilsam, i primi hanno preso il sopravvento e adesso controllano indisturbati tre quarti del territorio del Paese. La stessa Mogadiscio, mi raccontava un deputato che era a Roma per seguire il vertice della Fao, è divisa in due zone ben distinte. Il Governo tenta di essere presente, con i suoi ministri che fanno la spola con Nairobi dove riprendono fiato e cercano di riannodare i fili di una trattativa difficile se non impossibile.

venerdì 4 dicembre 2009

Fede

Mettersi nei panni: è sempre più difficile. Certo, basta un po’ di fantasia per sentircisi stretti, marchiati a fuoco, senza più chances. Penso, come scrivevo qualche giorno fa, ai volti che conosco: Giovanni, Dragan, gli zingari gentili, che conducono lotte civili, scrivono libri, chiedono di battezzarsi. Mi chiedo se non dobbiamo convertirci noi, se questo Avvento non sia la promessa del ritorno di un Cristo triste, che non si riconosce più negli uomini che ha amato; il Cristo che un giorno si chiese, da profeta: “Ma il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.

Antimondo

di Giovanni Agnoloni
È da poco uscita, in un ben curato volumetto delle Edizioni della Meridiana, la raccolta poetica “Antimondo” di un autore polacco, che nel suo paese è già emerso come una delle figure di maggior spicco dello scenario letterario. Sto parlando di Tomasz Różycki (nella foto), nato a Opole, in Slesia, nel 1970.
Curatore dell’opera è Leonardo Masi, docente di Lingua e Letteratura Polacca presso l’Università di Firenze, che è anche, insieme ad Alessandro Ajres, il traduttore dei testi, presentati in polacco e in italiano. Come già avevo avuto modo di leggere in un articolo di Masi dal titolo “Segni nella nebbia – Appunti sulla poesia di Tomasz Różycki”, pubblicato su “Hebenon”, sono vari e profondi gli spunti da prendere in considerazione, nell’opera di questo giovane ma pregevolissimo poeta.
Innanzitutto il suo percorso di artista. Różycki ha esordito nel 1997, e da allora ad oggi ha pubblicato diversi libri di poesia:Vaterland (del 1997), Anima (1999), Chata umaita (“Capanna decorata”, 2001), Świat i antyświat (“Mondo e antimondo”, 2003), che poi sono riuscite nella raccolta Wiersze (“Poesie”). La consacrazione, tuttavia, si è avuta con Dwanaście stacji(“Dodici stazioni”), opera per la quale l’autore ha ricevuto un prestigioso premio letterario, il Premio Kościelski. In seguito è uscita la sua raccolta Kolonie.

giovedì 3 dicembre 2009

Diritto di nascere

Piace di più, a qualcuno, le perversioni sono senza limiti. O forse non era evidente, una pura coincidenza. La creaturina subiva in ogni caso, poteva scegliere meno della madre, schiava di qualche meccanismo, questo sì, perverso senza dubbio. In due, e per questo in quattro. Esseri umani sospinti da opposte inclinazioni, imbottigliati in destini quanto meno tristi, se non proprio disperati.
Fabrizio Centofanti

La sedia

Cammina cammina, chiedi in giro, suda, fatica, ed ecco che d’un tratto sentì d’aver raggiunto la meta.Quello che vide quasi gli tolse la parola, sicché Dio, dopo aver pazientato per un po’, gli chiese: “Ho saputo che avevi qualcosa da dirmi. Ebbene?” “Ebbene…” balbettò l’uomo “ebbene… temo d’averlo scordato” però subito aggiunse “ma lasciami stare qui, a guardarti.” “Come ti pare” concesse, sbrigativo, Dio “ma non startene lì impalato, siediti almeno!”L’uomo distolse gli occhi da Dio e si guardò intorno: nel luogo non c’erano sedie.L’uomo ne prese una e sedette.
Roberto Rossi Testa

lunedì 30 novembre 2009

di Nicoletta Solinas
Nota di Franz Krauspenhaar.
Questa composizione a “stazioni” della genovese Nicoletta Solinas è un tentativo di mettere insieme, in un linguaggio anarchico che sta tra la poesia “beat” e il linguaggio della canzone, specie quella rock, un’espressività diversa, diretta e allo stesso tempo camuffata. La Solinas, sorta di “strega cittadina” (è nata e vive a Genova, la città dei cantautori italiani più profondi e incisivi) grida le sue invocazioni meticciate: spesso si tratta di considerazioni fatte a voce alterata di una condizione di difficoltà, spesso si tratta di urli fatti contro la luna, simbolo di vitalità nel dolore e nella protesta. Questi “rigurgiti” sono solo apparentemente disordinati: in realtà la composizione ha una sua unità di intenti, una specie di testimonianza, originale e a tratti dirompente.

Punti di vista?

In una scena del film Indipendence Day si vede bene la dinamica: mentre gli alieni bombardano e radono al suolo palazzi, sul terrazzo di un grattacielo un gruppo di persone balla, canta, fa festa, saluta gli invasori, prima di essere spazzato via.Anche in occasione dello scoppio della seconda guerra mondiale, quando i tedeschi iniziarono le invasioni, gruppi di persone identificabili come “pacifisti” sostenevano che bisognava accoglierli, non fare resistenza armata, arrivare a un dialogo.
Fatte le dovute proporzioni – soprattutto di stile – la dinamica si ripete. E’ una sorta di Sindrome di Stoccolma mediatica. Mentre la nostra costituzione è sottoposta a un attacco senza precedenti, c’è chi la butta sullo scherzo, sul gossip da scenario post-apocalittico. La giustizia viene piegata agli interessi personali, i diritti del lavoro sono messi in discussione, il malaffare dilaga, la maleducazione e la volgarità sostituiscono la cultura, ma tutto questo diventa pop. Diventa trendy. In questo modo le icone sinistre, che sono al potere, aumentano in continuazione la loro ipertrofia mediatica. L’ultimo numero del mensile Rolling Stones è in prima fila in questo terminal-party. Qui di seguito pubblichiamo un estratto dell’articolo del direttore Carlo Antonelli.

giovedì 26 novembre 2009

Tu chi sei?

“Sei per sei trentasei! Sei per sette quarantadue! Sei per otto quarantotto!” calcolano da un lato.“Che io scemi! Che tu scemi! Che egli scemi!” coniugano dall’altro.E fuori cozzi d’incidenti stradali, ululi di sirene, grida di dolore e di raccapriccio.Nondimeno, nella stanza regna un silenzio perfetto.Un silenzio perfetto, appena rotto a lunghi intervalli dalle frasi che si scambiano una vecchia decrepita ma linda, quasi azzimata, e il suo parroco: al loro primo incontro, sollecitato dalla figlia di lei.“Questa è la vita” sentenzia il parroco.“Da queste prove si deve passare” approva la vecchia, trascorsi cinque minuti buoni.Dopo mezz’ora di quel duetto au ralenti, il parroco prende congedo. Scendendo le scale mormora fra sé: “Che santa vecchina, fossero tutte così. Peccato solo per quella sua figlia scarmigliata come una Furia e troppo apprensiva, che le avvelena gli ultimi giorni”.

Una foglia d'autunno

Sono nata qualche mese fa. Ricordo che dapprima non c’ero, e poi di colpo ci sono stata.
La prima sensazione che rammento è di tepore, qualcosa cioè di non troppo freddo né di troppo caldo, sufficiente a farmi sbocciare.Ho visto subito la luce, ed è stata un’altra bellissima emozione.Era la luce a darmi anche il calore, e là ho cercato, per quanto possibile, di volgere lo sguardo. Ma non mi è stato possibile più di tanto, perché la mia base era legata a qualcosa di solido e pressoché immobile.Non mi è importato poi troppo. Ho ugualmente imparato presto che quel calore e quella luce venivano da una cosa chiamata sole, che da subito ha dato un senso cronologico alla mia vita neonata.
Un tocco gradevole, fresco, ogni tanto mi sfiorava, in un piacevole contrasto col tepore che tanto mi piaceva. Era il vento, che in seguito ho capito poteva essere brezza gentile e amica o tempesta scatenata e temibile.

sabato 21 novembre 2009

Santo mostro

Allan Gurganus, Santo mostro, Playground, Traduzione di Maria Baiocchi, € 16, pp 224
Quando, nel gennaio del 1991, uscì anche in Italia L’ultima vedova sudista vuota il sacco (presso l’editore Leonardo, con una delle prime, strabilianti traduzioni di Raul Montanari), furono relativamente in pochi ad accorgersene, e all’enorme successo che appena un anno prima aveva accompagnato negli Stati Uniti la pubblicazione di questo a dir poco fluviale romanzo (oltre 1170 fittissime pagine premiate, tra l’altro, con il “Sue Kaufman Prize” e con la diffusione in ben dodici lingue, per un totale di oltre due milioni di copie vendute) non corrispose, dalle nostre parti, un altrettanto meritato clamore. Ormai rintracciabile solo più sulle bancarelle, o al massimo sugli scaffali virtuali di qualche portale specializzato, quella pachidermica edizione risulta oggi perlopiù dispersa, smarrita, affidata allo stesso ingiusto destino condiviso dalle miriadi di altre notevoli opere che, malgrado il loro indiscutibile spessore, si trovano troppo spesso a spartire la propria grandezza con il nulla.

Il viaggio

Responsabile di tutto. C’è chi darebbe chissà cosa per esserlo. Per me è una pressione continua, a volte insopportabile. Potrei dire al cardinale: vorrei andare a Loreto, farò il predicatore, il direttore d’anime. Starei su un colle incantato affacciato sul Conero e l’Adriatico, le case senza tempo di Recanati, Osimo, Castelfidardo. Passeggerei sotto il portico del Palazzo apostolico, davanti alla splendida facciata del santuario, di Bramante e Sangallo.
... Fabrizio Centofanti

venerdì 20 novembre 2009

Consigli a un giovane scrittore

Coltiva il dubbio riguardo alle ideologie e ai princìpi dominanti.
Tieniti a distanza dai princìpi.
Fai attenzione a non inquinare la tua lingua con quella delle ideologie.
Persuaditi di essere più forte dei generali, ma non ti misurare con loro.
Non credere di essere più debole dei generali, ma non ti misurare con loro.
Non credere nei progetti utopistici, salvo in quelli che concepisci tu stesso.
Mostrati ugualmente fiero davanti ai principi e alle folle.
Abbi la coscienza tranquilla riguardo ai privilegi che ti conferisce il tuo mestiere di scrittore.

Caro Roberto

Caro Roberto,
ho l’impressione che il tuo appello, pubblicato su Repubblica del 22 settembre, non abbia prodotto le reazioni che aspettavi. Hai toccato tasti delicati, come l’istinto di sopravvivenza, la sicurezza per sé e per i propri famigliari; tasti che danno note stonate, quando si tratta di accordarli con i rischi di una vita libera. Sono prete di periferia in una parrocchia il cui parroco fu bruciato nel 1996. Si è salvato per miracolo, e vive su una sedia a rotelle. Lui non ha ascoltato la paura: sarebbe un buon testimone per la tua Lettera a Gomorra.Nel mio piccolo, vorrei offrirti la solidarietà di chi ha a che fare ogni giorno con la miseria umana, l’alcol e la follia, e prova uno strano sollievo quando si sente in compagnia di gente che non mette la sopravvivenza al primo posto. Credo che le tue parole siano più temibili delle pallottole dei camorristi perché, senza calcoli balistici, vanno dritte al cuore.
... Fabrizio Centofanti

giovedì 19 novembre 2009

Libera interpretazione

Parlano, parlano di libertà,
ma quando vedono la penna libera,
allora il panico li provoca.

[liberamente, da Easy Rider:
in claris fit interpretatio]

«Non mi sono mai sentita a Casa – Quaggiù» scrive Dickinson. «Riporta questo selvaggio a Casa» canta Dickinson. Emily e Bruce. E nello stesso sentire: sentirsi sempre fuori luogo. Perché fuori di testa, fuori dai denti, fuori dal coro e fuori dal metro. E ne parlavo con l’amico. L’amico della kerkoporta. Mi ricorda, ancora, la kerkoporta: «devi farti kerkoporta, basta farsi kerkoporta. Costantinopoli – si dice – cadde a causa della kerkoporta, una piccola porta secondaria».

Io sono te

Uno si recò alla porta dell’amata e bussò.
Una voce rispose: “Chi è là !” Egli rispose: “Sono io”. La voce rispose: “Non c’è posto per Me e per Te.” La porta restò chiusa.
Dopo un anno di solitudine e privazioni egli ritornò e bussò. Una voce da dentro chiese: “Chi è là !” L’uomo disse: “Sei tu.”
La porta si aprì per lui.
***Siamo tutti in cerca di chi – come racconta Rumi – ci dica “eccomi, io sono te.” Il mondo popolato solo di io (di voci che ripetono stancamente sono io) è come atomizzato in una infinità di porte chiuse. Gli io si scontrano come elettroni impazziti, e rimbalzano senza scambiarsi cariche di nessun tipo ( e quanto sentiamo vera fino allo sfinimento questo non c’è posto per me e per te). E’ probabile che si debba reimparare un alfabeto del riconoscimento reciproco. Provo a dirlo in due modi.

martedì 17 novembre 2009

Una battaglia

La vita “ci oltrepassa”, dichiara un amico. “Ci trapassa”, lo correggo.

.... Roberto Rossi Testa

Catastrofi annunciate

Dovremmo organizzare cerimonie previe per i travolti dalla prossima catastrofe, annunciata, come sempre. Ci occuperemmo una volta al mese delle vedove e degli orfani, della fragilità umana di cui dovremo rendere finalmente conto, prima o poi.

lunedì 16 novembre 2009

Inferno quotidiano

Si può arrivare a rifiutare l’estrema parvenza di dialogo, quando l’odio non ha freni e il potere è un guizzo superstite di gioia maligna. Ne sono convinto: Dio non vuole l’inferno.
... Fabrizio Centofanti

Il cinema muto

«Era una giornata afosissima. Stavamo morendo di caldo men­tre aspettavamo l’apparizione della diva. Qualcuno comincia­va a insinuare che Theda si fos­se liquefatta con il bistrò che le impastava le ciglia. Si aprì una porta e ap­parve ai nostri occhi la regina delle sirene bardata di pellicce fino ai denti. “Miss Bara — disse l’agente con una voce da im­bonitore da circo — è nata all’ombra della Sfinge. Laggiù fa molto, molto caldo e lei qui ha freddo». Theda Bara fu la prima vamp ufficiale del cinema americano. Solo quindici anni prima, nel 1903, una figura di donna piccolina e bionda si era mossa su uno schermo tremolante. Si ve­deva appena: la pellicola era breve e con­fusa. Il suo nome Mae Murray, la prima attrice cinematografica del mondo. Pochi anni dopo gli schermi erano pieni di don­ne che sbarravano gli occhi paurosamen­te o che si aggrappavano con lunghe dita tremanti ai tendaggi.
Bianca Madeccia

giovedì 12 novembre 2009

Il canto

C’era una volta un uomo che aveva il coraggio di gridare, nelle vie polverose della Palestina. Chi dice per tre anni, chi per uno: fece in tempo a dire tutto, o comunque molto, procurando fastidi, minando strutture fatiscenti, meccanismi perversi. C’era molta folla ad ascoltarlo: qualcuno ritiene che cantasse, per farsi sentire dai lontani. Potesse questo canto alzarsi oggi, potessero tremare come allora, le officine del male

Lettera alla poesia siciliana

Carissima poesia siciliana, spero che tu riesca a sentirmi, distesa in quel lettino bianco, magra, emaciata, piena di tubi e tubicini e con tanti farmaci che ti vengono iniettati da pochi, ma volenterosi infermieri, motivati dal detto “spes ultima dea”. Ti parlo e cerco di presentarmi; è educato farlo anche con un malato grave, che sembra non sentire. “Chi son, sono un poeta e cosa faccio? Scrivo”. Come il Rodolfo pucciniano, io scrivo, ebbene sì, scrivo, preferibilmente nel mio e tuo dialetto, il siciliano, poesie e prosa, e… mi sono stufata. No, non di te, non ci riuscirei, troppo grande e forte è il mio amore. Mi sono stufata della maniera in cui viene giudicata la poesia, dei parametri obsoleti che non smettono mai di spadroneggiare, del vecchiume, dell’ovvio, del ritrito, delle giurie, quelle di profilo, diciamo non altissimo, formate, in genere da professori di scuola media, con competenze …medie, un poeta, quando c’è, noto nella zona in cui si svolge il premio, magari un parroco, che male non ne fa mai, a controllare che il linguaggio non fuoriesca dai canoni del “decoro”, un politico locale, se in estate, in maniche di camicia, a dare lustro, un nome “forte” alla presidenza. Poi ci sono quelle di livello più alto, che ospitano, talvolta, financo qualche spocchioso cattedratico, formate sempre dalle stesse persone, certamente di alto valore letterario, su cui non intendo pronunciarmi, esponenti di una casta, che come tutte le caste, ha privilegi ai quali non intende rinunciare, cadreghini su cui tiene incollati i sederi, una corte di “clientes”, pronti a lisciare, leccare, incensare,per ottenerne le grazie, buffoni di corte, che scambiano la poesia per un tabellone da cantastorie, guitti da quattro soldi, ululanti ed enfatici, scopiazzatori di professione, “esperti” che non sanno distinguere il lavoro di ricercatori, da quello di critici, di glottologi, di poeti…
Flora Restivo

mercoledì 11 novembre 2009

Il simbolo

di Vito Mancuso
Dietro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’ uomo di Strasburgo vi è la preoccupazione in sé legittima di tutelare la libertà, in particolare la libertà religiosa dei bambini che potrebbe venir minacciata dalla presenza di un crocifisso nelle aule scolastiche. In realtà vi sono precisi motivi che rivelano l’ infondatezza di tale preoccupazione, e mostrano al contrario che dal crocifisso scaturisce uno sprone all’ esercizio della libertà in modo giusto e coraggioso. Il primo di questi motivi si può esprimere con le parole con cui domenica scorsa Eugenio Scalfari concludeva il suo articolo, quando, rivolgendosi al cardinal Martini e dopo aver ribadito il suo ateismo, scriveva: “Sia lei che io sentiamo nel cuore il messaggio che incita all’ amore del prossimo.

Presto presto

Via i lavavetri. Cos’è questa ressa ai semafori? Ti fermi e piomba qualcuno con un’arma impropria, un pericoloso spazzolone grondante di acqua sporca. Prima o poi scateneranno l’arrembaggio con siringhe infette e forse con pistole o bombe a mano. Se accetti i lavavetri, devi dare carta bianca anche a zingari e mendicanti di ogni risma, gente che non vuole lavorare, feccia che osa invadere lo spazio delle persone perbene, senza chiedere permesso.

martedì 10 novembre 2009

La cernia

Se un giorno verso l’una
lungo la strada
la mia pistola silenziosa
tump tum tump
ti colpisse la tempia
o nello studio, al chiuso
ti perforassi il petto
guardando nei tuoi occhi finalmente
oltre la supplica
la verità di te stesso:
la tua stupidità.

... Mauro Pesce

In una botte di ferro

Sono vecchio e senza parenti prossimi ma grazie al Cielo non sfornito di mezzi. Perciò nella mia casetta con giardino ho fatto venire una famiglia che provvede alle mie esigenze personali e a quelle domestiche e soprattutto divide con me l’esistenza: Anna e Giovanni, e i loro figli Cecilia e Massimo, i quali ultimi svolgono benissimo il compito di movimentare una vita anche troppo ordinata e tranquilla.Anna è un’ottima cuoca ed a volte non riesco ad evitare quella forchettata in più delle sue specialità meridionali che lei è bravissima ad adattare al mio regime vegetariano. Forse è per questo che stanotte, dopo un pasto piuttosto abbondante, ho fatto un sogno strano: mi alzavo come tutte le mattine e andavo in cucina per la colazione in comune ma trovavo la famiglia schierata, come per un’assemblea o forse un processo. “Umberto, qui è ora di cambiare certe cose” esordiva infatti Anna “a cominciare dalla tua alimentazione e dal tuo abbigliamento. Sei vecchio e hai bisogno di almeno un po’ di carne, me l’ha detto anche il medico. Sei vecchio e il tuo modo di vestire t’invecchia ancora di più: una tuta vivace per la casa e jeans e giubbotto per uscire e avremo intorno il bel giovanotto che eri. In seguito si darà una ripassata anche alla casa, che così com’è ora sembra più un museo che un’abitazione civile”. Mentre Anna parlava guardavo esterrefatto lei e gli altri, che guardavano me, assentendo in silenzio. “Ma che cosa vi è preso?” infine sbottavo “Non state più bene con me, in casa mia? Vi tratto male, non vi pago abbastanza? Ho forse mai fatto osservazioni su come mangiate voi, su come vi vestite e come arredate le vostre stanze?” “Ci mancherebbe anche questa” tagliava corto Anna, senza scomporsi “qui non si tratta di noi, ma di te. Ci siamo consultati e abbiamo raggiunto una decisione, e ciò che è deciso è deciso”.

... Roberto Rossi Testa

mercoledì 4 novembre 2009

Il lago

Giunti al punto preciso, senza più guardarsi né parlare, Erre ed Elle scesero comunque dall’auto e, scavalcati i resti d’una recinzione, scalarono in fretta l’altura; quindi gettarono uno sguardo verso il lago e videro ciò che s’aspettavano di vedere. Posto che fosse rimasto dell’altro, nessuno dei due lo registrò.Infine, sempre senza guardarsi né parlare, tornarono all’auto e ripartirono verso la città, di gelida furia l’uno contro l’altro armati.
Roberto Rossi Testa

Cosa abbiamo fatto

Che abbiamo fatto per meritarci questo? Lo segnalo invano, non ci accorgiamo più della violenza. Se toccassimo con mano i mille modi in cui spiano il mondo intero, ci crederemmo ancora liberi, ancora balleremmo il nostro tango, come niente fosse.
Fabrizio Centofanti

domenica 1 novembre 2009

L'Ulisse dantesco

di Bernardo Puleio

Presso Malebolge, nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco, si presenta una fiamma biforcuta, che racchiude le anime di Ulisse e Diomede. Come spiega Virgilio(1):
[…] Là dentro si martira/ Ulisse e Diomede, e così insieme/ a la vendetta vanno come a l’ira;/ e dentro da la lor fiamma si geme/ l’agguato del caval che fè la porta/ onde uscì de’ Romani il gentil seme./ Piangevisi entro l’arte per che, morta,/ Deidamìa ancor si duol d’Achille,/ e del Palladio pena vi si porta.
L’incontro con Ulisse (2) « lo maggior corno de la fiamma antica » caratterizza, connotandolo di forti, eroiche e trasgressive suggestioni, il canto XXVI dell’Inferno.
L’eroe omerico espia la colpa dell’« agguato » del cavallo di Troia, che pure reca in sé, nell’ideologia dantesca, un elemento di provvidenzialità divina: la distruzione di Troia apre la porta, attraverso le pellegrinazioni di Enea, alla nascita del « gentil seme » dei Romani, il cui impero è voluto e prescelto da Dio (3).

Nepotismo

“Ha un futuro davanti e un papà dietro” è stato il tagliente commento del “Nouvel Obsevateur” a proposito della candidatura di Jean Sarkozy, figlio ventitreenne di tanto padre, alla guida dell’Epad.Si tratta dell’organismo che gestisce il maggior centro d’affari d’Europa, la Defense, nel dipartimento Haute de Seine (alle porte di Parigi, e feudo dei Sarkozy).Subito è parso incredibile che un giovanotto, studente fuori corso di Diritto alla Sorbona, potesse elevarsi al rango di supermanager solo in virtù del cognome. In breve, è stato lo stesso figlio del Presidente a ritirare la sua candidatura, a seguito della sollevazione popolare (e bipartisan) scatenatasi oltralpe. Anche il web ha fatto la sua parte. Petizioni online e un fiorire di blog contro Sarkozy jr., il più divertente forse questo: http://www.jeansarkozypartout.com/.A ben vedere, non è che sia una grande vittoria questo gesto delle dimissioni (annunciate solennemente in televisione), anche perché il ragazzo si “accontenta” di un posto nel Consiglio d’Amministrazione dell’Epad, e di essere il prossimo candidato nelle elezioni provinciali del suo dipartimento.

giovedì 29 ottobre 2009

Il buon àugure

Il 30 giugno 1953 Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Ungaretti partirono da Genova sulla motonave Augustus, per recarsi a Barcellona, e di lì a Salamanca la cui Università li aveva invitati per un periodo di 20 giorni. Scrive Giulio Cattaneo (Il gran lombardo, Garzanti, Milano 1973, p. 40): «fu un viaggio di cui tutti e due si ricordarono sempre volentieri […] Girarono un po’ dappertutto; Gadda si arrangiava con lo spagnolo e Ungaretti parlava il portoghese come Paganel fra i patagoni, lasciando interdetti tassinari e camerieri alle sue domande concitate. Al Prado Gadda non poté vedere Rubens perché trascinato via da Ungaretti che urlava raddoppiando la erre: “È barrocco! È barrocco!” Gadda commentava l’episodio con un certo rammarico: “Erano dei bei chilometri di ciccia!” Quanto a Ungaretti, era rimasto sbalordito dalla quantità di piatti che l’altro si faceva servire: “Mangiava dodici uova!” E insisteva sulla tavolozza delle uova ammannite con una sontuosa, coloritissima varietà di salse, ogni volta aumentandone il numero: “Mangiava diciotto uova!” ».
Questo il ricordo che ci lascia Gadda in La Fiera letteraria, a. VIII, n.2 (1 novembre 1953), p. 4, poi pubblicato in C.E.G. Il tempo e le opere, Adelphi, Milano 1982, pp. 209-10 e in Opere di Carlo Emilio Gadda, a c. di Dante Isella (come il precedente), vol.III, I, Saggi, giornali, favole, Garzanti, Milano 1991, pp. 1078-79.
IL BUON ÀUGURE CELEBRA L’AUGURIO COL BUON WHISKY
Viaggiatore e osservatore imperterrito, quello che non conosce fatica e non si concede riposo: pregiatore e cercatore, d’altronde, degli agi legittimi e dei conforti indispensabili a riparare la fatica: buongustaio all’assaggio delle buone immagini senza premeditati schiocchi di lingua, nel praticare ogni attenta ricerca, investigazione, esplorazione, analisi.

La vita dei dettagli

Antonella Anedda
No detail is too small- Elizabeth Bishop
Mettere da parte la vita per poche ore almeno: apprestarsi a scomporre e connettere, a liberare e divagare.
Libro di rapimenti e di attese, di frammenti e di varchi, di abbagli e rinvenimenti, di enigmi e tremori, di solitudini e meditazioni, di schegge e fantasmi, di arbìtrï e silenzi, di pietra e sabbia, di seta e feltro, di legno e d’acqua.
Libro sapienziale e segreto, “de l’âme pour l’âme”, che richiede lettori inquieti e dal cuore intelligente, adatti ad affrontare un’esperienza conoscitiva di rara bellezza e profondità, ben disposti allo smarrimento e all’incursione, alla vertigine sia della rêverie colta che del contatto con la realtà che urta e scuote – il telo della croce rossa come un sacco di Burri-.
Un libro di commozioni ed urgenze, di rivelazioni ed ecfrasi. Un libro che ci istiga a meglio vedere e sentire, a diventare curiosi e astuti come i cacciatori di Lascaux, intransigenti ed inquieti come i congiurati negli Orti Oricellari, ebbri di felicità come certi bambini in un piano sequenza di Truffaut.
Un libro che sempre ricomincia ad ogni pagina, meglio ad ogni riga, che non si vorrebbe mai finire di leggere, tanto esalta e commuove, tanto impressiona e smaga.

martedì 27 ottobre 2009

Prepotenze

Chissà mai perché quel prepotente forzuto importuna il signore dall’aria timida e gentile, con occhiali e pancetta. Forse per nessun’altra ragione al mondo che appunto è un prepotente forzuto, e l’altro gli appare inoffensivo, bersaglio ideale per quelli come lui.Quando, sbrigata la formalità di un breve preludio a base di male parole, il prepotente forzuto mette le mani addosso all’altro, questi, schermendosi, arriva appena a sfiorarlo, quindi cade sotto una gragnuola di colpi; al termine della quale si rialza a stento, e tenendosi al muro se ne va zoppicando.Il prepotente forzuto non s’è neppure accorto d’essere stato sfiorato, e non sa, lui che lo segue con sguardo compiaciuto fino all’angolo, che l’altro, una volta fuori vista, si raddrizza e riprende la sua strada con andatura normale, anzi decisamente spedita.

Bolle di sapone

Ho comprato le bolle di sapone. Voglio dire, il necessario per farle. Le bolle non si possono comprare, non hanno prezzo.
Ho in mano il piccolo contenitore di plastica. Svitando il tappo scopro la breve asta di plastica che termina con il cerchio magico, ma prima si piega in un altro piccolissimo cerchietto. E’ da qui, da questi tondi perfetti, che nasceranno le bolle. Nel contenitore il liquido, leggermente schiumoso, ha il profumo del mirtillo.
Per anni da bambina mi sono chiesta quale fosse la formula segreta che dava vita a un simile incanto, e quale mago fosse stato così geniale da inventarla. Se poi qualcuno, con crudeltà, mi diceva che si trattava solo di sapone non ci credevo, quasi scoppiavo a piangere, ferita nel sogno.
Svito il tappo, emozionantissima. Non mi soffermo a pensare che sono matta, o infantile, regredita o fanatica. Ho la sola consapevolezza che sto per compiere un gesto mai più compiuto da oltre 30 anni.

lunedì 26 ottobre 2009

Trenincorsa

«Napoli, dunque, rientra secondo La Capria in quei pochi luoghi del mondo, come Praga, Vienna o Venezia, dove la storia si è arrestata e la città è rimasta come irrealizzata, irrisolta, per cui ogni napoletano interrogandosi su queste cose ritrova nel proprio destino personale l’interferenza della storia incompiuta della sua “tribù” e può superarla con la fantasia o con l’artificio. Una città che ti ferisce a morte o ti addormenta proprio come lo stesso La Capria ha da sempre sottolineato a proposito di quel filo magico e impercettibile che lega a Napoli i cuori dei molti che l’hanno abbandonata» (p. 71).

Pasquale Giannino

La forza della cultura

di Pasquale Giannino
Amo scrivere. Può essere un buon metodo per colmare il vuoto di lunghi pomeriggi. D’altra parte, se non ti importa nulla del calcio e detesti le interminabili code automobilistiche della domenica, riempire d’inchiostro qualche foglio bianco può essere un buon rimedio contro la noia del fine settimana. Ma è un’arma a doppio taglio: in apparenza ti offre un’occasione di svago, distraendoti per un attimo dai tanti fastidi quotidiani. In realtà, dopo qualche ora di onirica spensieratezza, riaffiorano alla mente pensieri sempre più cupi. E iniziano a balenarti mille dubbi sulla vita e sul mondo e pensi che se fossi andato allo stadio a urlare con gli altri tifosi ti sentiresti molto più sereno. Tuttavia, a un certo momento inizi a prendere coscienza della tua capacità di riflessione e ne assapori il gusto, sperando che un giorno potrai far sentire la tua voce sui problemi che angustiano il tuo tempo. Non ho mai apprezzato la letteratura d’evasione: è roba per adolescenti, nulla di più.

domenica 25 ottobre 2009

Il grido di Cordelia

Il grido di Cordelia .La luce. Solo la luce. Ecco a leggere Andrea Cortellessa in un recente articolo pubblicato ne ‘Lo Specchio’de La Stampa, che cosa è destinato a rimanere, tra qualche anno, dello sdegno sacrosanto che c’ha attraversato tutti, colpiti e sconvolti dalle rivelazioni su Gomorra e dintorni. Ma di quello fra poco non rimarrà più nessuna traccia: niente resterà della vibrante indignazione che giustamente nutriamo contro i Casalesi; niente, o quasi, resterà della ‘naturale’ solidarietà che ci lega oggi a Roberto Saviano. Di tanto sdegno non resterà più niente, se non il trauma di quella luce tanto particolare che contorna una sequenza-madre del film ‘Gomorra’: i giovani in costume che sparano con i mitra ed urlano frasi sconnesse, in una specie di paludosa no man’s land. Solo la luce radente e malsana di quei pochi fotogrammi resterà perché in essa è presente, sempre secondo Cortellessa, “ la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente ora, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, soprattutto, esserci domani, cioè idealmente sempre: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno,ci lasceranno di per sé indifferenti”. Ma, se davvero così stanno le cose, c’è un corollario tragico che va dedotto da questa riflessione di Cortellessa. Questo corollario ci dice che la luminosità straniante di quella sequenza cinematografica è lì per inquadrare anche la scena di una sconfitta, le macerie di una battaglia forse neppure combattuta, ma comunque persa. È la scena della sconfitta della Cultura tout-court intesa come base della civiltà; è la scena che indica la nostra dolorosa inanità di fronte a quei ‘contenuti’e realtà che la Cultura,come in uno specchio, sa riflettere, ma che restano comunque immodificabili, indiscutibili, inattaccabili. La Cultura non cambia alcunché, non muta, né trasforma niente. Non riesce a far niente contro la scena di uno scandalo intollerabile ed eterno: un paese che vede suoi interi territori saldamente nelle mani di un sistema politico-affaristico-criminale e un uomo solo, costretto alla clandestinità di una vita blindata perché ha avuto il coraggio e la forza di denunciare questa sconvolgente stortura. L’opera d’arte non è in grado di cambiare alcunché, non riesce( o non sa,o non può o non vuole) arrestare la china inarrestabile di un processo di imbarbarimento collettivo che non conosce fondo. E tanto più sembreranno ‘immodificabili, indiscutibili, inattaccabili’, tanto più ci lasceranno indifferenti quei ‘contenuti’ fra trent’anni quando, della nostra etica e ‘naturale’ rivolta morale contro lo stato di cose esistenti, conserveremo solo un brillìo vago, confuso: la luce che resta, quella di una indimenticabile sequenza cinematografica.

Donne

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/10/30/donne-da-nasser-ai-fondamentalisti-la-stessa-repressione/di Guido Caldiron
«La religione è un’ideologia politica. Qualcuno ritiene che la religione riguardi la moralità: no, se si studiano i testi sacri non c’è moralità. Nei libri sacri c’è una doppia moralità: una moralità per gli uomini e una moralità per le donne; la poligamia per gli uomini, la monogamia per le donne; persino nel cristianesimo, nell’ebraismo, c’è la poligamia per gli uomini. Ogni qualvolta si ha un doppio principio non c’è moralità, perché la moralità significa uguaglianza. Quindi non c’è nessuna moralità nella religione: c’è la politica, c’è il capitalismo, c’è il feudalesimo, c’è la schiavitù, c’è l’inferiorità delle donne, c’è l’uccisione degli infedeli, c’è il concetto di verginità, c’è il delitto d’onore».Nawal El Saadawi è una delle più famose scrittrici egiziane e una delle intellettuali progressiste più note del mondo arabo. Femminista, fondatrice di numerose associazioni di difesa delle donne fin dagli anni Cinquanta, psichiatra, si è laureata in Medicina al Cairo nel 1955, si è battuta per anni contro le mutilazioni genitali subite dalle ragazze, contro la violenza sulle donne in ambito familiare e ha lavorato sul tema della malattia mentale. Schierata con l’opposizione di sinistra a tutti i regimi che si sono succeduti al Cairo nell’ultimo mezzo secolo, da Nasser a Sadat fino a Mubarak, El Saadawi è diventata negli ultimi anni anche obiettivo degli attacchi del fondamentalismo islamico che la accusa di apostasia. «Il pericolo – ha scritto a proposito della sua biografia – ha fatto parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna e ho scritto. Niente è più pericoloso della verità in un mondo che mente». Da qui la decisione di vivere in esilio negli Stati Uniti dove insegna lingue e letterature asiatiche e africane alla Duke University.Autrice di decine tra saggi e romanzi, di cui nel nostro paese sono stati pubblicatiFirdaus. Storia di una donna egiziana (Giunti) e l’autobiografia Una figlia di Iside (Nutrimenti), Nawal El Saadawi ha presentato in questi giorni in Italia Dissidenza e scrittura il libro intervista proposto ora da Spirali (pp. 140, euro 20,00).

venerdì 23 ottobre 2009

Argo

Fare una rivista letteraria oggi significa gettarsi in un’impresa senz’altro temeraria ed azzardata, schiacciata fra due pietre di paragone che vengono continuamente evocate ( ed ogni tanto anche a sproposito): da una parte il confronto con la nobilissima tradizione italiana delle riviste letterarie d’antan e dall’altra il profluvio di pubblicazioni che, indipendentemente dalla loro oggettiva qualità, si caratterizzano per un’ esistenza di breve durata e spesso anche tribolata. La rivista di esplorazione «Argo», che compie 16 anni, è invece pubblicazione senz’altro non effimera e ‘resistente’; superate le difficoltà ed i patimenti tipici dell’età adolescenziale, dimostra con ogni suo numero di essere una delle realtà più interessanti e degne di attenzione della scena letteraria.
Ho intervistato il direttore responsabile della rivista, Valerio Cuccaroni.

Il nero della lavagna

Non posso crederci. Cerchiamo spazi al chiuso per questi poveracci, diventiamo matti per costruire un dormitorio, trovare un luogo, un simbolo per dire che ci sono, che non si possono abolire, cancellare del tutto. Tra loro c’è il santo bevitore, il povero di Assisi; c’è Gesù, c’è Dio, l’ultimo degli ultimi, il più disperato della terra.

mercoledì 21 ottobre 2009

Giacu Cayenna

OSTANA (Cuneo)
Tutti lo conoscevano come “Giacu Cayenna”. Il soprannome se l’era guadagnato quando, nel novembre del 1933, i suoi compaesani di Ostana, un piccolo borgo arroccato sotto il Monviso, a pochi chilometri dalle sorgenti del Po, l’avevano visto ricomparire dopo un lungo soggiorno all’inferno, da cui era riuscito a fuggire. La discesa agli inferi di Giacomo Bernardi, questo il suo vero nome, era cominciata il 22 febbraio del 1930.
Quel giorno, insieme ad altri 640 condannati dai tribunali ai lavori forzati, venne imbarcato a La Rochelle sul piroscafo La Martinière, un ex mercantile diretto al terribile bagno penale della Guyana francese, meglio nota come Cayenna, nell’America del Sud. Emigrato adolescente in Francia con la famiglia, “Giacu” non aveva ancora compiuto ventidue anni e doveva scontarne dieci per avere ucciso un italiano nel corso di una rissa.

Regalo di compleanno

Il 17-9-2008 Erre è entrato nell’età che aveva al momento della morte il suo zio più caro, nel quale si riconosceva più che in suo padre stesso.Il giorno medesimo, rincasando, ha trovato la porta sbarrata e polizia, ambulanze, pompieri: il condominio in cui abita aveva appena rischiato di saltare in aria, pericolo che nei mesi è andato scemando ma ha costretto a una vita di continue precauzioni ed allarmi.Pochi giorni dopo, la morte della madre di uno dei suoi amici più intimi.Poi, a intervalli non regolari ma con concentrazioni maligne, malattie e altre morti:
... Roberto Rossi Testa

martedì 20 ottobre 2009

Bambini

Premessa. Il razzismo si è appreso e si può disimpararedi Nadia Agustoni
Nel 1997 per Einaudi uscì La pelle giusta (1) di Paola Tabet. Il libro è il risultato di una ricerca fatta nelle scuole elementari e medie di tutto il territorio italiano “sul pensiero razzista tra i ragazzi” (2). Il documento che ne è risultato ci ha edotti su una mentalità che, a dodici anni di distanza, molti italiani/e, adulti e ragazzi, palesano senza vergogna. Le leggi sulla “sicurezza” hanno alle spalle un contesto di paura e ignoranza che l’antropologa Paola Tabet riuscì a indicare già allora, quando forse non era troppo tardi per intervenire con scelte culturali attente a demistificare stereotipi e cattiva informazione. A un altro libro, Io non sono razzista ma… Strumenti per disimparare il razzismo (3), purtroppo quasi introvabile, a cura della stessa Tabet e di Silvana Di Bella, il compito di raccontare il lavoro concreto fatto in varie scuole italiane con gruppi di insegnanti che hanno intrapreso un percorso con i ragazzi e i bambini con l’intento di cambiare le cose e non arrendersi al razzismo.
Il razzismo è appreso e si può disimparare. Il razzismo, quando parla con le parole dei bambini, ferisce profondamente chi legge e chi ascolta, proprio perché si incontrano nei più piccoli paura, disorientamento e una profonda angoscia. I materiali raccolti in La pelle giusta sono lo specchio in cui si vedono gli effetti dell’educazione alla paura e al rigetto dell’altro e la mancanza di rispetto per chi è percepito non solo della pelle non giusta, ma povero e analfabeta in quanto “nero” e in quanto “nero” immaginato con un comportamento più vicino all’animale che all’essere umano. Propongo, con la parte iniziale dell’introduzione di Paola Tabet, alcuni stralci del libro con le risposte dei bambini. Sembrano lettere con tante piccole grida e nessun vero destinatario. Ma siamo noi ad avere il dovere e ora più che mai, di capire. Le piccole grida sono gli effetti del terrore di essere discriminati ed esclusi se “i miei genitori fossero neri” e quindi diversi, perché solo la pelle del colore giusto permette di vivere veramente. Tutto il resto, a parte i soldi, non vale niente. Lo dicono in modo chiaro.

Suo e proprio

Alcuni ritengono che gli aggettivi suo e proprio si possono adoperare indifferentemente perché sono sinonimi. Non è proprio cosí.
Suo e proprio, è bene chiarirlo, sono sinonimi solo in alcuni casi: Giovanni conferma le sue/le proprie idee, ha messo a profitto la sua/ la propria capacità comunicativa; a volte si rafforzano a vicenda: Goffredo ha scritto la lettera di sua propria mano. L’uso di proprio, in particolare, è obbligatorio – secondo la legge grammaticale – nelle costruzioni impersonali: occorre difendere i propri convincimenti; è preferibile a suo, invece, quando il soggetto della frase è un pronome indefinito e in frasi che altrimenti potrebbero originare fraintendimenti di senso (e in casi del genere ‘proprio’ si riferisce al soggetto): ognuno può manifestare il proprio pensiero; Luca ha dato un passaggio a Giuseppe con la propria automobile (l’uso di “sua” potrebbe generare ambiguità, cioè equivoci, sul proprietario dell’automobile).
Fausto Raso

domenica 18 ottobre 2009

Nobel per la pace

Darei il Nobel per la pace ai poveri che non prendono le armi. A chi non ha da mangiare e muore in silenzio, nell’indifferenza generale. Che l’Accademia scelga tra i fantasmi nascosti negli angoli oscuri della storia, tra le voci che vorrebbero urlare e invece osservano mute la mano del passante.

Marcelo Freisco

È un lottatore, ti guarda fisso negli occhi e ti rendi conto che sa benissimo come combattere ogni giorno violenze, intimidazioni, pestaggi, uccisioni: «Le mafie sono un problema mondiale», dice Marcelo Freixo, poco più che quarantenne deputato dello Stato di Rio de Janeiro, da anni difensore dei poveri nelle favelas della metropoli brasiliana. Freixo, dal 2008 presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla diffusione delle «milicias» – i gruppi criminali paramilitari che controllano e spadroneggiano in vaste aree della città – vive sotto scorta. Nel maggio di quest’anno è stato scoperto un piano per assassinare lui e un suo collaboratore, per loro Amnesty International ha chiesto un’urgente azione internazionale.

venerdì 16 ottobre 2009

Città e democrazia

La storia lega indissolubilmente città e democrazia. Non è un caso che “polis” sia il nome della città primigenia e che l’”agorà”, il luogo della dibattito e della decisione, fosse il suo centro. Non a caso Carlo Cattaneo definiva “non città”, ma “pompose Babilonie” gli insediamenti delle tirannidi asiatiche. Non a caso il grande risveglio che ha ingioiellato di città storiche tutte le nostre regioni è associato alla lotta per l’autonomia dei “borghi” dai domini dei Signori. E non a caso la responsabilità della pianificazione urbanistica è nelle mani delle istituzioni della Repubblica. Sia l’una che l’altra, città e democrazia, mutano nel tempo. Dalla democrazia oligarchica, la democrazia dei pochi, siamo giunti, attraverso un percorso faticoso e ancora incompiuto alla democrazia di tutti. Oggi tutti i cittadini hanno diritto a eleggere i propri rappresentanti nei luoghi ove si decide.Nella nostra democrazia le decisioni le prende chi rappresenta la maggioranza. Una maggioranza che può avere varie ampiezze: può essere unanime, assoluta, relativa.

Rinnovare la scuola

Una proposta per una scuola rinnovatadi Adriana Agostinucci, Daniela Bertocchi e Franca Quartapelle
I risultati dell’indagine internazionale PISA che, dal 2000, viene ripetuta ogni tre anni per verificare quali sono le competenze dei giovani a 15 anni (in molti paesi questa età coincide con la fine della scuola dell’obbligo) denunciano che la scuola italiana raggiunge risultati decisamente insoddisfacenti, in particolare nel Sud e nelle Isole. Nell’UE peggio dell’Italia si collocano solo la Bulgaria, la Grecia e il Portogallo.
D’altra parte in ripetute occasioni e in numerosi documenti è stata ribadita l’esigenza che la scuola riesca a formare cittadini competenti e capaci di muoversi in un mondo globalizzato. Valga per tutti il rapporto della Banca d’Italia su “I divari territoriali nella preparazione degli studenti italiani: evidenze dalle indagini nazionali e internazionali” che segnala la necessità di investire sulla scuola come condizione per avere un’economia competitiva a livello internazionale.

giovedì 15 ottobre 2009

Non tutto il male viene per nuocere

Di ritorno dal grande specialista l’uomo si lasciò cadere al tavolo affranto. Il luminare gli aveva confermato che i suoi polmoni erano in uno stato pressoché terminale, e che solo un trattamento ancora in sperimentazione lasciava almeno un barlume di speranza. Ma per essere inseriti in quel programma, non sostenuto dal servizio pubblico, occorreva accollarsi costi diretti e indiretti notevolissimi. Aveva lui la cifra necessaria al tentativo di salvarsi la vita? No, maledizione, non l’aveva né l’avrebbe avuta mai. L’uomo fissava con odio ahilui tardivo il pesante portacenere di cristallo che aveva davanti, ancora colmo di mozziconi; poi a un tratto, in un raptus incontenibile, lo afferrò e lo scagliò giù dalla finestra semiaperta.
Roberto Rossi Testa

Ogni attimo

È stato subito dopo la predica di don Alfiero sullo stilita siriano, che lui indicava come modello di vita, che ho deciso di mollare gli incontri settimanali in parrocchia a due passi da casa mia sulla Salaria e frequentare il corso della Regola vicino piazza Vittorio.“Certo ci metto una vita ad arrivarci” ho pensato, mentre mi iscrivevo, ma l’idea di entrare nel cuore di Roma una volta a settimana e gli occhi della segretaria mi hanno convinto subito.Si tratta di seminari collettivi in cui si segue una Regola.
Emanuele Kraushaar

mercoledì 14 ottobre 2009

Compassione

Avrei molto da ridire su consacrati tagliati per ben altro, ministri che non trovano il tempo per il minimo impegno pastorale, catechiste pronte a difendere le false vittime di turno. Avrei da scomunicare e denunciare, ma sarebbe vano. La catena del male va arrestata, anche a costo di restare schiacciati da un meccanismo mostruoso d’ingiustizia, arrivando a dubitare di qualsiasi verità.

Il Regno di Dio

Che bella sorpresa: Gesù è tornato, è venuto a vedere come procedono le cose. Deve adattarsi alle tecnologie, ai ritmi inediti, al tempo concentrato di comunicazioni e spostamenti rapidissimi. Ha un vestito sobrio, l’espressione calma, un sorriso facile ad aprirsi. Fa il volontario in una parrocchia di periferia, alla mensa dei poveri, coi quali si ferma a chiacchierare. Parla di felicità, sa che per loro è una cosa naturale, sebbene nessuno se ne accorga

lunedì 12 ottobre 2009

Il silenzio di Lei

La Verità esiste solo perché tu la cerchi.
Non dissipare il cerchio del vapore
che lentamente disegna intorno a te
un bersaglio, non preservare le prove
non aspettare che il fiore cada
dai capelli, che il miscuglio di tenerezza
e ostentazione avvampi sul ciglio del tuo volto.
Canta ancora, nelle notti di polvere orientale
il disinteressato mormorio della ragione
che ti guida, come la luce del porto un levantino;
che possiedi, come il profumo che s’ apre
dal ventre di un’orchidea, consisti ancora
nel proposito di un giorno, nella paternità
dell’ardua sfida che chiamano: idea.
Nulla sanno di te i pallidi coscritti che scendono
dai treni del nulla d’occidente, nulla possono
prendere di te, i finti cocchieri della potenza,
memori di illusioni finite, profeti del gorgo
della distruzione, tu non appartieni a loro
e nessuno possiede il silenzio tragico
che di notte, dolcemente, ti culla.
La Verità esiste, e tu, nel vento insonne, la cerchi.

Fabrizio Falconi 29 maggio 2009 – per Aung San Suu Kyi

Epitaffi

Scrittrice di epitaffi sulle lapidi dei cimiteri
donna del disincanto
raccolgo pene di cuore e amoreggiamenti
in questo mondo ricoperto di polvere
E sono così brava
che ho un camposanto tutto mio
E’ una gioia a primavera
potare le roselline bianche e sfrondare la verbena
Dei fiori che colsi ne faccio corone
Di quelli che non colsi
poesie che poggio sulle lapidi
In ogni angolo della mia anima
c’è una lapide ad un Dio differente
Bianca Madeccia

domenica 11 ottobre 2009

Calendari

Tra poco arrivano. Ci sono macchie chiare, sapientemente dosate con zone contrapposte, di diverso colore. Il chiaroscuro è essenziale, in questi casi. Bisogna che la mente sia presa senz’accorgersene, una specie di trappola per topi. E i topi sono tanti, già pronti con l’acquolina in bocca, i baffi in perenne movimento. Sono lì che aspettano impazienti, la coda dell’occhio spia curiosa l’orizzonte dello schermo, perché questo è il tempo, è questione di ore, forse di minuti

Discorso sulla terra dell'osso

Il paese è esposto a nord. È un paese di cattivo umore. Contadini costretti a zappare controvento. Due ore di cammino per arrivare a una “mezza cota” piena di pietre. Prima ancora era un esilio di pastori, dunque una terra di gente abituata a passare molto tempo in solitudine. Solitudine, malumore. Infine la scontentezza e la paura tipiche di questo tempo. Ai mali suoi il paese della cicuta ha aggiunto quelli degli altri, quelli della piccola borghesia urbana traslocata qui dagli stipendi: gli insegnanti, gli impiegati al Comune o all’ospedale. Alla durezza, all’ostilità di sempre, all’attitudine a scoraggiare e a scoraggiarsi, si è aggiunta l’ipocrisia, la stitichezza emotiva. Vivere in un posto del genere significa consegnarsi all’infelicità. Poi si può solo decidere come sfruttarla. Sfruttarla per scrivere o per incentivare l’infelicità degli altri. Sfruttarla per circuire con un robusto anello di noia la propria infelicità in modo da non sentirla. A ciascuno il suo. L’insieme delle scelte o delle non scelte costruisce un luogo che è insieme secco e viscido, aspro e melmoso. Non ci sono spiriti tiepidi, accasati in una vita operosa e tranquilla. Tutti sembrano affaccendati, chi a costruire un fallimento già costruito, chi a salire una cima che non c’è. Infatti il paese è in alto, ma non ci sono montagne.

sabato 10 ottobre 2009

Litoranea

di Carmine Vitale

Andata

Chilometro due(una storia così)
Il cielo è pieno di nuvole gonfie di pioggia lontana sul mare, lungo la strada, un cane giace solitario in una netta striscia di sole. Si sente forte l’odore della morte mentre il giorno ruba spazio all’alba.L’azzurro sbiadito diventa grigio nello specchio delle pozzanghere.Ogni mattina, entrano come in una rotazione geometrica, nella mia vita piccole figure sfreccianti con i loro colori sgargianti, i ceppi ancora fumanti di una notte passata.Nessuna di loro è in viaggio premio. Nessuna di loro ha pagato un biglietto o svenduto i propri sogni.Sono semplicemente svaniti insieme.Come le fiamme dei fuochi che di notte illuminano gli abissi e di giorno lasciano spazio solo all’immaginazione.Mi sono abituato a loro, sono diventati volti familiari come il tabaccaio sotto casa, il giornalaio, il venditore abusivo di frutta, i rumeni albanesi marocchini polacchi che la mattina di ogni santo giorno percorrono a piedi questa strada affiancata dalla pista ciclabile più lunga d’Italia.Litoranea che corre lungo il mare chilometri e chilometri di pini sabbia e vento campi malati di pomodori bufale e puttane mucchi di rottami letame gente vestita a festa.Da anni faccio questa strada, attraverso case e baracche che mi scivolano addosso e penso al mio lavoro a quei mattini cosi pieni di sole a chi come loro è arrivato qui spinto dalla fame o dalla speranza e ha trovato solo la disperazione.Scrivo così, piccole poesie raccontini samidzat senza capo né coda e leggo i poeti dell’est di quell’Europa finita sulle nostre strade erede di una cosi grande cultura e così densa di bellezza che oggi qui raccoglie i pomodori soddisfa le voglie degli arrapati da un po’ di calore al freddo cuore degli animali umani.Piccoli affari sporchi si svolgono a tutte le ore e intanto intorno a quest’abisso spuntano alimentaristi musulmani improvvisati, è più facile trovare vodka che vino, e sudice baracche si trasformano in posti telefonici internazionali e cessi pubblici.Perfino i topi di campagna che a stento parlavano il dialetto, oggi squittiscono in polacco.Tutte le idee grandiose di Honza Ana Viola Jana d’improbabili Jennifer, Samantha, sono un’unica catena come la catenina che Lefty si toglie prima di andare a morire.Lo guardavo stamattina prima di andare in bagno prima di continuare a leggere Auschwitz e ripensare all’urlo di Fiore di quando abitavo a Salerno.

Il pelo sullo stomaco

Caro Vasco,
davvero ci vuole quello che io non ho, ci vuole pelo sullo stomaco [ho solo l’esofago a fiamma e più di un’ulcera e no!, lo so che non bastano]. Il problema è che non lo voglio. Non più. È sempre una questione di pelo. E nugoli di discussioni/dibattiti «De Videocracy» [hanno scoperto che tettEculi muovono marEmonti? Complimentoni! Non ce ne eravamo maimai accorti!] e cercare di muovere passi senza prostituire né corpo né credo – sapevo, l’ho sempre saputo, non sarebbe stata impresa facile… E sì che tu [me] lo canti da sempre: «le regole sono così / è la vita! ed è ora che CRESCI! / devi prenderla così… ». E sì che ti re-cito da sempre: «Sì, stupendo! Mi viene il vomito!». E sì che: nausea dopo nausea, ho rimesso tutto – in ginocchio, pregando per domani migliori da destinare. Io ho visto. Io ho sentito. Tutto. Tutto lo schifo, tutti gli orrori, tutte le perversioni, tutta la merDaviglia del popolo delle Arti. Cazzi loro! Al di là del disgusto e del senso di sporco che cercano di viscidarti addosso – ho rinunciato a molti facili guadagni per salvarmi la dignità. E ti assicuro: sono felice così. O meglio: ERO felice così – affrontando a muso duro torme di corrotti araldi del putrido. Mi credevo: svezzata e pronta. Una roccia: mi credevo. Credevo fosse cresciuto quel benedetto pelo sullo stomaco, forte della meRdaglia conosciuta nel “dietro le quinte”, degli scheletri palesati “dentro gli armadi”. E quando si è così – ingenuamente – convinti di farcela, qualcosa ti frena. Ti congela. All’improvviso. Qualcosa ti toglie la corazza, ti strappa la maschera. E più che qualcosa: qualcuno. Quel qualcuno che può – farti capire che NON hai: il pelo sullo stomaco.

giovedì 8 ottobre 2009

Meghiddo

Tutto fa pensare a una guerra tra ricchi, all’ultimo duello fra potenti che hanno deciso di distruggersi a vicenda a colpi di giornali e di Tv. C’era una volta una città, di nome Meghiddo, venti volte rasa al suolo e venti volte risorta. Arroccata su un colle – in ebraico ar -, divenne l’emblema degli scontri finali, di tutte le battaglie decisive. Come questa.
Fabrizio Centofanti

Milano in una stella

Sette e trenta del mattino. Il cuore d’autunno è ancora lento. Io e Franco ci prepariamo in silenzio il lungo cammino. Controllo zaini: ci deve essere tutto – o solamente – quello che serve per la spedizione Milano. La giornata sarà lunga, oltre quaranta chilometri davanti ai piedi sono fuori ad aspettarci. L’ultimo attimo è dedicato a ciò che dobbiamo non avere: sul tavolo restano soldi, cellulare, mappe. Nel taccuino c’è un biglietto dell’ATM: l’unico legame con la civiltà urbana che dovrà ricondurci qui a fine cavalcata verso la vetta.
La giornata si annuncia bella: l’umido entra nelle ossa e mi ricorda quando ero un ragazzo di città e la vita urbana poteva trasformarsi in un’avventura lontana da tutto e da tutti: bastava cliccare su Immaginazione. Godo il tepore che sale e tutto pare più bello in questa fine novembre, qui nel profondo Nord: da est il sole esplode gigantesco verso l’alto, danza sull’asfalto che conduce alla Via Emilia poi si assesta. Il cavalcavia in Corvetto è una rampa di lancio.

martedì 6 ottobre 2009

Lo scrittore

Parlerò bene di uno scrittore famoso. E’ un impresa titanica, in genere. Mandi messaggi e non rispondono; tocchi con mano il non essere come categoria esistenziale, non solo filosofica. Con *** niente di tutto questo. Ti accoglie, aiuta, consiglia. Mi chiedo se lo faccia con me, esclusivamente. Mi piacerebbe pensarlo: sono un tipo speciale, mi dico, è giusto che mi trattino bene. Ma rinuncio alla versione narcisista: *** è gentile e disponibile a prescindere.
Fabrizio Centofanti

Ama il prossimo tuo

Quando lessi “Ama il prossimo tuo” di Remarque avevo undici anni.Giungendo al punto in cui uno dei personaggi, ubriaco, va con una donna di strada e la chiama con il nome dell’amata lontana (lasciata nel tentativo di salvarsi e salvarla dai nazisti che danno loro la caccia), avvertii stordimento e nausea, e quel che restava della fanciullezza mi abbandonò d’un tratto.
Roberto Rossi Testa

lunedì 5 ottobre 2009

L'art. 21 della Costituzione

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. (Art. 21 Cost.)
La parola è suono, la parola è ritmo, la parola è sguardo, la parola è storia, la parola è stato d’animo, e può esprimere verità o menzogna, bellezza o abbrutimento, nobiltà o volgarità, originalità o omologazione, intelligenza o stupidità. La parola sancisce l’unicità e l’irripetibilità di una vita. E’ un diritto che nessuno può toglierci, perché è voce che esce dal grembo della terra, dal diaframma del nulla, è, insomma, diritto stesso alla vita; né può accettarsi che venga tolta, la parola, a chi assume il compito di informarci a rischio talvolta della propria esistenza, del posto di lavoro, del buio di verità per tutti coloro che non possono andare a cercarsele da soli, le informazioni; specie quando non nascono da curiosità, ma dalla necessità di fare scelte che condizioneranno fortemente la loro esistenza come singoli e come membri di una comunità. La parola che si trasforma in informazione è come il bastone per il cieco, come gli occhi dell’accompagnatore che gli permettono di muoversi nel mondo senza sfracellarsi in un burrone o sotto un treno.

7047.64

È il numero dei chilometri che separano Auckland, Nuova Zelanda, dall’Isola di Pasqua (o Rapa Nui), attualmente parte dello stato cileno. Settemila chilometri e sessantaquattro centimetri di sola acqua, acqua, acqua.L’anno scorso ho preso un aereo che ha solcato l’Atlantico e mi ha portata in Cile; dopo una settimana un altro volo mi ha tenuta sospesa su quattromila chilometri di immenso blu per depositarmi in un aeroporto su un’isola sperduta in mezzo al nulla: la terra più vicina quella da dove ero partita. Un’isola a forma di boomerang il cui periplo è fattibile a piedi in un giorno. Da tenere sul palmo di una mano, con tutti i suoi misteri.

sabato 3 ottobre 2009

La riscoperta del recital

Nel mondo della musica classica è riemersa la febbre da recital.
Possibilmente tematico.
Dai fasti dei dischi tematici degli anni Sessanta (che resero famosi cantanti come Fritz Wunderlich o Rita Streich) si è tornati ad un’operazione similare. Con un tocco di glamour. Per una ragione di fondo: i costi troppo alti per registrare in studio un’opera lirica.
Sembra un paradosso, ma da pochi anni le major internazionali hanno praticamente dismesso la produzione in studio di opere complete, preferendo ricorrere alle registrazioni dal vivo, possibilmente in coproduzione con i network radiofonici. Qualche anno fa, la EMI registrò in studio a Londra il “Tristan und Isolde” di Wagner con Placido Domingo e l’orchestra del Covent Garden: eppure l’investimento fu possibile per merito della donazione di un mecenate. Durante l’estate del 2008, invece, ha annunciato il “Die Presse”, è stata messa in produzione una nuova registrazione del “Ring des Nibelungen” di Wagner, direttamente dal festival di Bayreuth, destinata per la pubblicazione su cd. Ovviamente con lo zampino della Radio Bavarese, da molti anni partner di quasi tutte le etichette discografiche, e solo da pochi mesi messasi in proprio con una propria etichetta, pronta ad attingere dal suo incredibile archivio.
Così, mentre etichette come Sony Classical e Deutsche Grammophon si ritrovano a collaborare con le varie radio tedesche per pubblicare opere complete o concerti inediti (basti pensare, per quest’ultimo caso, al pianista Vladimir Horowitz e a due recital degli ultimi anni ’80 pubblicati recentemente, uno a testa, da entrambe le etichette), per ovviare al problema dei costi ingenti delle opere complete, si preferisce tornare al caro, vecchio, recital.
Con due filoni: il tema generale e l’artista.

Mendelsohn vs D'orrico

Per conoscere lo stato delle ‘magnifiche sorti e progressive’ in cui versa una parte della nostra critica, consiglio di recuperare e leggere la pagina della Cultura del Corriere della Sera di martedì 23 settembre. 6 colonne 6 firmate da Antonio D’Orrico, uno dei più noti giornalisti del quotidiano di via Solforino. L’articolo si occupava dei motivi per cui editori, più o meno celebri, avevano rifiutato la stampa di opere diventate poi, imprevedibilmente, autentici bestseller. Vexata quaestio, certamente. Ma ciò che più colpiva nell’articolo era la sprezzante sicumera con la quale D’Orrico tranciava giudizi strabilianti su capolavori quali l’Ulisse o La ricerca del tempo perduto. Del primo, dopo una preventiva museificazione e neutralizzazione in quanto “ monumento della narrativa novecentesca”, D’Orrico aggiungeva che “molte sue pagine, compreso lo stupendo monologo finale di Molly, sembrano ispirate dalle fantasie di un liceale a disagio con problemi di foruncoli”. Dunque mr. Leopold Bloom e Stephen Dedalus creati, come gli Step e le Babi di Federico Moccia, dalle stesse frustrazioni postpuberali non risolte? E poi più avanti botte ancora a Joyce e al suo Finnegans Wake, che è solo la “ manifestazione estrema di disagio esistenziale”. Non basta: poche righe dopo tocca a Proust che viene paragonato nientemeno che a… Sordi. Stessa parabola per entrambi, a dar retta a D’Orrico: come l’Albertone nazionale, anche Proust “ partito per criticare i suoi personaggi, ha finito per esaltarli. Ha fatto dei Verdurin un modello di comportamento” In realtà, anche il lettore più distratto della Recherche proustiana sa che i Verdurin rappresentano esattamente la quintessenza della modestia intellettuale e culturale ammantata di presunzione e di snobismo. Altro che esaltazione, altro che modello. Ma D’Orrico non si cura di queste inezie e prosegue inarrestabile. Calvino è accusato di “bambineria”, Bataille appare come “sculettante davanti all’irrazionale” ( cioè?), Kundera è uno scrittore “artificioso” e basta. Ma è la letteratura in toto che viene attaccata in questo articolo dal critico del Corriere, tanto che viene assimilata ad “ uno sfogo di liceali affetti da foruncolosi?”. Il punto interrogativo provvidenzialmente mitiga l’ ennesima reiterazione della coppia adolescenza-foruncoli, usata da D’Orrico come magico passepartout capace di spiegarci tutto: Joyce, Proust, la Letteratura tout court. Ma val la pena stupirsi?

venerdì 2 ottobre 2009

La mattina dopo

È stata la mattina dopo aver visto quel documentario del National Geographic sulle lotte omicide tra gli scorpioni che, dopo molto tempo, sono andato più sereno al lavoro.“Nessuno dei miei colleghi” ho pensato, infilando il viale che porta alla clinica “ha quei terribili pungiglioni velenosi”.
Emanuele Kraushaar

Parlando con Bill Evans

di Sergio Pasquandrea
C’è stato un periodo in cui ero convinto di essere Bill Evans.Nel senso che dire “mi piaceva Bill Evans” è troppo poco. Innanzi tutto, la scoperta della sua musica, per me, ha in pratica coinciso con la scoperta del jazz; in secondo luogo, l’ascolto della sua musica è stato un’esplorazione di territori psichici che non ero del tutto cosciente di possedere.Le ragioni sono facili da intuire: fra tutti i jazzisti della sua epoca Bill Evans fu, senza alcun dubbio, quello con le più profonde e complesse radici nella musica classica europea, e uno dei pochi che riuscì a fondere quelle radici con il jazz in modo talmente perfetto da non lasciar percepire nemmeno la più sottile linea di cesura. Per me, che cominciavo ad addentrarmi nel jazz, ma che fino ad allora mi ero nutrito a dosi massicce di Bach, Chopin, Debussy e Ravel, la sensazione di aver trovato un fratello gemello era insopprimibile.

giovedì 1 ottobre 2009

Allora la saluto

Comunione a un malato gravissimo, costretto a letto, intubato, inabile alla fonazione e a qualunque tipo di comunicazione che non sia un sorriso, una smorfia, una lacrima sfuggita dalla coda dell’occhio. C’è anche la sorella, piccola di statura come lui, maestra elementare ormai in pensione. Si finisce, non so come, a parlare di facebook. Lei non ha voluto mettere la foto. Mi racconta che le hanno chiesto l’amicizia, con un messaggio allegato: Quanti anni hai?
Fabrizio Centofanti

Quale Allegria

Dicono che la religione sia proiezione dei bisogni dell’uomo. Che l’aldilà sia un’illusione per superare la paura della morte. O, peggio, l’oppio dei popoli, per mettere a tacere i disperati della terra. Se ripercorriamo la storia della fede, c’imbattiamo prima o poi nel nero della notte più fonda, nel terrore per i fulmini, nei graffiti apotropaici all’interno delle grotte. Fossi un uomo primitivo, condividerei lo sgomento, cercherei le stesse vie d’uscita.
Fabrizio Centofanti

martedì 29 settembre 2009

Definizioni

Pare che uno quando gli pubblicano un libro poi si sente in dovere di porsi domande sulla propria identità, non che prima di essere pubblicato uno non si faccia domande su chi sia, ma pare che dopo che uno è stato pubblicato queste domande acquistino subito un interesse pubblico -così almeno fanno capire molti di quelli che gli pubblicano un libro-, naturalmente è sempre colpa degli altri, che prima che ti pubblichino non gli interessa niente dei tuoi dubbi su chi sei ma dopo che ti pubblicano improvvisamente sono curiosi di scoprire chi sei e chi non sei, non solo, si prendono pure la libertà di appiopparti le loro definizioni sulla tua identità,questo per dire che io non è che sono tanto convinto che la questione dell’identità abbia tutto questo valore portante, però in pochi giorni ho ricevuto tre mail dove sono stato definito serenamente “romanziere”, la prima da una mia ex collega che scrive “che bello, non sapevo fossi un romanziere!”, la seconda da un’amica dell’Università che si rallegra “complimenti, sei diventato un romanziere come XYZ, che conosco”, la terza da un ex qualcos’altro che maligna “ho visto che non hai combinato niente di meglio che fare il romanziere…”,
... Paolo Cacciolati

Giorni felici

Da qualche tempo Erre si sveglia con in testa i versi di una canzone di oltre quarant’anni fa, che poi canticchia fra sé tutto il giorno:
“I miei giorni feliiicili
ho vissuti con teee.
I miei giorni felici…”.

... Roberto Rossi Testa

lunedì 28 settembre 2009

La scuola

A piccoli e grandi passi: che fare?di Tullio Carapella
“Che ne sarà di noi? Della nostra scuola?”Eccoci di nuovo qua.L’estate è stata strana per il popolo della scuola, anche sotto gli ombrelloni molti non hanno smesso di chiedersi “Che ne sarà di noi? Della nostra scuola?”, anche i più stabili tra i lavoratori a tempo indeterminato, perché in fondo a tanti tra noi piace farlo bene, il nostro mestiere, e anche se salviamo “il posto” vorremmo salvaguardare anche la qualità dell’insegnamento. E si sono posti domande anche quelli, tra noi, che con più passione lo scorso anno si sono improvvisati “analisti”, hanno fatto proiezioni e previsioni, hanno suonato a martello campanelli d’allarme, perché anche a noi piaceva credere, nelle fresche sere d’estate, magari sorseggiando una caipirinha, che la vita è bella, che in fondo avevamo esagerato, che non poteva essere così, che qualcosa di miracoloso sarebbe successo… Intanto quasi da ogni giornale il nostro ministro appariva sorridente e felice nelle strade di Positano e nelle spiagge della costiera amalfitana, il fidanzatino al suo fianco, una mezza dozzina di bisonti “auricolati” al seguito (nessun taglio previsto, per loro) a vegliare sulla serenità della sua spensierata giovinezza. Che bella la vita! Proprio nulla che lasciasse presagire disastri… eppure, chissà perché, quella strana sensazione, sotto i nostri ombrelloni.

La macchina è ferma

In macchina. Tra le mani di lui un aggeggio da lei mai visto: il navigatore. Marco propone la meta che fa gioire. Imposta. Ripone. Sul display appare il tratto di carta stradale locale graffiato da prepotente freccia, mentre una voce, invadente fino alla maleducazione, interviene per fornire istruzioni. Di fatto, il moderno sistema di navigazione stradale manda dalla parte opposta, impone inversioni di marcia, stravaganti tratti a zig zag. Ma intanto si può parlare, o meglio, si può parlare in parallelo con la voce sintetica impertinente.
Istintivamente Egle, non tanto per mirare dritto alla meta, quanto piuttosto per mettere a tacere la voce estranea a cui non è abituata, cerca una tradizionale carta stradale, che non c’è. Poco male: il breve tragitto diventa viaggio, anch’esso meta.
Lo stare bene insieme domina e un po’ alla volta dà tranquillità e spessore al respiro. Gli addendi emotivi sono condimento dal gusto variabile e intenso, spostano sguardi a tratti convergenti in un piano sfalsato rispetto al livello cognitivo. Cosicché i due non hanno idea di dove si trovano e non cercano riferimenti per orientarsi.Lei guarda quasi esclusivamente il profilo del volto di lui, pregustando il sapore della saliva che si forma copiosa negli istanti in cui Marco stacca lo sguardo dalla guida e lo allinea in raccapricciante intesa con il suo. Il pensiero libero, più efficace del limone VIVO spremuto sotto la lingua, stimola le ghiandole salivali, predisponendole ad una attività in un certo qual modo anomala. Uno sgorgo liquido piacevolmente urticante gratifica il cavo orale. Una scossa lenta si propaga: tocca i nervi dei denti di sotto, scavalca il mento, scende lungo il lungo collo, elettrizza la cassa toracica. Va a svelare alla giovane Egle l’esistenza di zone erogene.