venerdì 20 novembre 2009

Caro Roberto

Caro Roberto,
ho l’impressione che il tuo appello, pubblicato su Repubblica del 22 settembre, non abbia prodotto le reazioni che aspettavi. Hai toccato tasti delicati, come l’istinto di sopravvivenza, la sicurezza per sé e per i propri famigliari; tasti che danno note stonate, quando si tratta di accordarli con i rischi di una vita libera. Sono prete di periferia in una parrocchia il cui parroco fu bruciato nel 1996. Si è salvato per miracolo, e vive su una sedia a rotelle. Lui non ha ascoltato la paura: sarebbe un buon testimone per la tua Lettera a Gomorra.Nel mio piccolo, vorrei offrirti la solidarietà di chi ha a che fare ogni giorno con la miseria umana, l’alcol e la follia, e prova uno strano sollievo quando si sente in compagnia di gente che non mette la sopravvivenza al primo posto. Credo che le tue parole siano più temibili delle pallottole dei camorristi perché, senza calcoli balistici, vanno dritte al cuore.
... Fabrizio Centofanti