domenica 5 aprile 2009

Massimo Sannelli

Se lo stile di Sannelli nasce dall’urgenza di salvare la voce, come afferma Fabio Zinelli ne La parola plurale, è anche vero che quest’ultima, incidendosi nella pagina scritta, diventa epigrafe, dettato definitivo, testimonianza indelebile.
In altri termini: il respiro (il fiato, la psiché) del verso, corto perché ferito, infuocatosi nel bianco della voce per sovrabbondanza del sentire, si solidifica nella grafia, nel segno inciso, ergendosi in tal modo a monumento di ciò che – nell’animo del poeta – è stato ed è, e ciò apparentemente senza tensioni affettive giacché sembra realizzarsi nella purezza di una perdita oramai acquisita e quindi serenamente accettata. Tale abbandono della presa (della cosa che ha fatto o fa soffrire) si mostra nella superficie sintattica della sua scrittura, la quale così diventa non solo lapide (ossia spazio dove l’iscrizione perdura), bensì maschera essa stessa, maschera funerea che sagoma e finge rappacificata la natura franta di Sannelli. Questi – che invero ha nel taciuto, nel “riserbo”, la cifra tellurica della propria autenticità – attraverso la poesia, offre dunque al lettore l’occasione d’incontrare, senza rabbrividire, il proprio simulacro, la cui novità modernissima consiste nell’essere ricco di vuoti, di passaggi rizomatici nei quali è ancora possibile intravedere la nudità del suo volto, del grido che il suo volto incornicia. In questo senso, la scrittura di Sannelli assume la funzione della Sacra Sindone, di un’umanissima Sindone sotto la quale il corpo suo silenziosamente implora un padre capace di donargli una resurrezione. Una, si badi bene, non ‘la’ resurrezione, perché la mistica del quotidiano gli impedisce di astrarre dal particolare, votandolo perciò al canto del frammento, all’ode creaturale.

... Stefano Guglielmin

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