Sono un assiduo lettore dell’articolo settimanale del lunedì sul “Corriere” di Francesco Alberoni. Apprezzo il suo intento di sminuzzare le sue conoscenze e di stabilire un dialogo con le grandi masse di un quotidiano, e anche il suo desiderio di colloquiare di cose serie con un linguaggio accessibile, lontano dagli specialismi e dai mandarinismi tipici degli intellettuali italiani. Ma tant’è: il dialogo con “l’inclita guarnigione” – che è intento che non aborro, tutt’altro – spesso avviene a discapito del “colto pubblico”, ove io aspiro a prender posto.
Infatti , a volte l’omelia del lunedì si concede certi incisi allusivi e fuggevoli, del tipo: “Non sono d’accordo con la teoria del desiderio triangolare di Girard”, e qui si vorrebbe bloccare il prof con un pressante «Come, come, ci spieghi professor Alberoni perché non è d’accordo con Girard?» che lui è già in fuga a sminuzzare per l’ennesima volta la sua teoria-tormentone dell’innamoramento-amore. Insomma, è già passato più oltre. “A più oltre!” verrebbe voglia di urlargli dietro come Manfredi a Satta-Flores nell’indimenticabile e struggente film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati”. (Ma vedi con la ricerca on line dell’Archivio del beneamato “Corriere” l’ articolo del Nostro «Gelosia, un’ arma per conquistare. O per restare soli», “Corriere”del 30 giugno 2003. Il passo da me incriminato è il seguente: «René Girard spiega in questo modo l’ innamoramento: io amo solo ciò che appartiene a un altro, il rivale. Sbaglia. Queste sono solo infatuazioni competitive. Il vero innamoramento non ha bisogno di un rivale contro cui combattere e diventa più forte e duraturo proprio quando è certo di essere ricambiato»).
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