sabato 26 dicembre 2009

La band letteraria

di Michele Smargiassi
Tutto comincia sempre (e tutto sempre obbligatoriamente finisce) attorno a concretissimo, paleo-tecnologico tavolo ovale, un modesto Ikea comprato nel ‘ 99 coi soldi di Q, il primo folgorante romanzo della band letteraria che allora si chiamava ancora Luther Blissett. È l’ unica proprietà comune del collettivo di scrittura Wu Ming, ma è anche il suo oggetto sciamanico e rituale, come la tavola rotonda dei paladini. Ora si trova a casa di Wu Ming 1, ha cambiato indirizzo diverse volte, comunque è ancora in servizio creativo permanente effettivo. Lì attorno è stato concepito e poi partorito anche Altai, quinta recentissima opera dei quattro co-autori “senza nome”, e tutto è iniziato come le altre volte: un Wu Ming solfeggia un’ idea, un altro la riprende, uno la rilancia, il quarto l’ aggiusta… Facilea dirsi, menoa farsi, ancor meno a spiegarsi. Comodamente stesi sui divani lisi di una libreria alternativa bolognese, la richiesta di raccontare il laboratorio Wu Ming è accolta dai quattro cavalieri della tavola ovale con educato scetticismo. «Non c’ è un metodo». Ed è vero. Sulla tecnica di scrittura collettiva nessuno ha mai scritto un manuale, tantomeno loro che l’ hanno inventata e praticata per primi, mai però teorizzata, sennonché a ogni presentazione pubblica c’ è una domanda dal pubblico che non manca mai: «Ma come fate? Chi scrive cosa?». E adesso che sulla loro scia si moltiplicano i collettivi di scrittura come Sic o Kai-Zen, fenomeno tutto italiano, forse è ora di dare una sistematina alla materia, che dite? «Non c’ è un metodo», conviene WM4, «ma dopo dieci anni di lavoro assieme, in effetti, c’ è una pratica sperimentata». Prima cosa, scrivere un romanzo in quattro (o perfino in cinque, come Manituana) non è come scriverlo in coppia, tipo Fruttero & Lucentini o Ellery Queen: «In due non è lavoro collettivo, è intesa coniugale». Quattro autori invece non possono intuirsi affettivamente, devono interagire concretamente. Fin dall’ inizio, dalla sorgente dell’ idea. Questa volta è stato facile: c’ era in tutti la voglia di un tuffo alle origini, di un reset dopo le turbolenze (l’ uscita di Wu Ming 3 dal team, un anno fa, per ragioni tenute riservate), di un ritorno al tempo, alla temperatura e ai temperamenti dell’ esordio di dieci anni fa. Altai non è il sequel di Q, «giurammo di non fare mai Q2 », ma rianima i tre personaggi del suo finale aperto e li ricolloca sugli scenari del Mediterraneo cinquecentesco in pieno scontro di civiltà. Su questo, al tavolo ovale, non c’ è stata incertezza, tant’ è che nessuno ricorda chi formalizzò la proposta. Ma un’ idea non è un soggetto e un soggetto non è un plot. Così è stato necessario un lungo brain storming per definire anzitutto i confini dell’ azione: di spazio (tra Venezia e Cipro) e di tempo (dall’ esplosione dell’ Arsenale di Venezia, l’ 11 settembre della Serenissima, alla battaglia navale di Lepanto).