Non è propriamente un vis à vis con Yoghi – l’orso marsicano è più piccolo di quelli americani, il grizzly e l’orso bruno, e grazie a dio è di gran lunga meno pericoloso – ma insomma, vista la frequenza con cui avvengono gli avvistamenti e l’estasi stampata sul viso di chi scende dopo aver vissuto l’esperienza, si può ben parlare del Parco nazionale d’Abruzzo come della nuova Yellowstone italiana.
Il «bear watching» è il fenomeno dell’estate e anche uno splendido esempio di convivenza con un grande predatore, gestito bene e trasformato sapientemente in risorsa economica. Ogni giorno l’escursione organizzata da un’agenzia locale per osservare qualcuno dei cinquanta orsi che vivono nelle foreste del parco fa il tutto esaurito: cinquanta euro a testa per avventurarsi lungo i sentieri e tra i faggi, salire in cima a un montagna (cinquecento metri di dislivello), cenare al rifugio, sperare di vedere l’orso e poi scendere a valle in ogni caso rilassati. Perché così insegnava anche Mario Rigoni Stern. Quando qualcuno gli chiedeva un consiglio per vivere meglio, lo scrittore amante di montagna rispondeva con semplicità: «Camminate, andate per i sentieri, vedrete che la sera vi addormenterete molto più facilmente».
