Cominciamo dalle caratteristiche che si rivelano ad una prima lettura di questi versi, privi di titoli e di ogni cesura grafica. Il tuo è un “pensiero poetante” che procede non attraverso singole, fulminee illuminazioni ma in un fluire continuo, ininterrotto, come se l’ispirazione fosse sorretta da una struttura di ampio respiro, quasi narrativa …
E’ questa particolarità a rendere questi versi così adatti anche alla recitazione, al canto, che è poi un valore proprio della tradizione poetica italiana?
Luigia Sorrentino
Le poesie de “La nascita, solo la nascita” sono nate da un urlo di dolore e di ribellione e soprattutto, dall’urgenza e dalla necessità di restituire all’umano il sé sacro, che è, per me, il più antico e misterioso legame tra gli uomini.
I testi sono stati ordinati e messi insieme seguendo una struttura poematica continuativa e diretta. Gli eventi storici a cui si ispirano indicati nelle note del libro – terremoti, maremoti, attentati, guerre e stragi – fatti lontani e vicini, abbracciano l’umanità intera in un sentire comune, la pietas. Il sentimento collettivo va oltre l’episodio di cronaca, oltre la drammaticità dei singoli avvenimenti, che sono, alla fine, solo evocati. E’ probabile che questi elementi abbiano contribuito a conferire organicità all’intera raccolta, sorretta da un impianto unitario, di tipo narrativo. La recitabilità viene dal fatto che sono versi “dalla terribilità tragica” e quindi perciò stesso, cantabili. E, in un’opera che rivela continuamente l’irriducibilità e la caducità dell’essere, le parole non possono essere che dure, scagliate come pietre.
“In quella vertebra”, il poemetto che apre la raccolta, riferisce di un evento tragico che ha avuto luogo in un determinato tempo, il tempo degli inizi, mentre “La cattedrale”, il poemetto collocato alla fine del libro – che non chiude completamente il discorso – reintroduce, attraverso un’altra nascita, l’Istituzione – il luogo della cattedra – il frammento di una nuova creazione, di qualcosa che comincia ad essere.
