domenica 25 ottobre 2009
Il grido di Cordelia
Il grido di Cordelia .La luce. Solo la luce. Ecco a leggere Andrea Cortellessa in un recente articolo pubblicato ne ‘Lo Specchio’de La Stampa, che cosa è destinato a rimanere, tra qualche anno, dello sdegno sacrosanto che c’ha attraversato tutti, colpiti e sconvolti dalle rivelazioni su Gomorra e dintorni. Ma di quello fra poco non rimarrà più nessuna traccia: niente resterà della vibrante indignazione che giustamente nutriamo contro i Casalesi; niente, o quasi, resterà della ‘naturale’ solidarietà che ci lega oggi a Roberto Saviano. Di tanto sdegno non resterà più niente, se non il trauma di quella luce tanto particolare che contorna una sequenza-madre del film ‘Gomorra’: i giovani in costume che sparano con i mitra ed urlano frasi sconnesse, in una specie di paludosa no man’s land. Solo la luce radente e malsana di quei pochi fotogrammi resterà perché in essa è presente, sempre secondo Cortellessa, “ la scommessa di ogni arte, stavolta senza distinzione: essere presente ora, nell’urgenza e nella rappresentatività dei suoi contenuti. Ma insieme, soprattutto, esserci domani, cioè idealmente sempre: nella potenza con cui esprime contenuti che, un giorno,ci lasceranno di per sé indifferenti”. Ma, se davvero così stanno le cose, c’è un corollario tragico che va dedotto da questa riflessione di Cortellessa. Questo corollario ci dice che la luminosità straniante di quella sequenza cinematografica è lì per inquadrare anche la scena di una sconfitta, le macerie di una battaglia forse neppure combattuta, ma comunque persa. È la scena della sconfitta della Cultura tout-court intesa come base della civiltà; è la scena che indica la nostra dolorosa inanità di fronte a quei ‘contenuti’e realtà che la Cultura,come in uno specchio, sa riflettere, ma che restano comunque immodificabili, indiscutibili, inattaccabili. La Cultura non cambia alcunché, non muta, né trasforma niente. Non riesce a far niente contro la scena di uno scandalo intollerabile ed eterno: un paese che vede suoi interi territori saldamente nelle mani di un sistema politico-affaristico-criminale e un uomo solo, costretto alla clandestinità di una vita blindata perché ha avuto il coraggio e la forza di denunciare questa sconvolgente stortura. L’opera d’arte non è in grado di cambiare alcunché, non riesce( o non sa,o non può o non vuole) arrestare la china inarrestabile di un processo di imbarbarimento collettivo che non conosce fondo. E tanto più sembreranno ‘immodificabili, indiscutibili, inattaccabili’, tanto più ci lasceranno indifferenti quei ‘contenuti’ fra trent’anni quando, della nostra etica e ‘naturale’ rivolta morale contro lo stato di cose esistenti, conserveremo solo un brillìo vago, confuso: la luce che resta, quella di una indimenticabile sequenza cinematografica.
