La lingua è un cane che azzanna, tu pensi che sia quel morso, l’ultimo che ti ha assestato a dolere ma non è così. E’ come se il cane ti fosse gemello, animale che ti nasce da un morso che appartiene ad un’altra razza e tira per il suo buio. Appendice mostruosa. Il giorno non ha immagini sostitutive, simulacri diurni del cane. Il giorno non trova incidenze nel buio di questa chimera, se non nella puntura sorda nel morso della lingua, dice Iolanda Insana, “che viaggia alla cieca e fulminea corre strascinandosi sull’abisso la mente che pensa il filo che la tende”. Il morso aggredisce il corpo dalla sua latitudine canina e rivela inaspettate geografie corporee: corpo detrito di ere spente, schiavitù vittoriosa, padronanza sfregiata. Non c’è rimedio, non c’è salvezza anche nel caso ancora la si voglia. Nemmeno la fuga, il ritorno all’incognita della sua natura prerabbiosa, rabbonisce il cane, perché l’altra, l’appendice umana, a sua volta ne morrebbe. “Mai bere ad altri bicchieri” dice Iolanda Insana ma “la parola è più forte della sete (…) nell’istante che saltano le vocali/il rumore dei suoni è più vicino/ alla coscienza che alla gola/agguanto il più piccolo niente” la contrazione della parola in un simbolo acustico, latrato all’esatta occidenza della notte, disoriente del sole.
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Viviana Scarinci
