Il gesticolare della parola. Quest’ultimo, tuttavia, non è esattamente il caso della letteratura, e il “critico” pare quasi dolersene ogni volta che scrive di essa, nonostante a tratti non manchi di sottolineare come lo scrittore o la scrittrice che intervista o recensisce portino, con la disciplina di una parola etica innazlata leviter a stile (Cristina Campo, nella ricostruzione offerta da Margherita P. Harwell) o con l’intersezione dei linguaggi espressivi, il loro scrivere nel cuore stesso dell’esperienza, del mondo, del viaggio, del dolore (si pensi a Winfred G. Sebald, con le intercalazioni visuali della Storia naturale della distruzione; all’apparato iconografico dell’edizione Archinto di Un amore leggendario, di Antoine e Consuelo de Saint Exupéry; o ancora alle suddivisioni tipografiche del Diario di un anno difficile, di John M. Coetzee). Alla letteratura accade quello che Accorroni suggerisce a Emanuele Trevi, intervistandolo a proposito del suo L’onda del porto, scritto in seguito ad un viaggio in Oriente: mosso dalla «pretesa-desiderio» di smarrirsi e di evadere in un luogo altro, mosso cioè dal bisogno d’essere felice, Trevi sembra finire in balìa di una «forza centripeta» che paradossalmente lo rassicura della persistenza della sua infelicità, e anzi lo riconduce «al centro delle cose, bersaglio visibile e fragile, anche se immerso in un Altrove dominato da modi di essere e sentire completamente estranei al nostro».
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Andrea Sartori
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