Anni fa, quando ancora il Teatro non era stato chiuso, erano cominciate le sue apparizioni.
Scendeva dalla Rampa stretta nel cappottino grigio che l’avvolgeva, secca e fragile, come disossata.
I gradini sconnessi, la sua pettinatura miracolosamente scura avvolta mille volte su se stessa come quella dei santi eremiti dell’India e quella voce potente che la precedeva, la seguiva e l’avvolgeva, dapprima flebile, poi un grido, un ruggito, un “io sono”.
“Che me ne importa a me se non son bella
Io ci ho l’amato mio che a il pittore
Lui mi dipingerà come una stella
Che me ne importa a me se non son bella!”
...
Isabella Moroni
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