lunedì 3 agosto 2009

Mi sveglio

Mi sveglio d’estate in un sudato sudario intriso del mio freddo. È febbre. Odo il raggricciare gesticolante d’una delle mie disgustose zampine, ed è la venticinquesima che cerca l’abbraccio della ventiseiesima, mentre tutte le altre paiono cicale intente a frinire nel loro tentacolare distendere le antenne. Eppure non sono antenne d’intelligenza ciò che distendono, ma arti rivoltati al cielo, ora scoperti dal lenzuolo intriso dell’umidità della notte trascorsa, pennellato di macchie gialle, forse la putrescenza del mio tronco. O è la linfa del mio corpo? Fisso il soffitto. Accanto al lampadario un clown con sformati pantaloni verdi mi fissa, sul naso ha una palla rossa, sulla testa un cappello floscio, una giacca dalle lunghe falde non lo veste ma lo copre tutt’intero. Stridono, ora, mentre sfregano le une con le altre, tutte le mie corte zampe, e mi pare che l’uomo sul soffitto sorrida, allungando un braccio verso il mio letto, che sta perpendicolare alla sua figura. Il braccio sostiene una lampada, egli vuole illuminarmi, attribuirmi un predicato, cerca di restituirmi una definizione, per quanto essa sia ridicola, irricevibile. Provo a voltarmi, a rigirarmi nel letto, a sottrarmi all’indicazione, ma nel mio sacco non c’è movimento, solo il vibrare a vuoto delle molteplici estremità. Mio padre entra nella stanza e si ferma sulla soglia. Non dice nulla. Mi si blocca il cuore. Mia madre lo raggiunge alle spalle. Mi guardano entrambi mentre il clown ora ride e la lanterna oscilla ad un improvviso alito di vento. Dalla finestra aperta è entrato uno sbuffo caldo, porta con sé batuffoli di polvere di strada, sollevatasi dall’asfalto. Volteggiano i riccioli grigi tra me e il clown, m’oscurano la vista mentre guardo immobili i genitori. Essi paiono attendere.
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Andrea Sartori

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