Nel racconto ebraico della creazione troviamo un Dio ottimista a cui piace ogni cosa che ha plasmato. Si diverte, gioca, come è scritto nel libro dei Proverbi. Ma in Genesi raggiunge il vertice; ogni cosa è buona, e al sesto giorno – è la volta dell’uomo – prorompe in un’esclamazione: non è soltanto tov, buono, ma tov meod, molto buono. Si sa come si chiude la faccenda: l’ottimo elemento, il molto buono, decide di essere se stesso in modo non proprio irreprensibile, convinto dal serpente dei culti idolatrici, simbolo fallico, dio della fecondità, custode delle recondite stanze di prostitute sacre, e tutto finisce, come si dice a Napoli, a schifio. Eppure resta il lampo di quella esclamazione che Dio, passeggiando nella brezza della sera, non ha potuto trattenere: tov meod, un’emozione ingenua, davanti al suo capolavoro.
Fabrizio Centofanti
