di Tiziano Scarpa
Come si chiama quel posto dove un cittadino senza potere può dire la sua su ciò che ritiene importante, dando alla comunità un contributo di bellezza, e a volte perfino di veritàe giustizia? Risposta: si chiama letteratura. Ed è una cosa molto seria. È un’ istituzione inestimabile. Dà voce a chi non la può esprimere altrove. Di qualunque classe sociale ed età (guardate gli autori attivi oggi in Italia: Andrea Camilleri ha ottantaquattro anni, Chiara Strazzulla diciannove). Oggi però si preferisce far finta che la letteratura sia una faccenduola mondana che riguarda il successo e le classifiche dei libri più venduti. Mettendo in scena giornalisticamente le baruffe tra chi ha vinto il Premione e chi no: ammanicato di qua, buffone di là… Galli che si azzuffano. I soliti letterati! Ma la letteratura è una conquista politica troppo importante per ridurla a una bega fra narcisi invidiosi. Ci sono voluti secoli per arrivarci. Noi veneriamo i tragici greci. Ebbene, un tempo Eschilo, Sofocle, Euripide dovevano presentarsi da un funzionario politico, l’ arconte, a esporre la storia che volevano raccontare, e costui decideva se finanziarla o no. Oggi una ragazza di 19 anni o un signore di 84 scrivono quello che vogliono, trovano un editore, pubblicano. Ma proprio per questo la letteratura è delicata. Basta poco a sparigliare i suoi equilibri. Il mio caso personale forse è significativo. Vinco un premio letterario prestigioso, e da autore considerato di nicchia divento autore di un libro potenzialmente popolare.
